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Didattica a distanza, considerazioni a fine anno scolastico

Didattica a distanza
Didattica a distanza

Didattica a distanza, considerazioni finali

La Didattica A Distanza è finita. E spero per sempre. Dopo 3 mesi di questa tipologia di didattica, posso fare le mie conclusioni finali. E confermo quello che pensavo all’inizio. Questa tipologia, che è stata necessaria per la situazione sanitaria che abbiamo dovuto affrontare quest’anno, non è assolutamente adatta alla nostra scuola in Italia. Non siamo pronti a qualcosa del genere. Non siamo attrezzati, non siamo preparati. Né noi e nemmeno gli insegnanti. Continuo a considerarla un fallimento.

E non perché considero la scuola un parcheggio e non vedo l’ora di parcheggiare le mie figlie in classe per 40 ore a settimana. Perché è questa l’accusa che spesso leggo sui social quando qualcuno si lamenta dei compiti e di questa didattica. Tutti ad accusare che i nostri figli sono per noi un peso e non vediamo l’ora di abbandonarli a scuola. Ma stiamo scherzando? Non è questo il punto.

Io penso che questa didattica sia un fallimento perché non si può pensare di portare avanti i programmi scolastici in questo modo. Non si può pensare che 4 ore di video lezioni a settimana bastino per completare un programma. Non si può pensare che qualche compito a casa sia sufficiente per far imparare le cose ai nostri bambini.

Ed infatti quest’anno non abbiamo terminato i programmi. Ed il prossimo anno si dovranno recuperare tanti argomenti non fatti oppure fatti in maniera superficiale. Ma se il programma non è stato finito non è nemmeno colpa delle maestre. Con le ore di lezione che potevano fare, sono riuscite a fare fin troppo. Ma nel complesso, però, pensando a come dovrebbe essere la didattica, tutto questo non è sufficiente. Ed è per questo che la considero un fallimento.

Le maestre, con i mezzi e le indicazioni che avevano a disposizione, hanno fatto fin troppo. Hanno fatto del loro meglio, con i mezzi che avevano a disposizione, per cercare di portare avanti il programma. Ma inevitabilmente molte cose non sono state fatte. Non c’erano proprio le possibilità per riuscire a fare di più.

In questi mesi io ho continuato a lavorare, ma allo stesso tempo ho cercato di aiutare le mie figlie, per colmare quello che la scuola non ci dava. Ma così non si può veramente andare avanti. Poche lezioni ogni settimana. Pochi compiti ogni settimana… perché anche se c’è chi si lamentava dei compiti, allo stato reale delle cose, quello che ci è stato chiesto di fare con i bambini in questi ultimi mesi è una parte minima rispetto a quello che avrebbero fatto in classe. Compiti che in genere venivano assegnati per il weekend, negli ultimi mesi sono stati assegnati per una intera settimana.

Ed oltre alle lacune da un punto di vista didattico, ci sono anche quelle da un punto di vista emotivo. I bambini hanno bisogno del contatto. Così non si sentono motivati. E molti genitori non hanno la pazienza di stargli dietro per i compiti. Ma non perché considerano i propri figli un peso, semplicemente perché non sono insegnanti. Ed insegnare non è assolutamente una cosa semplice. Non è detto che un genitore sia capace di farlo.

Per non parlare di tutte le difficoltà informatiche. Programmi che non funzionano. Collegamenti difficili. Bambini che non sentono le maestre o che non riescono a farsi sentire. Bambini che si intimoriscono davanti alla telecamera. Bambini che non riescono proprio a collegarsi. Famiglie che non sanno come stampare le schede didattiche che le maestre mandano per fare i compiti. Bambini che cercano di “imbrogliare” le maestre leggendo sul libro una lezione che avrebbero dovuto studiare. Genitori che suggeriscono per far vedere alle maestre che i loro figli sono bravi. Bambini che non hanno voglia e non si vergognano a dirlo. Bambini che durante le lezioni si distraggono e pensano a tutt’altro.

Le difficoltà sono innumerevoli. E di ogni tipo. Questa non è scuola. Questa è una “pezza” che è stata messa per far fronte ad una situazione inaspettata. Ma è una “pezza” che non si può considerare sufficiente.

Ce l’abbiamo fatta. Abbiamo portato avanti e concluso questo strano anno scolastico. Ma non possiamo ritenerci soddisfatti. Perché è stato fatto il minimo indispensabile per poter dire di aver portato avanti la didattica. Ma questo minimo indispensabile non può essere considerato un successo. Le differenze da scuola a scuola sono state veramente troppe. Non ci sono state delle linee guida generali. Ogni scuola si è organizzata diversamente e in molte scuole l’indicazione principale è stata quella di “sovraccaricare i genitori”. Nella nostra scuola per due mesi le maestre sono andate semplicemente inviando i compiti da fare. L’ultimo mese di scuola sono state attivate le video lezioni, per un totale di circa 4 ore a settimana. Ma veramente possiamo considerare un successo questo modo di insegnare? Veramente possiamo ritenerci soddisfatti?

Io dico di no. Perché la nostra scuola non era assolutamente pronta ad affrontare una situazione del genere. E le lacune si sono viste. Sono troppe. Gli argomenti che le maestre non hanno potuto fare quest’anno sono tanti e dovranno recuperarli il prossimo anno. A settembre, se finalmente riusciremo a tornare in classe, dovranno lavorare il doppio. Se non anche di più…

Non si sa cosa accadrà a settembre. Non si è ancora capito. Le linee guida degli “esperti” chiamati dal Ministero dell’Istruzione indicano il mantenimento delle distanze, la possibilità di fare lezioni in posti alternativi (giardini, aule messe a disposizione da altre strutture), il dover indossare le mascherine durante l’orario scolastico… ma nello specifico non si sa come i singoli dirigenti scolastici riusciranno ad organizzare il tutto per riprendere le lezioni. E questa cosa, lo ammetto, mi spaventa un po’. Ma posso solo sperare che riescano ad organizzarsi per darci quello che è un diritto dei nostri bambini. Il diritto all’istruzione. E non questa didattica a distanza piena di buchi.

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