Uno stent nel cuore di un feto di 33 settimane

Il 31 gennaio scorso al Papa Giovanni di Bergamo è stato eseguito un intervento su un feto di 33 settimane. E’ la prima volta in Italia che si posiziona uno stent nel cuore in ambiente intrauterino. Senza praticare incisioni nell’addome della madre né nell’utero, l’équipe attraverso una cannula ha praticato una settostomia atriale, consentendo la comunicazione fra i due lati del cuore, e poi ha posizionato il dispositivo per mantenere aperto il foro.

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L’intervento è stato eseguito su un feto affetto da ipoplasia del cuore sinistro, una malformazione che comporta il mancato sviluppo della metà sinistra dell’organo, e comprende un gruppo di anomalie che si presentano con un’incidenza di un caso ogni diecimila feti. Questa sindrome, già severa, era aggravata in questo caso dalla totale chiusura del setto atriale, verificatasi alla 32° settimana. Un quadro simile permette la sopravvivenza in utero, ma non alla nascita, quando la chiusura totale del setto si rivelerebbe fatale, perché renderebbe impossibile ossigenare il bambino con qualsiasi manovra rianimatoria.

Cos ’è l’ipoplasia del cuore sinistro?

Ipoplasia del cuore sinistro indica una condizione in cui solo la parte destra del cuore si sviluppa regolarmente. Questa malformazione rappresenta il 10% di tutte le cardiopatie congenite. I bambini che ne sono affetti, in particolare nelle forme più gravi, sono destinati a subire diversi interventi.

“ La procedura è perfettamente riuscita, ma è solo il primo passo.   Lo stent ha consentito di migliorare la circolazione polmonare del feto che, dopo la nascita, potrà affrontare il lungo percorso che aspetta i piccoli affetti da ipoplasia del cuore sinistro.  Questa cardiopatia resta inguaribile ma se adeguatamente seguita non impedisce una vita normale, come dimostrano i piccoli pazienti del nostro centro ”, commenta Lorenzo Galletti , responsabile della Cardiochirurgia 2 del Papa Giovanni XXIII,   dedicata all’ambito pediatrico e alle cardiopatie congenite

Fonte e Photo Credits| Ospedale Papa Giovanni di Bergamo

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