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Quando è nata Figlia Uno

Figlia Uno
Figlia Uno

La nascita di Figlia Uno

Quando è nata Figlia Uno non avevo ancora questo blog. Lo avrei aperto solo qualche anno dopo. E così avevo raccontato la sua nascita su un altro blog di PianetaMamma, che però non è il mio blog personale. E visto che è un momento tutto mio, voglio metterlo anche qui. Così quando sarà più grande glielo farò leggere!

Si avvicina la DPP (Data Presunta del Parto)

Il 9 settembre finivo il tempo e la mia ginecologa, visitandomi il 6 settembre, mi aveva detto che avrei dovuto aspettare e la bimba avrebbe probabilmente ritardato diversi giorni. Era tutto chiuso e, a meno che non avessi rotto il sacco, ci sarebbe stato da attendere per la sua nascita. Anche dal monitoraggio del 7 settembre risultava una calma piatta: la bimba stava bene e non c’erano contrazioni.

Mi stavo già abituando all’idea di un parto pro-termine, anche se mi spaventava un po’ l’idea di entrare nel cosiddetto “protocollo” delle 41 settimane. Poi tutto è cambiato. Da un momento all’altro. Come, in fondo, anche la ginecologa aveva detto. Nella notte tra il 7 e l’8 settembre, alle 3:30, ho sentito come un “tic, tic” nella pancia. Dopo pochi secondi ho avuto la sensazione di perdere liquido, ma era diverso dalle solite perdite vaginali. Mi sono alzata per andare in bagno a controllare. Non sono arrivata nemmeno alla porta della camera da letto che si sono scatenate le “cascate del Niagara”! Avevo rotto le acque. Decisamente non c’era possibilità di sbagliarsi. Tutte le volte in cui avevo temuto di non saperle riconoscere… non potevo avere dubbi.

Ho chiamato mio marito dicendogli: “Mi sa che mi si sono rotte le acque!”. Io ero bloccata davanti alla porta della camera da letto. Non riuscivo nemmeno a muovere un passo. Lui, con tutta tranquillità, invece mi ha risposto: “Ok, andiamo in ospedale”. Il momento era arrivato. La mia bimba aveva deciso di nascere. Alla fine sono riuscita ad arrivare in bagno e, nel cambiarmi, ho notato un po’ di sangue nel liquido amniotico che stavo perdendo. E mi sono allarmata: non ricordavo che al corso pre-parto ci avevano detto che le acque possono essere di colore rosato.

L’arrivo in clinica

Così siamo andati al pronto soccorso della clinica dove avevo deciso di partorire. Fino all’ultimo ero indecisa tra clinica con neonatologia di II livello e ospedale con neonatologia di III livello. Ho optato con la clinica, perché la ginecologa mi aveva consigliato di scegliere un posto dove mi sentissi sicura e mi ispirasse fiducia. Avevo conosciuto molte ostetriche lì. E mi sembrava la scelta più giusta. L’ostetrica di turno al pronto soccorso mi ha subito tranquillizzata dicendo che le perdite di sangue misto a liquido sono assolutamente normali. Poi mi ha attaccata all’apparecchio del monitoraggio per controllare che non ci fosse sofferenza fetale. E ha chiamato il ginecologo per la visita di ricovero.

La bimba stava bene e c’erano alcune contrazioni, che però io non sentivo se non come un leggero indurimento della pancia, tanto che il ginecologo ha detto che era meglio per me se non avvertivo dolore. Il collo dell’utero era appianato al 60% ed ero dilatata 1,5 cm. La strada verso il parto era quindi ancora lunga. Mi hanno dato un posto letto e mio marito è tornato a casa.

Una giornata di contrazioni sporadiche

La mattina sono stata visitata dal primario, che ha dato disposizioni, se non fosse successo nulla durante quel giorno, di non farmi mangiare la mattina successiva. Se le contrazioni non fossero partite, infatti, il giorno dopo mi avrebbero fatto una flebo per indurre il parto e se nemmeno così fosse successo nulla avrebbero fatto il cesareo. Io già mi vedevo sotto i ferri. Ma anche in questo caso (per fortuna) mi sbagliavo. L’idea del cesareo mi spaventava abbastanza.

Durante la mattinata ho iniziato ad avvertire le prime contrazioni, ancora sporadiche e irregolari. E nemmeno troppo dolorose. Durante le contrazioni, se non c’era mio marito a cui potevo stringere la mano, cercavo di concentrarmi sulla respirazione imparata al corso pre-parto. Respirazione che nelle fasi più acute del travaglio mi è servita molto. Per cercare di far regolarizzare le contrazioni ho iniziato a passeggiare lungo il corridoio della clinica. Quando arrivava la contrazione mi aggrappavo al corrimano e respirando aspettavo che passasse. L’ostetrica di turno, che conoscevo, mi ha consigliato di non stancarmi troppo e di riposare ora che avevo il tempo di riprendere fiato tra una contrazione e l’altra. Così alternavo i momenti in cui ero a letto a quelli in cui passeggiavo. Ma più di tanto non riuscivo a restare a letto o stare sdraiata. Forse l’adrenalina, forse l’ansia… non ho dormito per niente.

Inizia il travaglio

Durante il pomeriggio le contrazioni si sono fatte più dolorose, ma riuscivo ancora a gestirle, anche con massaggi sulla schiena all’altezza dei reni. Obbligavo mio marito a spingere con la mano all’altezza dell’osso sacro. L’unica cosa che mi dava sollievo. Le contrazioni però erano ancora irregolari. Verso l’ora di cena ho iniziato ad avvertire contrazioni molto forti e più lunghe. Riuscivo comunque a controllare il dolore stando in piedi. A letto non riuscivo a restare per niente. Meglio seduta o in piedi. Alle 23 la dilatazione era arrivata a 4 cm. Ancora poco. Troppo poco. E continuavo a passeggiare per il corridoio insieme a un’altra futura mamma, che aveva contrazioni sporadiche da 2 giorni. Il ginecologo di turno quella notte ha iniziato a scherzare con noi, scommettendo su chi delle due sarebbe arrivata prima in sala parto.

E vedendo il mio ultimo monitoraggio ha detto che se avessi avuto qualche altra contrazione come quelle registrate, sarei andata subito in sala parto! Io ci speravo… temevo troppo di arrivare all’induzione o al cesareo. Poco dopo le 2:00, mi hanno fatto un altro monitoraggio. In quel momento i dolori erano veramente molto forti. Alle 2:20 circa ho avuto una contrazione fortissima ed ho urlato. Così l’ostetrica è corsa a controllare la mia situazione, anche perché io iniziavo a sentire il “bisogno di andare in bagno”.

E questo, anche se non è carino a dirsi, è uno dei sintomi che il parto è imminente. Visitandomi ha sentito che ero dilatata completamente ed ha chiamato la sala parto per dire di venirmi a prendere. Io iniziavo a sentire di dover spingere.

L’arrivo in sala parto

Alle parole “sala parto”, il mio unico pensiero è stato che dovevo chiamare mio marito. Temevo che la bimba sarebbe nata subito e che lui non avrebbe fatto in tempo ad arrivare. Per mia gioia, in sala parto era di turno un’ostetrica che avevo conosciuto al corso pre-parto. Quando l’ho vista è stato meraviglioso, perché in quel momento avere vicino, oltre a mio marito, una persona competente che conoscevo era per me molto importante.

Alle 2:30, dopo circa 5 ore di travaglio attivo, è iniziata l’ultima fase del mio parto. Quella decisamente più dolorosa. Tra una spinta e l’altra ho pensato di tutto: che la mia bimba sarebbe rimasta figlia unica e che forse aveva ragione la mia amica quando diceva che era meglio il cesareo. Ricordo che il dolore era immenso, anche se ora non saprei descriverlo a parole. E ricordo di avere urlato tanto. Mio marito mi sorreggeva la testa per aiutarmi nelle spinte e l’ostetrica mi ha aiutata ad affrontare il dolore e a spingere nel modo corretto. Da subito mi ha detto che sentiva i capelli della bimba. Ad un certo punto non ci stavo capendo più nulla per il dolore, volevo soltanto che facessero uscire la bimba e l’ostetrica mi ha guardata negli occhi parlandomi con decisione per farmi ritrovare lucidità.

Così è nata Figlia Uno

La testa della bimba era quasi completamente fuori. Mancava poco. Così ho dato le ultime spinte e la mia bimba ha pensato bene di uscire di botto con le spalle, lacerandomi parecchio, mentre l’ostetrica stava per farmi l’episiotomia per limitare i danni. Far uscire il resto del corpo è stato semplice. Appena nata me l’hanno messa sulla pancia, ancora unite dal cordone ombelicale. Ed è stato come dimenticare tutto il dolore in un secondo. Era bellissima. Era la mia bambina. Figlia Uno. È nata alle 3:35, dopo un’ora di spinte, a 24 ore dalla rottura delle acque e nel giorno esatto in cui finivo il tempo. Dopo una decina di minuti ho espulso la placenta. E poi è arrivato il ginecologo per mettermi i punti… cosa che non è stata molto piacevole nonostante l’anestesia locale. Non sentivo dolore, ma il fastidio era tanto. Non riuscivo a stare ferma con le gambe.

Ma ce l’ho fatta, un po’ per la “minaccia” dell’anestesia generale e un po’ grazie al dottore che cercava di chiacchierare e di farmi rilassare, scherzando sul cognome della mia ginecologa. Se ora qualcuno mi chiedesse se avrei preferito un cesareo, risponderei “Assolutamente no!”. Dopo 4 ore dalla nascita di Figlia Uno ero in piedi. Potevo camminare, mangiare ed occuparmi di mia figlia senza problemi. Una ripresa che con un cesareo sarebbe di sicuro stata molto più lunga. E poi vedere la mia piccolina appena nata, vedere come dopo un’ora già si è attaccata al seno e sentire come mi ha stretto il dito quando l’hanno riportata da me dopo le analisi di routine sono tutte emozioni che mi hanno fatto dimenticare il dolore.

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