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Eccoci al primo appuntamento di RecicliAmo #stopsingleuseplastic oggi vi mostrerò com’è semplice dare nuova vita alle buste di plastica. Sicuramente in casa tutti avete quella che io chiamo la busta regina ⬇️

La busta piena di buste 😆.

Ebbene da queste buste possiamo ricavare delle shopper pratiche, comode e resistenti in qualsiasi formato sia maxi per la spesa che piccoline, utili sigillare la merenda dei nostri bambini.

Occorrente:

– 4 buste di plastica

– 2 fogli di carta forno

– ferro da stiro

 

Prendete la busta di plastica e tagliate il fondo e i manici

Aprire la busta e appiattitela bene senza pieghe su un foglio di carta forno, ripetete lo stesso procedimento con la seconda busta e sovrapponetele aggiungendo sopra l’altro foglio di carta forno.

Passate sopra il ferro da stiro (mi raccomando la temperatura dev’essere media e senza vapore) basteranno 15 secondi sopra, poi capovolgete e 15 secondi sotto.

Cercate di stare attente a non uscire dalla carta altrimenti appiccicate tutto 🙈

Una volta terminato avrete ottenuto il vostro tessuto di plastica! Se volete renderlo più robusto vi basterà aggiungere più buste.

Adesso aiutandovi con una misura in cartoncino tagliate la forma desiderata e sigillate i bordi sempre con carta forno e ferro da stiro

Sigillato i tre capovolgetela verso l’esterno e se volete potete anche cucire dei manici o lasciarla semplicemente a sacco per conservare gli alimenti.

Questo è il risultato! Mi fate vedere le vostre? Inviatemi le foto!

#stopsingleuseplastic

 

Daniela Crea

Care fashioniste già lo so, siete tutte lì a chiedervi: come ci vestiremo con l’arrivo del primo freddo?
Quali sono le tendenze da scoprire, seguire e perché no interpretare? Come avere uno stile che tenga conto di tutte le novità e i must have in arrivo senza però sembrare ridicola ma sapendo dosare e mescolare tutto bene come in un cocktail?
Ebbene eccomi qui con tutte le novità!
Del resto il momento migliore per scegliere i capi che ci accompagneranno in questo lungo inverno è questo, durante le vacanze estive, per affrontare il rientro in città cariche di vitalità e con le idee molto chiare per fare gli acquisti giusti.


Iniziamo subito con la novità più eclatante: la bougie girl torna in passerella, dove indossa gonne pantalone dall’allure Anni 70. Si avvolge in fantastici foulard e camicie morbide, scarpe comode e tracolle da giorno, cappotti e giacche sartoriali con gonne midi. La donna vista sulle passerelle ritorna a uno stile spesso volontariamente retrò, (sembra di vedere mia madre nelle foto dei suoi trent’anni!) ma aggiornato ai gusti odierni, in cui la silhouette della signora borghese viene esaltata. Il diktat è chiaro: misura, garbo, gentilezza. Con un tocco preferibilmente – come dicevamo – anni 70, mai sopra le righe, mai sottotono. Sempre impeccabile, senza dover strafare. Diciamo subito però che i designers della moda non hanno certo lesinato in fantasia e hanno messo in campo una gamma di proposte pronte a vestire ogni tipo di donna e personalità. l leitmotiv più grintoso? L’animalier, naturalmente, continua indomito a sfilare sulle passerelle e a diventare uno dei trend trans-stagionali più longevi degli ultimi tempi. E poi via libera al colore, finalmente anche d’inverno. Ovviamente audace, forte, vitaminico, non vi vorrete mica vestire di bianco, nero e grigio! Colori che si fanno notare (come il giallo, il rosso, l’arancio, il blu elettrico) e che si indossano in total look da testa a piedi, accessori compresi. Ma soprattutto c’è la pelle, tantissima pelle. Nera, ma non solo. Che si fa glossy e rock o morbida e setosa come un guanto. Per giubbotti parka e trench di pelle ma anche per tailleur giacca e pantalone, abiti e tubini femminili. I mitici anni Ottanta non passano mai di moda! I microdress stampati sono un trionfo di volant, bordati di velluto, su colli e spalle.

Ma a rubare l’attenzione sono i dettagli, come le “cinture ritratto” che riproducono i coloratissimi beauty look di quel periodo su grandi fibbie quadrate. Ritorna sua maestà la cappa. Onnipresente nelle collezioni, il modo più cool per sconfiggere il freddo. I motivi check tornano a popolare i guardaroba.


Quadri e quadroni si posano praticamente ovunque, con quella loro nota carica di grunge che ci scaraventa in un attimo negli anni della musica dei Nirvana. Insomma ogni donna può scatenare il suo stile e il suo estro, vi lascio con una frase di Coco Chanel: ”Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se è vestita impeccabilmente si nota la donna”.

 

 

Articolo a cura di Daniela Crea fashion blogger di vita da mamma versione special

 

Abbiamo già parlato della Generazione alpha, i nativi dopo il 2010, coloro che con un tablet in mano sono in grado di fare qualsiasi cosa e apprendono il tutto in maniera super-rapida sfuggendo spesso al nostro controllo incorrendo in pericoli nascosti… Proprio per questo nasce in Italia a Torino un nuovo progetto di una cooperativa che ha deciso di entrare nelle piazze virtuali, laddove il mondo educativo sembra si sia limitato ad offrire prodotti (vedi giochi educativi et) ma non a garantire la propria presenza con persone adeguate ad intervenire con i ragazzi nel mondo virtuale.

Chi sono? Gli Edugamer!

E’ la “Crescere Insieme” di Torino, che vanta nella sua storia l’apertura della prima comunità per bimbi in Italia, nel lontano 1972. A seguito di un uxoricidio 5 fratelli sarebbero stati separati e inseriti negli istituti. I nostri fondatori hanno deciso di affittare un alloggio e accogliere questi fratelli perchè crescessero insieme. Così è stato e da allora la
cooperativa ha aperto altri luoghi per i minori, per persona malate di AIDS, per migranti. Ha deciso di intervenire a favore della popolazione anziana offrendo asisstenza domiciliare.
La storia della cooperativa è costellata di servizi che hanno rinnovato il mondo
dell’intervento sociale: alle prime comunità per bimbi sono seguite le prime comunità colorate (italiani e stranieri insieme), l’Assistenza domiciliare di condominio, gli educatori stranieri nelle strade e nelle piazze di San Salvario a Torino. Innovazioni che oggi fanno
parte della normalità ma che all’epoca richiesero coraggio e fantasia.

Oggi abbiamo deciso di entrare nelle piazze virtuali, laddove il mondo educativo sembra si sia limitato ad offrire prodotti (vedi giochi educativi et) ma non a garantire la propria presenza con persone adeguate ad intervenire con i ragazzi nel mondo virtuale.

Una nuova sfida che ci vede impegnati con tutte le nostre risorse di creatività e fantasia.
Non sapete come intervenire: urla, discorsi pacati e ragionevoli, minacce di punizioni, sequestro del controller, abbracci e pacche sulle spalle. Le carte a
disposizione le avete usate tutte, ma non c’è niente che abbia avuto un effetto
significativo e duraturo.
Del resto, non c’è intervento che tenga: vostro figlio è stato appena ucciso dal colpo freddo di un cecchino che lo ha steso nel mezzo di una battaglia.

Eppure è un ragazzino in gamba.

Ottimi voti a scuola, pieno di amici, goleador della squadra di calcio di paese. Allora che cosa c’è che non va? Ma soprattutto: c’è qualcosa che non va?
Alla fine, solo una cosa vi sembra chiara: dovete capire che roba smuovono questi
videogiochi, come funzionano, perché esercitano tutto questo fascino.
Un trillo. È lo smartphone di tua moglie. È un articolo che mi sono fatta mandare,
dice.
Poi, mentre l’auto scorre nel traffico cittadino, lei comincia a leggerlo e
traduce delle parti per te. È di un certo Shapiro, un professore americano, e la cosa fantastica è che descrive in modo chiaro quello che avete discusso in modo
confuso. E azzarda anche qualche soluzione o almeno una chiave per venirne fuori.
Da genitori e operatori sociali abbiamo cominciato a leggere articoli, saggi,
testimonianze. Abbiamo telefonato agli amici, condiviso alcune letture, cercato e
trovato in molti altri genitori la voglia di reagire a questa specie di disorientamento.
L’articolo che state leggendo è un tentativo di intessere e alimentare queste riflessioni.
A partire da una convinzione: il nostro ruolo di genitori non si arresta sul confine
della mappa di Fortnite o di Minecraft.

Gli Edugamer(Leggi di più)

Come potevamo non vedere il film del “Re Leone“? Uscito da pochissimo al cinema ed è già campione di incassi! Siamo stati per la prima volta allo “Space Cinema” di Parco dei medici (Roma) dove l’accessibilità è di casa, una delle poche volte in cui non abbiamo sentito il peso della sedia a rotelle. Il multisala è una piccola città con un inconfondibile stile americano: maxi insegne luminose, store a tema, fast food, ristoranti per tutti i gusti, in più lo Space Cinema, udite-udite, fa parte di un progetto che si occupa di promuovere e diffondere l’integrazione sociale, agendo sul comune di appartenenza, quindi biglietto gratuito per gli spettatori in carrozzina e per i loro accompagnatori.👏👏👏👏

Sala pulitissima raggiunta senza difficoltà, acustica perfetta e immagini sensazionali hanno reso il nostro pomeriggio veramente  indimenticabile.
Ma torniamo al nostro film perché  devo ammettere che la Disney si è superata con una grafica pazzesca, le voci di Elisa e Marco Mengoni con la loro potenza bucano gli schermi, la trama resta identica al famoso cartone animato del 1994, protagonista Simba, cucciolo testardo e determinato dopo aver smarrito se stesso ed essere stato colpevolizzato dallo zio Scar per la morte del padre Mufasa inizia il viaggio nella giungla abbandonando il branco.

Il suo incontro con Pumba e Timon lo fanno crescere totalmente spensierato a suon di “Hakuna Matata” dimenticando le sue origini fino al raggiungimento di Nola (futura sposa) che lo riporta nelle terre del branco per sconfiggere lo zio malvagio e riportare l’equilibrio nel cerchio della vita – E’ il cerchio della vita, ciò che ci muove attraverso la disperazione e la speranza, attraverso la fede e l’amore -.
Da non perdere assolutamente!

Daniela Crea

Agosto è arrivato e per i più fortunati si aprono le porte delle seconde case, quelle in montagna o al mare, dedicate al riposo assoluto, quelle spartane o super lussuose da far schiattare di invidia gli amici e parenti!

Se appartenete alla categoria dei monocasa, coraggio potrebbe arrivare insperato un invito a trascorrere il fine settimana di ferragosto a casa di un amico dotato di casa al mare; oppure magari ve l’ha detto a marzo, così tra un “ci vediamo finalmente!” ed un “organizziamo qualcosa” all’uscita dal supermercato stracolmo dopo la spesa del sabato pomeriggio. Non è il caso di fare i timidi, presentatevi a sorpresa dalla mattina ricordando loro l’invito lanciato 6 mesi prima che, si sa, non cade mai in prescrizione!

Scherzi a parte care amiche, è successo a tutte di scontrarsi prima o poi con la mancanza o poca di educazione degli altri, ancora oggi temo le visite a sorpresa (forse perché la mia casa non è mai ordinata)…. infatti ho il video citofono, anche se la macchina parcheggiata sotto casa è difficile da spiegare!
Con mia grande sorpresa ho scoperto che esiste un “galateo dell’ospite” ossia piccole e semplici regole che ci consentono alla nostra partenza di essere rimpianti dai padroni di casa. Daniela Mastromattei sul giornale “Libero quotidiano” ci dà delle regole da seguire e le suddivide in 5 sezioni: L’arrivo, le camere, gli abiti, la conversazione, in barca.
Se arrivate in treno alla stazione è buona abitudine chiamare un taxi che vi porterà alla casa dei vostri amici, non pretendete né chiedete di essere accolti alla stazione, già vi ospitano quindi spendere per il taxi è il minimo. Se invece arrivate in auto calcolate bene i tempi ed avvisate per tempo su eventuali imprevisti e ritardi, a nessuno piace essere bloccato in casa per ore in attesa dell’arrivo dell’ospite. Portate una sola valigia, il set completo firmato farebbe sicuramente un figurone, ma ingombrerebbe e non dovete necessariamente portare tutto il guardaroba.

Cercate di adeguare il vostro abbigliamento a quello dei padroni di casa, sarebbe del tutto fuori luogo pranzare in abito lungo con accanto persone in tuta. Mai e poi mai girare in biancheria, se non addirittura nudi! Per colazione presentatevi puntuali e vestiti, ovviamente non in pigiama, e per pranzo mai in costume, ci si cambia in camera senza rischiare di bagnare la seduta della padrona di casa. Non riempitevi il piatto a dismisura e non chiedete il bis, santo cielo un po’ di moderazione!

Un discorso a parte merita il bagno, non occupate tutte le mensole con le vostre cose, procuratevi un necessaire con l’indispensabile che lascerete in camera. La tavoletta del water va abbassata, il bagno lasciato in ordine senza che sembri sia passato un uragano! Se usate un rossetto sgargiante usate la carta igienica senza imbrattare l’asciugamano. La camera che vi viene assegnata deve essere lasciata in ordine durante il giorno, si deve rifare il letto e non lasciare vestiti e biancheria in giro. Non entrate nelle camere dei padroni di casa e soprattutto non rovistate nei cassetti.
Durante le conversazioni mantenete un tono cortese e non aggressivo, non offendete chi non la pensa come voi con un tono di superiorità, ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione; siate disposti ad affrontare qualsiasi argomento, da evitare le barzellette osé e parlare di soldi.

Le telefonate personali si svolgeranno lontano dal luogo della conversazione.
In barca una sacca di tela andrà benissimo perché occorre un bagaglio ultra leggero, niente tacchi a spillo o creme super ungenti. Chiedete il permesso prima di fare la doccia e al solito cambiate il costume bagnato prima di sedervi a pranzare o a cenare.
Ovviamente prima di andare via inviterete a cena in un ristorante i vostri amici che vi hanno ospitato e lascerete un bigliettino di ringraziamento alla padrona di casa con una piccola pianta.

 

Articolo a cura di Daniela Crea fashion blogger di vita da mamma versione special

Storie di Napoli

La scelta di fare un figlio…

 

Ho scoperto di essere incinta.
Una bellissima notizia. Anche se abbiamo un lavoro precario e abbiamo le ansie di tutta la nostra generazione addosso…come faremo? Siamo pazzi a farlo? Riusciremo a mantenerci? Ad assicurargli il giusto?
I miei genitori prima di concepirmi avevano conquistato il “posto”, due stipendi dignitosi. Forse per quella generazione avere un figlio era considerata in qualche misura una normalizzazione. Sono stato giovane, adesso lavoro, mi sistemo e metto su famiglia.
La scelta di fare un figlio per la nostra generazione è invece un NO.
Molti ci arrivano tardissimo, altri frustrati dalla mancanza di un posto sicuro si sono sentiti responsabilmente di non scegliere di farlo. Per noi che a 25 anni iniziamo a rigirarci nel letto, in ansia, guardandoci nella nostra stanza presa in affitto cercandoci di immaginare di li a dieci, quindici anni, dove saremo…un figlio!?
Noi abbiamo pensato che non è giusto che questo mondo che ha incominciato a far girare indietro le lancette della storia ci tolga anche questa gioia e lo abbiamo voluto tenere. A Napoli anche le famiglie più popolari con mille sacrifici cercano di essere seguiti da ginecologi privati e partorire in una “Villa”, una clinica privata.
Chiacchiere in sala d’aspetto e forum online ci parlano di un mercato: 150 euro a visita, 100 euro per le ecografie, anche 3.500 per il parto con il “tuo dottore”.
Quando abbiamo detto alle nostre famiglie che saremmo andati all’ospedale pubblico c’era una certa apprensione, sempre a fare “i comunisti”, riusciamo ad andare dal ginecologo privato, non preoccupatevi…
Noi scegliamo l’ospedale, è più sicuro, è pubblico.
Il primo giorno tra code per pagare e code all’ambulatorio aspettiamo quattro ore.
Uno spaccato di società devastata. Un solo esempio: c’è una ragazzina di 17 anni alla seconda gravidanza. ha contratto la toxoplasmosi, una malattia molto pericolosa in gravidanza… ma a 17 anni, già mamma, come si fa a portare avanti una gravidanza in maniera responsabile? si vede che ha lasciato la scuola, è accompagnata da un’amichetta più piccola di lei.
E col cazzo che si può dire che “se l’è cercata”.
Una ragazzina con 0 strumenti, culturali, economici, sociali è una sconfitta di tutta questa società.
Chiacchieriamo con un’operatrice di Emergency che accompagna una donna immigrata con una gravidanza a rischio. Lei non è di Napoli ed è sconvolta che qui non si sia seguiti dai consultori territoriali e si ingolfi così l’ospedale (al consultorio io ci sono andata ma purtroppo non c’è l’opportunità di fare alcune analisi fondamentali, quindi alla fine scegli di iniziare e finire il percorso in un’altra struttura).
In sala d’aspetto una ragazza racconta che deve fare controlli approfonditi perchè nella sua famiglia ci sono malattie genetiche gravi, una signora dice che in tv si vedono tanti down che lavorano e sono felici, nel caso dovrebbe tenerlo, che una vita è un dono di dio.
la ragazza sa cosa significa dover crescere con un handicap grave in questa società la manda prontamente a fare in culo.
Ogni tanto passa una donna in lacrime, sorretta da un compagno o sola. Più su, nello stesso edificio, si fanno le interruzioni volontarie di gravidanza e gli aborti terapeutici.
Mentre tra di noi ci diciamo che è davvero un po’ sadico che chi ha scelto o è stato costretto a interrompere la gravidanza debba passare in mezzo a donne incinte e felici, si apre l’ascensore.
Sullo specchio c’è una scritta enorme, ingiuriosa e fanatica.
In quel momento non penso più a me e a quello che devo fare ma penso che nessuna, nemmeno una sola donna che vuole o deve interrompere la gravidanza deve essere costretta a leggere quella cattiveria. Non siamo dei campioni di altruismo, dei supereroi, ma gli anni di militanza ci hanno abituato a far scattare un automatismo: dove c’è un’ingiustizia, anche piccola, una sofferenza inferta da un meccanismo di potere, dobbiamo cercare sempre di fare qualcosa.
Sono abbastanza certa che l’abbia scritto qualcuno che lavora qui.
La percentuale di medici obiettori in Campania è altissima e il fastidio che creo quando vado a dire all’addetto alle pulizie e al personale nel gabbiotto all’ingresso che quella scritta va cancellata conferma quest’impressione.
Mi dicono che un’altra ragazza quella mattina l’ha segnalata, mi dicono che non si cancella, che ci hanno già provato, che tanto la riscrivono, che ci sono scritte del genere dappertutto, che “non lo sapete come vanno le cose”, e poi iniziano… ci sono quelle che abortiscono 4-5 volte. insomma giustificano la scritta.
Insisto, dico che è un ospedale pubblico e che non è accettabile ed è grave anche se loro non se ne vogliono accorgere, anche se per loro “è normale”.
Dicono che scriveranno alla direzione generale per farlo presente…
E allora proviamo col vecchio trucco, gli dico di non preoccuparsi che farò una foto e avvertirò una mia amica che scrive su la repubblica (in realtà penso di andarla a cancellare io e di scriverlo alla pagina dell’ Ex Opg).
Ci credono, evidentemente, perchè appena mi giro li vedo correre a cancellarla.
Alla seconda e alla terza visita, subito dopo aver preso il mio numero, vado a dare un’occhiata in ascensore. quello specchio pulito mi strappa un sorriso.

 

Fonte Facebook 

❤SAI CHI SIAMO? 💙

Se ci incontri per strada o in locale pubblico, ci riconosci?

Siamo le mamme che, entrando in un bar, controllano tutte le vie di fuga e scelgono sempre il tavolo d’angolo.

Siamo le mamme che, sedute sul bordo della sedia e con la borsa in braccio, non tolgono mai il giubbotto, vigili e pronte ad acchiappare il fuggitivo o ad alzarsi non appena la situazione al tavolo diventa rovente.

Siamo le mamme che sorridono sempre, ma, se ci togli gli occhiali da sole, vedrai che spesso il sorriso non arriva agli occhi.

Siamo le mamme che mediano tra il mondo ed il figlio, quelle che spiegano senza difficoltà che il bambino non è maleducato o antipatico, è solo diverso.

Siamo le mamme che all’inizio, in tempi non sospetti, venivano accusate di essere delle pazze visionarie perché “il bambino non ha assolutamente nulla”.

Siamo le mamme che, sedute su una sedia in una stanzetta di ospedale, sperano che il figlio sia sordo, perché meglio quello dell’altro mostro che si profila all’orizzonte.

Siamo le mamme che consolano i parenti quando si comunica la diagnosi.

Siamo le mamme che spiegano che quella del ragazzo è una condizione, non una malattia e quindi non si guarisce.

Siamo le mamme che piangono nella doccia per non far preoccupare i famigliari.

Siamo le mamme che, sedute per ore sui divani rossi delle sale d’attesa, sperano in un futuro più lieve.

Siamo le mamme che devono spiegare ai fratelli che, in caso di pericolo, non devono inseguire il fratello e mettersi in situazione di pericolo, ma lasciare che ci pensino gli adulti.

Siamo le mamme che al supermercato vengono rimbrottate perché il figlio sta nel carrello e che gentilmente provano a spiegare che toglierlo da quel contenitore sicuro potrebbe essere molto più pericoloso per lui.

Siamo le mamme che gioiscono per i progressi degli altri bimbi perché ogni miglioramento è una speranza di crescita anche per i nostri.

Siamo le mamme che spesso sdrammatizzano per non far vedere il peso nel loro cuore.

Siamo le mamme che soffrono quando vedono i coetanei scattare in avanti verso il loro futuro, mentre i nostri figli restano sempre più soli.

Siamo le mamme che vengono cacciate dalla messa perché le stereotipie vocali del bambino disturbano.

Siamo le mamme che vedono genitori allontanare i propri figli dai nostri perché tutto quel movimento di mani e le urla spaventano gli implumi pargoli neurotipici.

Siamo le mamme i cui figli vengono guardati con ribrezzo da coloro che due secondi prima versavano amorevolmente l’acqua nella ciotola del cane portato in gita al monastero.

Siamo le mamme che soffrono quando il comportamento del figlio mette in crisi altre persone, dispiaciute per i nostri ragazzi, per i figli degli altri, per il mondo che non sa ancora capire quanta bellezza c’è in loro.

Siamo le mamme che non si arrendono mai, pronte a bussare a tutte le porte del mondo per più ore di terapia, di sostegno, di educativo.

Siamo le mamme che trascorrono le notti in bianco mentre i nostri bambini ridono alla luna e cercano di acchiappare la polvere che filtra dalla finestra.

Siamo le mamme fanno testamento già in giovane età perché quello che verrà dopo di noi è un chiodo fisso.

Siamo le mamme che tremano ogni volta che devono affidare i propri figli a qualcun altro perché solo noi li conosciamo veramente.

Siamo le mamme che parlano da pari con i terapisti perché attivamente coinvolte nell’abilitazione dei figli.

Siamo le mamme che tifano per i loro figli come se ogni giorno giocassero la finale dei Mondiali di calcio.

Siamo le mamme che “è colpa del vaccino”.

Siamo le mamme che “non è colpa del vaccino”.

Siamo le mamme che “la Cease therapy funziona”.

Siamo le mamme che “aiutati che il ciel t’aiuta”.

Siamo le mamme che “Non lo so… ormai ha già 7 anni e se non ha parlato finora…”

Siamo le mamme che “Il 2 Aprile è tutto l’anno”.

Siamo le mamme che ciclicamente vengono tacciate di essere fredde, così gelide da bloccare l’emotività e lo sviluppo delle loro creature.

Siamo le mamme più belle poiché siamo fate.

Siamo le mamme degli extraterrestri.

Siamo le mamme che scavalcano i muri per arrivare ai figli.

Siamo le mamme che dipingono un cuore su una bolla.

Siamo le mamme che sorridono, piangono, dormono, respirano, mangiano, lavorano come tutti ma hanno un principe o una principessa che occupa costantemente i loro pensieri.

Siamo le mamme con grandi cuori di cristallo blu.

Siamo le mamme “autistiche”.

❤Dal web

Addio a Russi Taylor, la voce di Minnie. Taylor aveva 75 anni. “Minnie Mouse ha perso la sua voce con la scomparsa di Russi Taylor “(doppiatore di Topolino) con il quale era felicemente sposata.

La doppiatrice ricordava: “Disney mi aveva chiesto: ‘Cosa vuoi fare da grande?’ E io avevo risposto: ‘Lavorare per te'”. Ma alla Disney Russi Taylor non aveva trovato solo un lavoro, ma anche l’amore. La doppiatrice infatti aveva conosciuto e poi sposato Wayne Allwine, che ha prestato la sua voce a Topolino dal 1977 fino alla sua morte nel 2009. Russi Taylor intervistata era solita dire: “Non ho mai voluto essere famosa. I personaggi che faccio lo sono e per me basta così”.

Ricordando una delle frasi più celebri Disney:
“Se ci credi lo puoi fare”

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un articolo davvero pessimo di una testata giornalistica anche importante, riportava a caratteri cubitali “sono una prostituta per disabili” al suo interno trattava la tematica del love-giver.

Quale messaggio più sbagliato?

Per l’ennesima volta si stava sfruttando la disabilità per fare clamore su una tematica che con la prostituzione non c’entra davvero nulla! Così ho scelto a campione qualche gruppo nei diversi social (*gruppi inerenti alla disabilità) per testare la conoscenza di questa figura, il mio quesito è stato “love-giver favorevoli o contrari” il 50% delle persone non sapevano di cosa stessi parlando, il 40% che conosceva la figura ha risposto favorevole il 10% contrario.
Un dato da non sottovalutare, per questo ho deciso di contattare l’O.E.A.S. OPERATORE ALL’EMOTIVITÀ, ALL’AFFETTIVITÀ E ALLA SESSUALITA
SITO UFFICIALE DELLA FIGURA EVOLUTA DELL’ASSISTENTE SESSUALE CREATA DAL COMITATO LOVEGIVER. (Associazione ONLUS riconosciuta dalla Regione Emilia – Romagna) i quali hanno offerto da subito la massima disponibilità per trattare nei giusti termini la tematica.
(Sito ufficiale)

Ho raccolto per voi la testimonianza di Anna Pierobon, operatrice all’emotivita’.

Quando mi chiedono  “Come sei finita a candidarti per diventare Operatore all’Emotività Affettività e Sessualità? E che c’entra con la fotografia?”, mi viene sempre da sorridere. Forse non sono mai stata portata per i percorsi “lineari” e non trovo nulla di strano nel mettere assieme interessi anche molto diversi nel proprio quotidiano.

Che cos’è un OEAS? Un operatore che attraverso la sua professionalità supporta le persone diversamente abili a sperimentare l’erotismo e la sessualità. Questo operatore, formato da un punto di vista teorico e psicocorporeo sui temi della sessualità, permette di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale e/o sessuale. Lo fa studiando assieme ad un team di specialisti il percorso più idoneo per ogni persona, col fine di formulare un ciclo di incontri che miri a fornire alla persona una nuova consapevolezza ed autonomia (rispettando le limitazioni che ogni disabilità può portare con sè).  Alla base di tutto c’è il presupposto che la salute sessuale sia parte della salute della persona. Di qualsiasi persona.

Molto spesso chi ha una disabilità invece viene percepito come assessuato, o si pensa che la sua salute sessuale sia meno rilevante rispetto ad altre problematiche causate dalla sua disabilità. Una frase tipica che mi sono sentita dire più volte è: “Ma in Italia abbiamo ancora le barriere architettoniche, cosa vuoi che andiamo ad occuparci anche di queste cose!”. Come se si potesse fare solo una cosa buona alla volta!

Sono sempre stata testarda, e ho sempre avuto una propensione per le battaglie sociali, quindi quando ho conosciuto il progetto del Comitato Lovegiver, in qualche modo mi ci sono riconosciuta.

Prima inviare la candidatura per il corso di formazione per OEAS, ho aspettato 3 mesi per riflettere se stessi facendo la cosa giusta, e soprattutto se ne fossi all’altezza.

Non avevo esperienza col mondo della disabilità. Ho una laurea triennale in filosofia, una magistrale interrotta a 5 esami dalla fine perchè nel frattempo la fotografia aveva assorbito la mia vita ed era la strada che volevo seguire. Lavoro come fotografa da 6 anni, sono una libera professionista e mi considero fortunata e grata di poter vivere con questo lavoro.

Allora perchè mettersi in gioco con un progetto decisamente sperimentale, incerto, contestato, e anche molto impegnativo? Tutto parte da un presupposto molto semplice per me: ognuno nella propria vita dovrebbe impegnarsi in qualcosa che vada oltre sè stesso.

Credo sia un dovere che abbiamo verso l’umanità a cui apparteniamo e più in generale verso il luogo che ci ospita, questo pianeta. E ognuno secondo le proprie inclinazioni e possibilità può decidere in cosa impegnarsi. Non è una questione di essere “bravi” o dover ringraziare qualcosa o qualcuno. Credo sia semplicemente “rispetto”.

Ho la fortuna di aver avuto una formazione laica e di aver sempre avuto un buon rapporto con la sessualità. Per un periodo in un precedente lavoro mi sono occupata di benessere sessuale, prevenzione e informazione legate alla sfera della sessualità, soprattutto al femminile. Quindi, quando casualmente sono venuta a conoscenza di quello che il comitato Lovegiver stava proponendo in Italia, ho pensato che avrei potuto impegnarmi nel sostenere, anche attivamente, il riconoscimento di questa figura professionale che ad oggi, per come è stata pensata dal Comitato, non è presente in nessun altro paese al mondo.

In alcuni paesi d’Europa esiste da tanti anni la figura dell’assistente sessuale. Spesso si tratta di paesi dove la regolamentazione in materia “sex working” è già effettiva sul piano legislativo, dunque definire e riconoscere il ruolo di un professionista che si occupasse della sfera sessuale delle persone con disabilità è stato più semplice.

Qui in Italia la situazione è molto diversa. Non voglio addentrarmi in materia di regolamentazione della prostituzione, anche se a mio avviso sarebbe assolutamente necessario affrontare la questione con meno ipocrisie e più tutele, ma quello per cui il comitato Lovegiver da anni si batte è qualcosa di molto diverso dal mondo della prostituzione. A partire dalla finalità, che è di supporto e aiuto nel fornire strumenti che permettano alla persona di sviluppare una propria autonomia. Molto diverso quindi dal rapporto di fidelizzazione col cliente a cui mira un sexworker e dal concetto di “prestazione dietro compenso“.

La figura dell’OEAS inoltre segue una scrupolosa formazione, che segue alla selezione dei candidati sulla base di test psicologici e colloqui con specialisti per verificare non solo le conoscenze del candidato, ma anche le sue motivazioni, il suo rapporto con il mondo della disabilità, il suo livello di empatia.

La formazione si avvale di un team di professionisti (medici, avvocati, educatori) ed è coordinata dal presidente Maximiliano Ulivieri col supporto del Prof. Quattrini, Psicologo, psicoterapeuta, sessuologo, docente universitari. In tutto 200 ore di corso e 100 di tirocinio (che io sto ancora seguendo).

I miei compagni di corso sono uomini e donne di tutte le età e provenienze dal territorio nazionale. Abbiamo orientamenti sessuali, estrazioni sociali, professioni diverse, alcuni di noi lavorano già con la disabilità. Siamo accomunati dal credere fortemente in questo progetto e dal volerlo costruire passo dopo passo.

In questi anni il comitato Lovegiver e tutte le straordinarie persone che ne fanno parte, si è impegnato in conferenze, dibattiti, ha pubblicato un libro, è stato presente in radio e televisioni, per spiegare cosa questa figura dell’OEAS sia. Ogni volta che mi è capitato di confrontarmi con persone che vivono quotidianamente il mondo della disabilità, mi è servito per raccogliere le loro storie (spesso di sofferenza e solitudine) e confrontarmi sul mio percorso. Come tutte le “nuove strade” non sappiamo nemmeno noi esattamente dove ci condurrà, e trattandosi di un tema molto delicato bisogna avere ancora più rispetto e capacità di ascolto per correggere eventualmente la rotta.

Ho letto accuse e critiche di vario genere sul tema, alcune sono arrivate anche direttamente a me. Molte scaturiscono dall’ignoranza, molte dall’assenza di empatia.

Non è facile immaginare come sia la vita di una persona che ha una disabilità, anche perché i tipi di disabilità sono molti e diversi tra loro e si intersecano con le storie personali di ognuno.

Non esistono soluzioni perfette a problemi tanto complessi e tanto grandi. Non esiste un solo punto di vista, non esiste un “giusto” e “sbagliato” che valga per tutti. Ma è evidente come il tema della sessualità sia per molti ancora un tabù. E anche quello  della disabilità spesso lo è. Quando si uniscono le due cose si crea un tabù ancora più grande e la soluzione più facile spesso è non vedere.

Se il problema non tocca direttamente è facile, le sofferenze altrui spesso ci colpiscono giusto i 60 secondi di uno spot pietistico che passa in televisione. Fortunatamente parlando con tantissime persone che ignoravano l’argomento, dopo aver spiegato di cosa si trattasse e quali fossero le problematiche reali, quasi tutti si sono dimostrati interessati, colpiti, mi hanno chiesto di saperne di più. Questo per me è già un risultato, rendere visibile un dolore invisibile e farlo in modo concreto, sapendo di cosa parlo e avendo alle mie spalle delle persone qualificate che si stanno occupando della mia formazione.

Le critiche non mi hanno mai spaventata, semmai stimolano. Ho l’appoggio delle persone che per me contano e quindi le offese gratuite che piovono da chi non ha tempo per pensare prima di parlare, non mi fanno effetto. Accolgo invece gli spunti di riflessione, i punti di vista, qualsiasi cosa possa aiutare a crescere e portare avanti un’idea.

Mi muovo in questo campo tanto delicato cercando sempre di avere rispetto e cura. La strada davanti è complessa, i cambiamenti sociali in Italia richiedono spesso tempo e impegno per far capire la necessità da cui scaturiscono. Purtroppo i pregiudizi sono pesanti, l’educazione sessuale nel nostro paese è carente, nonostante l’apparenza di modernità e possibilità di conoscenza che sono offerte oggi.

Ecco perchè c’è bisogno anche di persone che si espongano, che portino avanti un’idea anche pubblicamente, parlandone e stimolando un dialogo.

Anna Pierobon contatti

Ringrazio Anna per il suo racconto e vi invito a contattare l’associazione per qualsiasi dubbio o perplessità.

Cosa mangiare: prima, durante e dopo la gravidanza.

 

L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale per la gravidanza anche se spesso è difficile seguire una sana alimentazione, vi propongo tre facili schemi da seguire, una linea guida per mangiare bene, due volte meglio e rimettersi in forza.

Vorrei essere mamma.
Per preparare il corpo ad accogliere una nuova vita è importante:

1) controllare il peso, se sovrappeso o sottopeso rivolgersi ad un nutrizionista per avere consigli mirati

2) aumentare il consumo di frutta e verdura

3) introdurre 2-3 porzioni di pesce alla settimana

4) scegliere i cereali a basso indice glicemico

5) evitare il cibo ad alta densità energetica ma basso contenuto nutrizionale (es. dolci, patatine, caramelle…)

6) evitare le bevande alcoliche

7) ridurre il consumo di caffeina (consentite 2 tazze al giorno)

8) evitare bibite gassate o dolcificante che contengono caffeina

9) smettere di fumare

10) iniziare ad assumere un supplemento multivitaminico che contenga acido folico

Suddividere i pasti con due principali e due spuntini (mangiare ogni 3 ore evita lo sbalzo glicemico, aiuta il metabolismo a funzionare meglio e soprattutto ci permette di avere sempre alte energie e concentrazione).

Verdura: 2 porzioni al giorno, privilegiare quelle di colore giallo-arancio e a foglia verde scuro.
Frutta: 2 porzioni al giorno, privilegiare quelle di colore giallo-arancio
Cereali: ad ogni pasto, privilegiare quelli a basso indice glicemico come farro, orzo, riso basmati e kamut.
Olio extravergine di oliva: usare preferibilmente a crudo 5/6 cucchiai al giorno
Latte e yogurt: 1-2 porzioni al giorno a ridotto contenuto di grassi
Pesce: 2-3 porzioni a settimana da preferire il pesce azzurro ricco di Omega 3
Legumi: 2-3 porzioni a settimana
Carni bianche: 2 porzioni a settimana
Uova: 2 a settimana
Formaggi: 2 porzioni a settimana
Carni rosse: 2 porzioni a settimana
Dolci: 2 volte a settimana!

È importante variare sempre l’alimentazione, per riuscire in questo potete aiutarvi con l’aiuto di un diario alimentare.

Sarò mamma.
Appena il test è positivo non bisogna mangiare per due, bensì due volte meglio, quindi innanzitutto devi ricordarti:

1) Evitare alimenti crudi o poco cotti (latte non pastorizzato, carne e pesce crudi o affumicati, uova)

2) evitare alcolici

3) scegliere i cereali a basso indice glicemico

4) evitare il cibo ad alta densità energetica ma basso contenuto nutrizionale (es. dolci, patatine, caramelle…)

5) evitare bibite gassate, zuccherate d nervi e

6) evitare formaggi a crosta fiorita (Brie, Camembert…)

7) evitare carne cruda

8) scegliere cereali a basso indice glicemico

9) Lavare bene frutta e verdura prima del consumo

10) Assumere acido folico

Soprattutto nelle prime settimane le nausee potrebbero essere protagoniste delle vostre giornate quindi vi consiglio di assumere piccoli pasti più volte al giorno da prediligere piccoli snack salati e azzerare totalmente i dolci per evitare l’aumentare delle stesse. Ma vediadiamo nel dettaglio.

Cereali: ad ogni pasto privilegiare quelli a basso indice glicemico.
Verdura: 2-3 porzioni al giorno, privilegiare quelle a foglia verde scuro
Frutta: 2 porzioni al giorno lontana dai pasti principali.
Olio extravergine d’oliva: 4 cucchiai al giorno
Latte e yogurt: 2-3 porzioni al giorno (in caso di nausee evitate lo yogurt)
Frutta a guscio: 3 noci al giorno
Legumi: 3 porzioni a settimana
Pesce: 2 porzioni a settimana
Carni bianche: 3 porzioni a settimana (soprattutto tacchino ricco di ferro)
Formaggi: 2-3 porzioni a settimana (magri)
Uova: 2 a settimana
Carni rosse: 2 porzioni a settimana
Dolci: 1 volta a settimana!

Anche in questa fase è molto utile un diario alimentare che vi aiuti ad alternare l’alimentazione.

Sono mamma.
Ora che sei mamma invece devi recuperare le tue forze, l’allattamento è stancante e in questa fase ti consiglio di bere di più dei due litri d’acqua al giorno raccomandati, se riesci prova 3 litri, ricorda sempre:

1) lavare accuratamente frutta e verdura

2) preferire cottura al vapore

3) non saltare mai i pasti

4) bere più di due litri di acqua al giorno

5) evitare alcolici

6) non fumare

7) evitare caffeina

8) evitare alimenti allergizzanti: cacao, formaggi fermentati, crostacei, molluschi, ciliege, pesche

9) escludi cibi che possono dare sapore particolare al latte.

10) prima di assumere qualsiasi farmaco consulta sempre il medico.

Il consumo di alimenti torna identico a quello prima della gravidanza con l’eccezione dell’acqua.
L’idratazione è importante in tutte e tre le fasi e si consiglia di bere ogni giorno 2 litri di acqua al giorno.
Prima di iniziare una dieta o un cambio alimentare è importante sentire sempre il proprio medico di fiducia.