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Nome: Franca De Padova
Lavoro: Tempo Pieno
segno zodiacale: ARIETE
Mamma Special di: Angelo e Chiara
Sogno nel cassetto: Realizzare i Sogni dei Miei Figli
MOTTO: Amare per Vivere!

Franca una donna molto attiva nel sociale, lotta al fianco della figlia e tutte le famiglie che spesso si arrendono di fronte ostacoli insormontabili come quelli di una società di paese, quel tipo di società che ostacola il vivere sereno, una donna e una mamma altruista, solare e piena di energie sempre pronta ad aiutare.

Adesso ti trovi una strada spianata e insieme a Chiara hai raccolto molti frutti, alberi coltivati con gli anni passati, spesso lentamente, tra mille difficoltà. Come sono stati i primi anni di vita con Chiara? Quali le difficoltà che ancora oggi incontri?
Difficili
Intensi
Ma Belli pieni di Emozioni e Amore.

Quali le difficoltà che ancora oggi incontri?
Solo istituzionali!

Oggi Chiara ha 16 anni e una carriera sportiva importante da fantina corre vincendo medaglie su medaglie assieme a Leone com’è nata questa passione?
È nata strada facendo provando e riprovando molte strade…
Non ho mai considerato mia figlia in quella fascia sociale che brutalmente e Ignorantemente l’ha chiamata handicappata
Durante il percorso della nostra vita mi sono resa conto che le difficoltà non erano di mia figlia ma bensì di chi copriva ruoli senza avere competenze e passione, ma io, non mi sono mai arresa, anzi ho sempre cercato professionisti che riuscissero a trasmettere Passione e Amore.


NON È STATO FACILE E NON LO SARÀ. Chiara non fa Equitazione e Judo tanto per, assolutamente, lei ama e svolge con passione le due discipline sportive grazie alle bravura dei suoi istruttori: Claudia Antonelli e Alessandro Falchi.

Chiara è una ragazza molto intelligente, dolce e piena di vita, come ogni adolescente sta vivendo una fase di cambiamento e crescita, da mamma come pensi stia vivendo questa fase, con un cromosoma in più?
Stiamo crescendo tutti insieme.. Lei conosce il suo cromosoma e sa che ognuno di noi ha il suo numero di cromosomi e che dalla vita lei ne ha avuto uno in più, dice di amarlo e se lo è fatto amico. Ribadisco che nulla è stato facile e mai lo sarà ma se con grande semplicità ognuno di noi si accetta per quello che è il problema non esiste. Questo ho insegnato e insegno a mia figlia.

Chiara per diversi anni ha usufruito della delfino terapia, CONOSCIUTA anche come Dolphin Assisted Therapy, la delfinoterapia è l’ultima frontiera della pet teraphy, la terapia riabilitativa che si basa sugli effetti benefici che deriverebbero dalla relazione tra il paziente e gli animali.
Dove nasce la delfinoterapia.
Teorizzata e applicata per la prima volta da David Nathanson e Betsy Smith, docenti presso la Florida International University di Miami, la delfinoterapia ha visto la luce negli anni ’70. A introdurre questo nuovo approccio terapeutico in Italia è stata l’Associazione Arion, che ha sperimentato la terapia con i delfini al Delfinario di Rimini nel 1993. 
Perché proprio i delfini? 
Si tratta di mammiferi dotati di un’intelligenza addirittura superiore a quella degli scimpanzé. Sono infatti provvisti di intelligenza sociale, capacità di utilizzare strumenti, risolvere problemi particolari e trasmettere i caratteri culturali acquisiti. Non solo. Alcuni studi confermano persino la possibilità che i delfini abbiano una coscienza e una autocoscienza (a quanto pare si riconoscono allo specchio) e sono dotati di un tasso di encefalizzazione (ovvero il rapporto tra il peso del cervello e il peso del corpo) secondo solo a quello umano. Inoltre i delfini hanno una neocorteccia  –  sede delle capacità cognitive superiori – molto complessa e sviluppata.
Come funziona. Con l’aiuto dei delfini i pazienti svilupperebbero meglio la parte del cervello deputata alla comunicazione all’area affettiva. In particolare la delfinoterapia ha avuto alcuni riscontri positivi in casi di bambini affetti da disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, da autismo, sindrome di Down, problemi di concentrazione o apprendimento. Ma non solo. Questa particolare branca terapeutica è ritenuta utile anche nei casi di riabilitazione motoria: i pazienti che nuotano con i delfini paiono risolvere più velocemente problemi di deambulazione, problemi di coordinazione e armonia del movimento, casi di disagio motorio post operatorio. 
Nonostante sono stati certificati e documentati numerosi benefici non sono mancate le polemiche e azioni degli attivisti al punto che da qualche mese una sentenza del TAR del Lazio ha bloccato questo progetto riabilitativo. Tu insieme a Chiara e tutti coloro che lavorano ma soprattutto credono dell’importanza di questa terapia avete aperto una petizione (Clicca e firma la petizione) per fare in modo che venga ripristinata. 

 

Come si svolgeva questa terapia e quali sensazioni riusciva a trasmettere?
I Delfini Sono Anime che trasmettono energia positiva e interagiscono con noi in un modo meraviglioso.. La Terapia è una crescita davvero fuori dai Limiti.. È una, carica positiva sia psicologica che fisica é uno scambio d’Amore é tutto.. Per comprendere si deve provare… I LORO INCONTRI VALGONO
ANNI DI TERAPIA E
DESCRIVERLI È DIFFICILE.. SONO EMOZIONI CHE ATTRAVERSANO ANIMA CUORE CORPO.

Progetti?
Non posso farli, ogni giorno va vissuto con passione, forza e determinazione sono i pilastri del risultato di ore di Sport e medaglie vinte con orgoglio che costruiscono il nostro futuro.

Quale messaggio vuoi lasciare alle famiglie dei disabili?
NON SENTIRSI M AI INFERIORI.. VIVERE CON GRANDE ORGOGLIO.. E AMARE SENZA LIMITI.

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Il nodo al lenzuolo

Alla riunione dei genitori di una scuola, la direttrice ha sottolineato il sostegno che i genitori devono dare ai figli.

Lei capiva che anche se la maggior parte dei genitori della comunità erano lavoratori, dovevano trovare un po ‘ di tempo da dedicare e passare con i bambini.

Tuttavia, la direttrice è stato sorpresa quando uno dei genitori si è alzato e ha spiegato, che non aveva tempo di parlare con suo figlio durante la settimana.

Quando usciva per lavorare era molto presto e suo figlio stava ancora dormendo e quando tornava dal lavoro era troppo tardi e il bambino era già a letto.

Ha spiegato inoltre, che doveva lavorare in quel modo per provvedere al sostentamento della famiglia.

Disse anche che il non avere tempo per suo figlio lo angosciava molto e cercava di sostituire quella mancanza dando un bacio tutte le notti quando arrivava a casa sua e affinché suo figlio sapesse che lui era andato in camera mentre dormiva, faceva un nodo nella Punta del lenzuolo.

Quando suo figlio si svegliava e vedeva il nodo, sapeva che suo padre era stato lì e l’aveva baciato.

Il nodo era il mezzo di comunicazione tra di loro.

La direttrice si emozionó con quella singolare storia e si è stupita ancora di più quando ha constatato che il figlio di quell’uomo era uno dei migliori allievi della scuola.

Questo fatto ci fa riflettere sui tanti modi in cui le persone possono essere presenti e comunicare.

Quel padre ha trovato la sua forma, un modo semplice ma efficiente.

E la cosa più importante è che suo figlio percepiva attraverso il nodo, tutto l’affetto del suo papà. Semplici dettagli come un bacio e un nodo sulla punta di un lenzuolo, significavano per quel figlio, molto più di un sacco di regali o scuse vuote…

I PEGGIORI LAVORETTI DI MERDA DEI BAMBINI (buon rientro).

 

Il posacenere di creta. A confronto gli utensili dell’uomo di Neanderthal sembrano fatti da Richard e pure da Ginori. Sui pacchetti di sigarette bisognerebbe inserire l’effigie del posacenere di creta di merda, la sua bruttezza dissuaderebbe anche il più convinto tabagista.

Il Barattolo Montessoriano della calma. Semplice da fare, bello da vedere. Nella scala della difficoltà di Muciaccia qui stiamo a livello “adulti e bambini senza il pollice opponibile”. Basta un contenitore di vetro, dello shampoo, dell’acqua e fin qui tutto bene, poi arriva la questione glitter e paillettes. Il barattolo della calma di Mariuccia Nostra, va detto, evoca lo spirito del Gender, basta assemblarlo e il vostro figlio maschio sembrerà una via di mezzo tra Barbie Magie di Luce e la versione più sberluccichina della drag queen Natalia Per Strada. Comunque, nonostante abbia già lanciato un forum su facebook, mi resta un dubbio: esattamente nel barattolo della calma quando vanno aggiunte le gocce di Lexotan? Pare che anche Ferrero abbia fatto il suo barattolo della calma, è efficace pur creando assuefazione, ciccia e brufoli.

Il portachiavi in Das. Se lo porti in tasca la chiave lo graffia facendo polverizzare il suo materiale. Quando prendi le chiavi dalla tasca la mano diventa bianca di polvere. Nella migliore delle ipotesi fai la figura del giocatore incallito di biliardo. Se malauguratamente porti la mano in faccia, le maestre non ti riconsegnano il figlio all’uscita della scuola e chiamano i servizi sociali.

Le maracas con le bottiglie sonore. Questo è il lavoretto che fa per me. Intorno alla scrivania dell’ufficio, ma soprattutto intorno al mio letto ho tante bottiglie d’acqua che manco agli angoli delle strade estive di paese. Forse mi preparo a un’invasione notturna di cani piscioni o forse lo faccio per il brivido di svegliarmi urlando: “è arrivato l’invasor” ogni volta che la plastica fa il classico scatto esplosivo d’assestamento. Sarà per l’ispirazione bellica, ma alla fine le mie bottiglie sonore di merda assomigliano più a molotov per la guerriglia urbana che a maracas.

I pon pon di merda. Ogni casa di bambino che si rispetti prima o poi passa attraverso la corrente artistica del ponponisme. Fatto uno, un pon pon tira l’altro e in men che non si dica hai cappelli con pon pon, calze con pon pon, sciarpe con pon pon, code di gatto con pon pon, copriwater in pon pon, gonadi con pon pon.

I fermacarte in sasso del greto del torrente della Val di Susa (che nessuna impresa della TAV è in grado di trasportare). Per tradizione i sassi vengono verniciati con teste di gatto deformi. Visto che sulle nostre scrivanie la carta ha lasciato il posto a dispositivi elettronici, il masso è una specie di stele che ha il compito di ricordare al silicio di essere umile.

I sottopentola di mollette. Ho un serio problema con le mollette per i panni, con le mollette e con le grucce dei vestiti. Fino a poco tempo fa non mi era mai venuto in mente che si potessero acquistare, pensavo si tramandassero per via matrilineare, un po’ come il corredo. Per anni ho steso interi bucati con la forza pinzante di una sola molletta. Per anni ho riposto nell’armadio spaventapasseri di vestiti su un unico appendino. Comunque, tornando alle mollette, cresce in me la certezza che piuttosto di finire in quell’assemblaggio urrido che è un sottopentola dall’allure tirolose, esse preferiscano suicidarsi volando giù dalla finestra (vedi la prima legge fisica dell’economia domestica: per ogni bucato steso almeno quattro mollette si immolano alla forza di gravità).

Il semino nel cotone di merda. Tutti ad applaudire al piccolo germoglietto nel cotone e nemmeno un “brava!” a me per la serra di patate-baobab che coltivo diligentemente da anni nell’ultimo cassetto delle verdure in frigo. Anche quello è il miracolo della natura che si compie e lo rivendico con orgoglio.

La cornice di conchiglie. Il problema sta nelle conchiglie e le conchiglie vengono dal mare. Quest’estate Lorenzo me ne ha infilato un sacchetto a tradimento nella valigia, a fine vacanza. Peccato che ci avesse lasciato dentro i paguri, vivi. Al rientro a Torino, la mia valigia sembrava la rete di Padron “Ntoni dei Malavoglia, c’ho messo una settimana a bonificarla.

Questo post è sponsorizzato dal Fronte per la Disinfestazione dai Lavoretti di Merda. Firma anche tu per un anno meno creativo, ma esteticamente più accettabile.

Di Enrica Tesio

Eccoci al primo appuntamento di RecicliAmo #stopsingleuseplastic oggi vi mostrerò com’è semplice dare nuova vita alle buste di plastica. Sicuramente in casa tutti avete quella che io chiamo la busta regina ⬇️

La busta piena di buste 😆.

Ebbene da queste buste possiamo ricavare delle shopper pratiche, comode e resistenti in qualsiasi formato sia maxi per la spesa che piccoline, utili sigillare la merenda dei nostri bambini.

Occorrente:

– 4 buste di plastica

– 2 fogli di carta forno

– ferro da stiro

 

Prendete la busta di plastica e tagliate il fondo e i manici

Aprire la busta e appiattitela bene senza pieghe su un foglio di carta forno, ripetete lo stesso procedimento con la seconda busta e sovrapponetele aggiungendo sopra l’altro foglio di carta forno.

Passate sopra il ferro da stiro (mi raccomando la temperatura dev’essere media e senza vapore) basteranno 15 secondi sopra, poi capovolgete e 15 secondi sotto.

Cercate di stare attente a non uscire dalla carta altrimenti appiccicate tutto 🙈

Una volta terminato avrete ottenuto il vostro tessuto di plastica! Se volete renderlo più robusto vi basterà aggiungere più buste.

Adesso aiutandovi con una misura in cartoncino tagliate la forma desiderata e sigillate i bordi sempre con carta forno e ferro da stiro

Sigillato i tre capovolgetela verso l’esterno e se volete potete anche cucire dei manici o lasciarla semplicemente a sacco per conservare gli alimenti.

Questo è il risultato! Mi fate vedere le vostre? Inviatemi le foto!

#stopsingleuseplastic

 

Daniela Crea

Care fashioniste già lo so, siete tutte lì a chiedervi: come ci vestiremo con l’arrivo del primo freddo?
Quali sono le tendenze da scoprire, seguire e perché no interpretare? Come avere uno stile che tenga conto di tutte le novità e i must have in arrivo senza però sembrare ridicola ma sapendo dosare e mescolare tutto bene come in un cocktail?
Ebbene eccomi qui con tutte le novità!
Del resto il momento migliore per scegliere i capi che ci accompagneranno in questo lungo inverno è questo, durante le vacanze estive, per affrontare il rientro in città cariche di vitalità e con le idee molto chiare per fare gli acquisti giusti.


Iniziamo subito con la novità più eclatante: la bougie girl torna in passerella, dove indossa gonne pantalone dall’allure Anni 70. Si avvolge in fantastici foulard e camicie morbide, scarpe comode e tracolle da giorno, cappotti e giacche sartoriali con gonne midi. La donna vista sulle passerelle ritorna a uno stile spesso volontariamente retrò, (sembra di vedere mia madre nelle foto dei suoi trent’anni!) ma aggiornato ai gusti odierni, in cui la silhouette della signora borghese viene esaltata. Il diktat è chiaro: misura, garbo, gentilezza. Con un tocco preferibilmente – come dicevamo – anni 70, mai sopra le righe, mai sottotono. Sempre impeccabile, senza dover strafare. Diciamo subito però che i designers della moda non hanno certo lesinato in fantasia e hanno messo in campo una gamma di proposte pronte a vestire ogni tipo di donna e personalità. l leitmotiv più grintoso? L’animalier, naturalmente, continua indomito a sfilare sulle passerelle e a diventare uno dei trend trans-stagionali più longevi degli ultimi tempi. E poi via libera al colore, finalmente anche d’inverno. Ovviamente audace, forte, vitaminico, non vi vorrete mica vestire di bianco, nero e grigio! Colori che si fanno notare (come il giallo, il rosso, l’arancio, il blu elettrico) e che si indossano in total look da testa a piedi, accessori compresi. Ma soprattutto c’è la pelle, tantissima pelle. Nera, ma non solo. Che si fa glossy e rock o morbida e setosa come un guanto. Per giubbotti parka e trench di pelle ma anche per tailleur giacca e pantalone, abiti e tubini femminili. I mitici anni Ottanta non passano mai di moda! I microdress stampati sono un trionfo di volant, bordati di velluto, su colli e spalle.

Ma a rubare l’attenzione sono i dettagli, come le “cinture ritratto” che riproducono i coloratissimi beauty look di quel periodo su grandi fibbie quadrate. Ritorna sua maestà la cappa. Onnipresente nelle collezioni, il modo più cool per sconfiggere il freddo. I motivi check tornano a popolare i guardaroba.


Quadri e quadroni si posano praticamente ovunque, con quella loro nota carica di grunge che ci scaraventa in un attimo negli anni della musica dei Nirvana. Insomma ogni donna può scatenare il suo stile e il suo estro, vi lascio con una frase di Coco Chanel: ”Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se è vestita impeccabilmente si nota la donna”.

 

 

Articolo a cura di Daniela Crea fashion blogger di vita da mamma versione special

 

Abbiamo già parlato della Generazione alpha, i nativi dopo il 2010, coloro che con un tablet in mano sono in grado di fare qualsiasi cosa e apprendono il tutto in maniera super-rapida sfuggendo spesso al nostro controllo incorrendo in pericoli nascosti… Proprio per questo nasce in Italia a Torino un nuovo progetto di una cooperativa che ha deciso di entrare nelle piazze virtuali, laddove il mondo educativo sembra si sia limitato ad offrire prodotti (vedi giochi educativi et) ma non a garantire la propria presenza con persone adeguate ad intervenire con i ragazzi nel mondo virtuale.

Chi sono? Gli Edugamer!

E’ la “Crescere Insieme” di Torino, che vanta nella sua storia l’apertura della prima comunità per bimbi in Italia, nel lontano 1972. A seguito di un uxoricidio 5 fratelli sarebbero stati separati e inseriti negli istituti. I nostri fondatori hanno deciso di affittare un alloggio e accogliere questi fratelli perchè crescessero insieme. Così è stato e da allora la
cooperativa ha aperto altri luoghi per i minori, per persona malate di AIDS, per migranti. Ha deciso di intervenire a favore della popolazione anziana offrendo asisstenza domiciliare.
La storia della cooperativa è costellata di servizi che hanno rinnovato il mondo
dell’intervento sociale: alle prime comunità per bimbi sono seguite le prime comunità colorate (italiani e stranieri insieme), l’Assistenza domiciliare di condominio, gli educatori stranieri nelle strade e nelle piazze di San Salvario a Torino. Innovazioni che oggi fanno
parte della normalità ma che all’epoca richiesero coraggio e fantasia.

Oggi abbiamo deciso di entrare nelle piazze virtuali, laddove il mondo educativo sembra si sia limitato ad offrire prodotti (vedi giochi educativi et) ma non a garantire la propria presenza con persone adeguate ad intervenire con i ragazzi nel mondo virtuale.

Una nuova sfida che ci vede impegnati con tutte le nostre risorse di creatività e fantasia.
Non sapete come intervenire: urla, discorsi pacati e ragionevoli, minacce di punizioni, sequestro del controller, abbracci e pacche sulle spalle. Le carte a
disposizione le avete usate tutte, ma non c’è niente che abbia avuto un effetto
significativo e duraturo.
Del resto, non c’è intervento che tenga: vostro figlio è stato appena ucciso dal colpo freddo di un cecchino che lo ha steso nel mezzo di una battaglia.

Eppure è un ragazzino in gamba.

Ottimi voti a scuola, pieno di amici, goleador della squadra di calcio di paese. Allora che cosa c’è che non va? Ma soprattutto: c’è qualcosa che non va?
Alla fine, solo una cosa vi sembra chiara: dovete capire che roba smuovono questi
videogiochi, come funzionano, perché esercitano tutto questo fascino.
Un trillo. È lo smartphone di tua moglie. È un articolo che mi sono fatta mandare,
dice.
Poi, mentre l’auto scorre nel traffico cittadino, lei comincia a leggerlo e
traduce delle parti per te. È di un certo Shapiro, un professore americano, e la cosa fantastica è che descrive in modo chiaro quello che avete discusso in modo
confuso. E azzarda anche qualche soluzione o almeno una chiave per venirne fuori.
Da genitori e operatori sociali abbiamo cominciato a leggere articoli, saggi,
testimonianze. Abbiamo telefonato agli amici, condiviso alcune letture, cercato e
trovato in molti altri genitori la voglia di reagire a questa specie di disorientamento.
L’articolo che state leggendo è un tentativo di intessere e alimentare queste riflessioni.
A partire da una convinzione: il nostro ruolo di genitori non si arresta sul confine
della mappa di Fortnite o di Minecraft.

Gli Edugamer(Leggi di più)

Come potevamo non vedere il film del “Re Leone“? Uscito da pochissimo al cinema ed è già campione di incassi! Siamo stati per la prima volta allo “Space Cinema” di Parco dei medici (Roma) dove l’accessibilità è di casa, una delle poche volte in cui non abbiamo sentito il peso della sedia a rotelle. Il multisala è una piccola città con un inconfondibile stile americano: maxi insegne luminose, store a tema, fast food, ristoranti per tutti i gusti, in più lo Space Cinema, udite-udite, fa parte di un progetto che si occupa di promuovere e diffondere l’integrazione sociale, agendo sul comune di appartenenza, quindi biglietto gratuito per gli spettatori in carrozzina e per i loro accompagnatori.👏👏👏👏

Sala pulitissima raggiunta senza difficoltà, acustica perfetta e immagini sensazionali hanno reso il nostro pomeriggio veramente  indimenticabile.
Ma torniamo al nostro film perché  devo ammettere che la Disney si è superata con una grafica pazzesca, le voci di Elisa e Marco Mengoni con la loro potenza bucano gli schermi, la trama resta identica al famoso cartone animato del 1994, protagonista Simba, cucciolo testardo e determinato dopo aver smarrito se stesso ed essere stato colpevolizzato dallo zio Scar per la morte del padre Mufasa inizia il viaggio nella giungla abbandonando il branco.

Il suo incontro con Pumba e Timon lo fanno crescere totalmente spensierato a suon di “Hakuna Matata” dimenticando le sue origini fino al raggiungimento di Nola (futura sposa) che lo riporta nelle terre del branco per sconfiggere lo zio malvagio e riportare l’equilibrio nel cerchio della vita – E’ il cerchio della vita, ciò che ci muove attraverso la disperazione e la speranza, attraverso la fede e l’amore -.
Da non perdere assolutamente!

Daniela Crea

Agosto è arrivato e per i più fortunati si aprono le porte delle seconde case, quelle in montagna o al mare, dedicate al riposo assoluto, quelle spartane o super lussuose da far schiattare di invidia gli amici e parenti!

Se appartenete alla categoria dei monocasa, coraggio potrebbe arrivare insperato un invito a trascorrere il fine settimana di ferragosto a casa di un amico dotato di casa al mare; oppure magari ve l’ha detto a marzo, così tra un “ci vediamo finalmente!” ed un “organizziamo qualcosa” all’uscita dal supermercato stracolmo dopo la spesa del sabato pomeriggio. Non è il caso di fare i timidi, presentatevi a sorpresa dalla mattina ricordando loro l’invito lanciato 6 mesi prima che, si sa, non cade mai in prescrizione!

Scherzi a parte care amiche, è successo a tutte di scontrarsi prima o poi con la mancanza o poca di educazione degli altri, ancora oggi temo le visite a sorpresa (forse perché la mia casa non è mai ordinata)…. infatti ho il video citofono, anche se la macchina parcheggiata sotto casa è difficile da spiegare!
Con mia grande sorpresa ho scoperto che esiste un “galateo dell’ospite” ossia piccole e semplici regole che ci consentono alla nostra partenza di essere rimpianti dai padroni di casa. Daniela Mastromattei sul giornale “Libero quotidiano” ci dà delle regole da seguire e le suddivide in 5 sezioni: L’arrivo, le camere, gli abiti, la conversazione, in barca.
Se arrivate in treno alla stazione è buona abitudine chiamare un taxi che vi porterà alla casa dei vostri amici, non pretendete né chiedete di essere accolti alla stazione, già vi ospitano quindi spendere per il taxi è il minimo. Se invece arrivate in auto calcolate bene i tempi ed avvisate per tempo su eventuali imprevisti e ritardi, a nessuno piace essere bloccato in casa per ore in attesa dell’arrivo dell’ospite. Portate una sola valigia, il set completo firmato farebbe sicuramente un figurone, ma ingombrerebbe e non dovete necessariamente portare tutto il guardaroba.

Cercate di adeguare il vostro abbigliamento a quello dei padroni di casa, sarebbe del tutto fuori luogo pranzare in abito lungo con accanto persone in tuta. Mai e poi mai girare in biancheria, se non addirittura nudi! Per colazione presentatevi puntuali e vestiti, ovviamente non in pigiama, e per pranzo mai in costume, ci si cambia in camera senza rischiare di bagnare la seduta della padrona di casa. Non riempitevi il piatto a dismisura e non chiedete il bis, santo cielo un po’ di moderazione!

Un discorso a parte merita il bagno, non occupate tutte le mensole con le vostre cose, procuratevi un necessaire con l’indispensabile che lascerete in camera. La tavoletta del water va abbassata, il bagno lasciato in ordine senza che sembri sia passato un uragano! Se usate un rossetto sgargiante usate la carta igienica senza imbrattare l’asciugamano. La camera che vi viene assegnata deve essere lasciata in ordine durante il giorno, si deve rifare il letto e non lasciare vestiti e biancheria in giro. Non entrate nelle camere dei padroni di casa e soprattutto non rovistate nei cassetti.
Durante le conversazioni mantenete un tono cortese e non aggressivo, non offendete chi non la pensa come voi con un tono di superiorità, ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione; siate disposti ad affrontare qualsiasi argomento, da evitare le barzellette osé e parlare di soldi.

Le telefonate personali si svolgeranno lontano dal luogo della conversazione.
In barca una sacca di tela andrà benissimo perché occorre un bagaglio ultra leggero, niente tacchi a spillo o creme super ungenti. Chiedete il permesso prima di fare la doccia e al solito cambiate il costume bagnato prima di sedervi a pranzare o a cenare.
Ovviamente prima di andare via inviterete a cena in un ristorante i vostri amici che vi hanno ospitato e lascerete un bigliettino di ringraziamento alla padrona di casa con una piccola pianta.

 

Articolo a cura di Daniela Crea fashion blogger di vita da mamma versione special

Storie di Napoli

La scelta di fare un figlio…

 

Ho scoperto di essere incinta.
Una bellissima notizia. Anche se abbiamo un lavoro precario e abbiamo le ansie di tutta la nostra generazione addosso…come faremo? Siamo pazzi a farlo? Riusciremo a mantenerci? Ad assicurargli il giusto?
I miei genitori prima di concepirmi avevano conquistato il “posto”, due stipendi dignitosi. Forse per quella generazione avere un figlio era considerata in qualche misura una normalizzazione. Sono stato giovane, adesso lavoro, mi sistemo e metto su famiglia.
La scelta di fare un figlio per la nostra generazione è invece un NO.
Molti ci arrivano tardissimo, altri frustrati dalla mancanza di un posto sicuro si sono sentiti responsabilmente di non scegliere di farlo. Per noi che a 25 anni iniziamo a rigirarci nel letto, in ansia, guardandoci nella nostra stanza presa in affitto cercandoci di immaginare di li a dieci, quindici anni, dove saremo…un figlio!?
Noi abbiamo pensato che non è giusto che questo mondo che ha incominciato a far girare indietro le lancette della storia ci tolga anche questa gioia e lo abbiamo voluto tenere. A Napoli anche le famiglie più popolari con mille sacrifici cercano di essere seguiti da ginecologi privati e partorire in una “Villa”, una clinica privata.
Chiacchiere in sala d’aspetto e forum online ci parlano di un mercato: 150 euro a visita, 100 euro per le ecografie, anche 3.500 per il parto con il “tuo dottore”.
Quando abbiamo detto alle nostre famiglie che saremmo andati all’ospedale pubblico c’era una certa apprensione, sempre a fare “i comunisti”, riusciamo ad andare dal ginecologo privato, non preoccupatevi…
Noi scegliamo l’ospedale, è più sicuro, è pubblico.
Il primo giorno tra code per pagare e code all’ambulatorio aspettiamo quattro ore.
Uno spaccato di società devastata. Un solo esempio: c’è una ragazzina di 17 anni alla seconda gravidanza. ha contratto la toxoplasmosi, una malattia molto pericolosa in gravidanza… ma a 17 anni, già mamma, come si fa a portare avanti una gravidanza in maniera responsabile? si vede che ha lasciato la scuola, è accompagnata da un’amichetta più piccola di lei.
E col cazzo che si può dire che “se l’è cercata”.
Una ragazzina con 0 strumenti, culturali, economici, sociali è una sconfitta di tutta questa società.
Chiacchieriamo con un’operatrice di Emergency che accompagna una donna immigrata con una gravidanza a rischio. Lei non è di Napoli ed è sconvolta che qui non si sia seguiti dai consultori territoriali e si ingolfi così l’ospedale (al consultorio io ci sono andata ma purtroppo non c’è l’opportunità di fare alcune analisi fondamentali, quindi alla fine scegli di iniziare e finire il percorso in un’altra struttura).
In sala d’aspetto una ragazza racconta che deve fare controlli approfonditi perchè nella sua famiglia ci sono malattie genetiche gravi, una signora dice che in tv si vedono tanti down che lavorano e sono felici, nel caso dovrebbe tenerlo, che una vita è un dono di dio.
la ragazza sa cosa significa dover crescere con un handicap grave in questa società la manda prontamente a fare in culo.
Ogni tanto passa una donna in lacrime, sorretta da un compagno o sola. Più su, nello stesso edificio, si fanno le interruzioni volontarie di gravidanza e gli aborti terapeutici.
Mentre tra di noi ci diciamo che è davvero un po’ sadico che chi ha scelto o è stato costretto a interrompere la gravidanza debba passare in mezzo a donne incinte e felici, si apre l’ascensore.
Sullo specchio c’è una scritta enorme, ingiuriosa e fanatica.
In quel momento non penso più a me e a quello che devo fare ma penso che nessuna, nemmeno una sola donna che vuole o deve interrompere la gravidanza deve essere costretta a leggere quella cattiveria. Non siamo dei campioni di altruismo, dei supereroi, ma gli anni di militanza ci hanno abituato a far scattare un automatismo: dove c’è un’ingiustizia, anche piccola, una sofferenza inferta da un meccanismo di potere, dobbiamo cercare sempre di fare qualcosa.
Sono abbastanza certa che l’abbia scritto qualcuno che lavora qui.
La percentuale di medici obiettori in Campania è altissima e il fastidio che creo quando vado a dire all’addetto alle pulizie e al personale nel gabbiotto all’ingresso che quella scritta va cancellata conferma quest’impressione.
Mi dicono che un’altra ragazza quella mattina l’ha segnalata, mi dicono che non si cancella, che ci hanno già provato, che tanto la riscrivono, che ci sono scritte del genere dappertutto, che “non lo sapete come vanno le cose”, e poi iniziano… ci sono quelle che abortiscono 4-5 volte. insomma giustificano la scritta.
Insisto, dico che è un ospedale pubblico e che non è accettabile ed è grave anche se loro non se ne vogliono accorgere, anche se per loro “è normale”.
Dicono che scriveranno alla direzione generale per farlo presente…
E allora proviamo col vecchio trucco, gli dico di non preoccuparsi che farò una foto e avvertirò una mia amica che scrive su la repubblica (in realtà penso di andarla a cancellare io e di scriverlo alla pagina dell’ Ex Opg).
Ci credono, evidentemente, perchè appena mi giro li vedo correre a cancellarla.
Alla seconda e alla terza visita, subito dopo aver preso il mio numero, vado a dare un’occhiata in ascensore. quello specchio pulito mi strappa un sorriso.

 

Fonte Facebook 

❤SAI CHI SIAMO? 💙

Se ci incontri per strada o in locale pubblico, ci riconosci?

Siamo le mamme che, entrando in un bar, controllano tutte le vie di fuga e scelgono sempre il tavolo d’angolo.

Siamo le mamme che, sedute sul bordo della sedia e con la borsa in braccio, non tolgono mai il giubbotto, vigili e pronte ad acchiappare il fuggitivo o ad alzarsi non appena la situazione al tavolo diventa rovente.

Siamo le mamme che sorridono sempre, ma, se ci togli gli occhiali da sole, vedrai che spesso il sorriso non arriva agli occhi.

Siamo le mamme che mediano tra il mondo ed il figlio, quelle che spiegano senza difficoltà che il bambino non è maleducato o antipatico, è solo diverso.

Siamo le mamme che all’inizio, in tempi non sospetti, venivano accusate di essere delle pazze visionarie perché “il bambino non ha assolutamente nulla”.

Siamo le mamme che, sedute su una sedia in una stanzetta di ospedale, sperano che il figlio sia sordo, perché meglio quello dell’altro mostro che si profila all’orizzonte.

Siamo le mamme che consolano i parenti quando si comunica la diagnosi.

Siamo le mamme che spiegano che quella del ragazzo è una condizione, non una malattia e quindi non si guarisce.

Siamo le mamme che piangono nella doccia per non far preoccupare i famigliari.

Siamo le mamme che, sedute per ore sui divani rossi delle sale d’attesa, sperano in un futuro più lieve.

Siamo le mamme che devono spiegare ai fratelli che, in caso di pericolo, non devono inseguire il fratello e mettersi in situazione di pericolo, ma lasciare che ci pensino gli adulti.

Siamo le mamme che al supermercato vengono rimbrottate perché il figlio sta nel carrello e che gentilmente provano a spiegare che toglierlo da quel contenitore sicuro potrebbe essere molto più pericoloso per lui.

Siamo le mamme che gioiscono per i progressi degli altri bimbi perché ogni miglioramento è una speranza di crescita anche per i nostri.

Siamo le mamme che spesso sdrammatizzano per non far vedere il peso nel loro cuore.

Siamo le mamme che soffrono quando vedono i coetanei scattare in avanti verso il loro futuro, mentre i nostri figli restano sempre più soli.

Siamo le mamme che vengono cacciate dalla messa perché le stereotipie vocali del bambino disturbano.

Siamo le mamme che vedono genitori allontanare i propri figli dai nostri perché tutto quel movimento di mani e le urla spaventano gli implumi pargoli neurotipici.

Siamo le mamme i cui figli vengono guardati con ribrezzo da coloro che due secondi prima versavano amorevolmente l’acqua nella ciotola del cane portato in gita al monastero.

Siamo le mamme che soffrono quando il comportamento del figlio mette in crisi altre persone, dispiaciute per i nostri ragazzi, per i figli degli altri, per il mondo che non sa ancora capire quanta bellezza c’è in loro.

Siamo le mamme che non si arrendono mai, pronte a bussare a tutte le porte del mondo per più ore di terapia, di sostegno, di educativo.

Siamo le mamme che trascorrono le notti in bianco mentre i nostri bambini ridono alla luna e cercano di acchiappare la polvere che filtra dalla finestra.

Siamo le mamme fanno testamento già in giovane età perché quello che verrà dopo di noi è un chiodo fisso.

Siamo le mamme che tremano ogni volta che devono affidare i propri figli a qualcun altro perché solo noi li conosciamo veramente.

Siamo le mamme che parlano da pari con i terapisti perché attivamente coinvolte nell’abilitazione dei figli.

Siamo le mamme che tifano per i loro figli come se ogni giorno giocassero la finale dei Mondiali di calcio.

Siamo le mamme che “è colpa del vaccino”.

Siamo le mamme che “non è colpa del vaccino”.

Siamo le mamme che “la Cease therapy funziona”.

Siamo le mamme che “aiutati che il ciel t’aiuta”.

Siamo le mamme che “Non lo so… ormai ha già 7 anni e se non ha parlato finora…”

Siamo le mamme che “Il 2 Aprile è tutto l’anno”.

Siamo le mamme che ciclicamente vengono tacciate di essere fredde, così gelide da bloccare l’emotività e lo sviluppo delle loro creature.

Siamo le mamme più belle poiché siamo fate.

Siamo le mamme degli extraterrestri.

Siamo le mamme che scavalcano i muri per arrivare ai figli.

Siamo le mamme che dipingono un cuore su una bolla.

Siamo le mamme che sorridono, piangono, dormono, respirano, mangiano, lavorano come tutti ma hanno un principe o una principessa che occupa costantemente i loro pensieri.

Siamo le mamme con grandi cuori di cristallo blu.

Siamo le mamme “autistiche”.

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