Il cioccolato è la risposta. Che ce ne importa di ciò che è la domanda.

(Titolo cit. anonimo)

 

Quando Daniele era piccolo non mangiava cioccolato, quante volte mi sono chiesta come mai, a quale bambino non piace la cioccolata? E forse già quello era un campanello per annunciare una disfunzione olfattiva, segnali ignorati perché si tende ad indagare sempre di più per avere una diagnosi tralasciando il fatto che ai “nostri ragazzi” serve in primis una cura, una vera riabilitazione; stabilire una causa è importante ma di fronte al loro benessere diventa relativo. Scopriamo insieme alla food-blogger Francesca Romano l’alimento principe per la gola: il cioccolato e subito dopo approfondiamo insieme al dottor Antonio Parisi neurologo e studioso delle neuroscienze la causa di questa dipendenza papillo gustativa.

 

 

 

Biochimicamente, l’amore è come mangiare grandi quantità di cioccolato.

– cit. John Milton.

 

… difficile privarsene!

 

Come gestire quindi questo prezioso alimento in caso di iperglicemia, prediabete e diabete?

Un’importante premessa: in ognuno di questi casi, l’obiettivo fondamentale è seguire una dieta equilibrata che si fondi su pasti bilanciati.

Questo, insieme ad un’attività fisica regolare, consente un controllo dei livelli di zucchero nel sangue [glicemia].

La glicemia misura la concentrazione di glucosio nel sangue.

Aumenta normalmente dopo un pasto determinando la secrezione, da parte dell’organismo, di insulina.

L’incremento della glicemia è correlato alla quantità di carboidrati ingeriti; se tale incremento è rapido viene utilizzata una quantità di insulina maggiore con conseguente abbassamento altrettanto rapido della glicemia, aumento del senso di fame, accumulo di glucosio sotto forma di grasso e aumento di peso in una sorta di “circolo vizioso”.

Per questo motivo i valori della glicemia, durante la giornata, dovrebbero rimanere il più costanti possibile senza picchi e questo vale anche per chi non ha problemi di diabete.

 

Lo zucchero produce nel cervello lo stesso effetto delle droghe: dipendenza.

Nel caso del cioccolato il problema, quindi, non è tanto il cacao quanto lo zucchero aggiunto.

Occorre educare il palato all’assunzione di cibi meno dolci passando da tavolette più zuccherate, a tavolette meno zuccherate, a tavolette di cioccolato puro e scegliere cioccolato di qualità, fondente ad alta percentuale di cacao.

Il cioccolato extra-fondente [polvere di cacao > 85%] privo di grassi ha indice glicemico 20 ed è il più adatto in caso di iperglicemia, prediabete e diabete.

Quindi, leggiamo bene le etichette prestando attenzione alla percentuale di purezza del burro di cacao, al contenuto in zucchero, all’eventuale presenza di grassi vegetali, additivi e aromi chimici.

Ci si può concedere qualche sgarro [con intelligenza] consumando una piccola quantità di cioccolato extra-fondente.

 

Infine, vi lascio una ricetta nella quale le goccioline di cioccolato fondente prendono il posto dello zucchero:

Clicca qui per leggere la ricetta 😋

 

n.b. ho utilizzato cioccolato fondente al 45% [senza zucchero aggiunto] che contiene comunque zuccheri semplici e grassi quindi va concesso con moderazione.

La dose complessiva di goccioline di cioccolato è di per se contenuta e viene ripartita tra i diversi biscotti da consumare [non giornalmente] in numero di 2-3 a colazione al posto di merendine ed altri prodotti confezionati [ricchi di zuccheri e grassi] in sostituzione alle classiche fette biscottate integrali che abbiamo nello schema alimentare.

Sono semplici e veloci, potete coinvolgere i vostri bambini nella loro preparazione.

E’ buona norma e regola generale seguire sempre il proprio schema alimentare, monitorare la glicemia e testare gli effetti di un alimento su se stessi.

– Francesca Romano –

 

Ma perché non sappiamo resistere al cioccolato? È il nostro stomaco o il nostro cervello ad averne bisogno?

 

A rispondere è il dottor Antonio Parisi neurologo studioso delle neuroscienze

Presidente del centro studi Delacato, neurologo e studioso delle neuroscienze
Presidente del centro studi Delacato, neurologo e studioso delle neuroscienze

“Venticinque anni fa ho iniziato a occuparmi di quadri clinici conseguenti a disfunzioni del Sistema Nervoso Centrale. Tra questi casi, moltissimi bambini avevano avuto la diagnosi di autismo…” Clicca qui per leggere ancora
Sappiamo che, i neonati preferiscono i gusti dolci a quelli aspri; un sorriso ad un volto inespressivo; un oggetto simmetrico ad uno asimmetrico; i suoni ritmati a quelli casuali.

 

Sappiamo anche (grazie alle neuroscienze attuali), che, queste tendenze innate, consentiranno ai bambini appena nati di RICERCARE I TIPI DI ESPERIENZE SENSORIALI più adatte, al fine di stimolare un neurosviluppo tipico nei primi anni di vita (selezione esperienziale).

 

Non sono in pochi coloro che, in modo ironico, hanno considerato, tra i piaceri della vita, il cibo secondo solo al sesso, fatta eccezione per qualche alimento.

 

 

Non vi sono dubbi sul fatto che, la pressione evolutiva ci ha spinto a desiderare cibi ricchi di zuccheri naturali, quali ad esempio il latte materno o la frutta, relativamente abbondanti e facilmente “raggiungibili”, senza correre eccessivi pericoli.

 

Le scienze hanno identificato cinque gusti fondamentali: dolce, amaro, acido, salato e umami (glutammato monosodico).

 

La capacità di assaporare il cibo (percezione) comincia con l’impatto delle sostanze chimiche, che costituiscono gli alimenti, sulla papilla gustativa. Questa risulta formata da una quarantina di cellule epiteliali di forma allungata, ognuna delle quali è dotata di recettori specifici, i quali trasducono uno specifico segnale chimico in attività nervosa.

 

Quando mangiamo un pezzo di cioccolata, gli zuccheri naturali, in essa contenuta, si avvicinano alle cinquemila papille gustative distribuite lungo il perimetro della lingua, attivando cellule particolarmente sensibili al dolce. La presenza di sodio o potassio attiverà i recettori per il salato, e così via. L’insieme delle cellule attivate, a sua volta, invierà segnali elettrici (attività nervosa o potenziali d’azione) a neuroni situati nel midollo allungato e nel tronco cerebrale, che controlleranno i comportamenti automatici associati nell’alimentazione (suzione, deglutizione, salivazione). Inoltre, da questi neuroni del tronco encefalico l’informazione (attività nervosa) proseguirà verso cellule nervose localizzate nel talamo. Da questo stazionamento, l’informazione gustativa (attività nervosa) si biforcherà. Da una via procederà verso la corteccia cerebrale (mi informa che sto mangiando cioccolata), da un’altra via viaggerà verso i neuroni di nuclei limbici (si integra con i ricordi, le emozioni, e va a regolare il desiderio di mangiarla).

 

Le papille gustative cominciano a funzionare all’inizio del secondo trimestre di gravidanza, epoca in cui il feto comincia a succhiare ed a deglutire.

 

Queste prime stimolazioni (autostimolazione) risulteranno fondamentali per consentire le connessioni anatomica delle papille gustative con le cellule nervose del tronco cerebrale (selezione di sviluppo).

 

In maniera rapida, si organizzeranno anche i nuclei del tronco, permettendo al feto di procurarsi il cibo di cui ha bisogno, grazie alla regolazione dei riflessi meccanici complessi (suzione, deglutizione).

 

Intorno al terzo trimestre di gravidanza si organizzeranno sempre meglio le connessioni tra il tronco cerebrale e le regioni limbiche e corticali. Di conseguenza, il feto comincerà a sperimentare quei sapori (amari, dolci, aspri) conseguenza della dieta materna ed incorporati nel liquido amniotico.

 

Si è visto che, poco prima della nascita, iniettando una soluzione dolce nel liquido amniotico il feto si muove e deglutisce di più, mentre, se la sostanza iniettata fosse amara, deglutirebbe di meno. Allo stesso tempo, tutti sanno che mettere sulla lingua di un neonato che piange un po’ di liquido addolcito, con glucosio o saccarosio, lo calma immediatamente per qualche minuto.

 

Lo zucchero, dal lattosio al saccarosio, attiva il sistema oppioide del cervello.

 

Il cioccolato, oltre al darci la carica, genera un senso di dipendenza, che permane per un po’ dopo averne mangiato l’ultimo pezzettino.

 

Di recente si è scoperto che, tale proprietà è determinata dalla presenza, in essa, di un messaggero chimico cerebrale, che si lega ai recettori dei cannabinoidi (anandamide) attivandoli allo stesso modo della marijuana. Da tempo sappiamo che, il cioccolato, oltre al saccarosio, contiene feniletilamina (sostanza chimicamente simile all’anfetamina) e teobromina (leggero stimolante). Queste sostanze, quando ingerite, raggiungono il cervello, aumentando il rilascio di quelle amine (dopamina e noradrenalina), normalmente utilizzate dai neuroni del tronco cerebrale per modulare l’attenzione e l’eccitazione (dopamina e noradrenalina) e, dunque, per dirigere le nostre scelte.

 

In ultima analisi, possiamo affermare che, le neuroscienze ci stanno facendo conoscere meglio come “generiamo” i nostri comportamenti.

 

Un comportamento è intelligente o adattivo quando è finalizzato a far sopravvivere il CORPO.

 

Lo strumento di misura non può che essere il nostro CORPO.

 

Nelle scelte “cognitive” la nostra PROPRIOCEZIONE influenzerà la “selezione” di determinate MAPPE GLOBALI.

 

Le nostre scelte “emotive”, invece, hanno anch’esse una loro rappresentazione in una MAPPA GLOBALE”, ove l’INTEROCEZIONE e l’OMEOSTASI la fanno da padrone.

 

Nessuno può mostrarsi arrogante al punto tale da “voler correggere” comportamenti anomali, ma ADATTIVI, senza occuparsi del CORPO di quel bambino.

– Dott. Antonio Parisi –

 

 

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