8 gennaio 2018, sciopero docenti

Beh vi racconto da come è iniziata… Diciamo che il risveglio non è stato dei migliori: alle 7:15 mamma era già dentro casa mia con il telefono in mano (disperata) pensava di aver combinato casini con WhatsApp; sì perché, per il suo compleanno abbiamo deciso di regalarle uno smartphone e in meno di 3 mesi ha già più di 300 video salvati in galleria, la sim stava per esplodere, e mentre sgranocchiavo i corn flakes asciutti con il pollice eliminavo decine di immagini doppie, triple e quadruple. Mi tempestava di domande e io annuivo senza dare spiegazioni, ripetevo – vedi così – strisciando il dito sul cestino, nel frattempo Manuel e Daniele avevano già finito la colazione super eccitati del rientro dopo le lunghe vacanze. Manuel stava ripassando tutti gli argomenti di cui avrebbe parlato in classe dal punto primo, essenziale: cosa ti ha portato Babbo Natale a come poter sfoggiare la maglietta nuova dei Lego ninjia con il grembiule sopra, Daniele invece stava attento a non sporcarsi troppo con la marmellata e ridacchiava di sottecchi nel guardare il fratello allo specchio. Solitamente in mezz’ora siamo pronti tutti e tre ma ieri era una giornata da profumo, doppia spazzolata ai denti e capelli così mi accorsi che era tardissimo, mia madre ci aspettava in macchina già irritata; di corsa accellerai:

giubbotti
controllo caccole
annusare gli aliti
tirare su zaini
mano a Manuel
Daniele in braccio
aprire porta e… nooooo!
Mi trovai la pipì di Snoopy sul pianerottolo piastrellato. Pensai – non importa, appena torno pulisco – invitai Manuel spintonandolo un po’ dietro a passare di lato, attaccato al muro e correre in macchina che la nonna aveva quasi esaurito la batteria a forza di suonare il clacson; tirai di nuovo su gli zainetti con un braccio e Daniele sull’altro braccio, allungai la gamba e caddi di ginocchio proprio sopra
di tutto peso
mio
di Daniele
degli zaini
e di tutte le parolacce che non stavo dicendo
un male
ma un male allucinante, i jeans zuppi e l’altra che suonava, Daniele avvinghiato al collo, il cuoricino a tremila lo guardai e sorridendo gli dissi:
– credevi che ti facevo cadere eh?
Lui sospirò lungo.
In macchina mi sentivo scendere la pipì del cane sul ginocchio che pulsava gonfio nei pantaloni aderenti, con un fazzoletto tamponavo e cercavo parcheggio tra le auto in doppia fila. Era veramente tardi, così decisi di mettere l’auto dietro i geni che ogni mattina mi occupano il posto disabili.
Tirare fuori Daniele con le auto in doppia fila è veramente un dramma perché non si può aprire lo sportello del tutto e non si può nemmeno avvicinare il passeggino, quindi spesso, come ieri, devo mettere il passeggino in mezzo la strada, caricarlo in braccio divincolando tra i suv, stando attenta che non mi investano e poi sistemarlo sul passeggino.
Finalmente sull’uscio della scuola, decisi di far entrare prima Manuel perché sulla rampa disabili c’era la fila di mamme, tornando indietro entrai in classe di Daniele che era contentissimo, fece un sorriso enorme, tutti i compagni lo salutarono: abbracci, baci mentre io fuori parlavo con l’insegnante che mi invitava a non lasciarlo in quanto il sostegno non c’era e lei doveva gestire la classe

– Signora, lo lasci sul passeggino legato più di questo, non posso…

Mi veniva da piangere, un po’ per il male al ginocchio, un po’ per nervoso. Così presi nuovamente Daniele che ovviamente non capì il motivo, salutai di nuovo e uscimmo come ladri senza passamontagna.
Dopo dieci minuti eravamo muti e seduti al bar con il cappuccino:
– Mangia chicco
(Niente)
– Bevi un po’ di lattuccio
(Niente)
Non incrociava nemmeno il mio sguardo, incartai il cornetto al cioccolato, pagai e
andammo a casa.
I jeans ormai erano asciutti e sentivo una puzza di rabbia e piscio che venivano da me; misi Daniele sul deambulatore che di corsa andò alla finestra ed io mi feci una doccia.
Resto’ tutta la mattina là, senza guardarmi, senza bere, né mangiare; cercai di spiegargli l’accaduto ma niente, mentre smontavo l’albero e presepe lo vedevo muovere la bocca e ad un certo punto disse:
– Papà?
– Papà torna dopo pranzo, vuoi che lo chiamo?
– No
– Sei arrabbiato con mamma?
– No
– Mi vuoi bene?
– No
Quindi capì che non era rabbia, forse delusione o solo frustrazione o semplicemente voglia d’indipendenza, essere un bambino come tutti, non dover dipendere da me, insomma sentirsi un maschietto.
Ed ho capito anche un’altra cosa, vedete, noi donne possiamo fare tantissimo tra l’essere madri, mogli, lavoro, famiglia, tutto, ma noi non saremo mai e dico mai un papà. Solo il papà, può fare il papà è solo il papà è l’uomo di casa.