Sono nata con il piede sull’acceleratore.

A tre anni ero alta come una bambina di sei, a cinque anni già sapevo leggere e scrivere, a dodici anni già sapevo guidare, a diciasette anni presi la maturità, a ventidue anni acquistai casa, a ventitre anni il matrimonio, a ventisei anni il primo figlio.
Il mio tempo è sempre stato prematuro come la cascola dei frutti in un albero di albicocche, che portandone troppi in un ramo li fa cadere prima, ma non sono mai stata un albero, non ho mai sentito radici; ho tolto gli abiti dagli scatoloni da un anno, metà armadio era sempre vuoto come dovessi andare via da un momento all’altro, quell’attimo che durava da dodici anni, lunghi e veloci di pioggia inarrestabile; così d’un tratto, ieri in auto con Cristian feci una considerazione di quelle da traffico lento, di quando esaurisci ogni genere di argomento e vai oltre l’immaginazione, sfioravo la pancia con mezzo sorriso di chi crede ancora che la vita sia un miracolo:

– Certo quando lui avrà 10 anni, no…
E poi silenzio
– Eh dimmi!
– No dico, quando lui avrà 10 anni…
E ancora silenzio
– Fai pause lunghe? O stai parlando e sto diventando sordo?
Presi fiato e lo dissi nonostante la consapevolezza di dire una cazzata colossale.
– Quando lui avrà 10 anni, Daniele ne avrà 20 e Manuel sarà maggiorenne e noi? Ancora genitori di un bambino? Quando arriviamo?

Cristian perplesso e dubbioso sciovolo’ nella risposta più razionale che poteva dare in quel momento.
– Dove? Dove stai andando?

Non ho più detto altro! Tipico dei miei silenzi lunghi in cui non rifletto, non guardo, non parlo e non ascolto.
È da una vita che corro incontro a qualcosa da raggiungere in fretta, d’altronde sono nata con il piede sull’acceleratore ma credo sia arrivato il tempo di rallentare un pò.
#la_normalità_è_sopravvalutata