I PEGGIORI LAVORETTI DI MERDA DEI BAMBINI (buon rientro).

 

Il posacenere di creta. A confronto gli utensili dell’uomo di Neanderthal sembrano fatti da Richard e pure da Ginori. Sui pacchetti di sigarette bisognerebbe inserire l’effigie del posacenere di creta di merda, la sua bruttezza dissuaderebbe anche il più convinto tabagista.

Il Barattolo Montessoriano della calma. Semplice da fare, bello da vedere. Nella scala della difficoltà di Muciaccia qui stiamo a livello “adulti e bambini senza il pollice opponibile”. Basta un contenitore di vetro, dello shampoo, dell’acqua e fin qui tutto bene, poi arriva la questione glitter e paillettes. Il barattolo della calma di Mariuccia Nostra, va detto, evoca lo spirito del Gender, basta assemblarlo e il vostro figlio maschio sembrerà una via di mezzo tra Barbie Magie di Luce e la versione più sberluccichina della drag queen Natalia Per Strada. Comunque, nonostante abbia già lanciato un forum su facebook, mi resta un dubbio: esattamente nel barattolo della calma quando vanno aggiunte le gocce di Lexotan? Pare che anche Ferrero abbia fatto il suo barattolo della calma, è efficace pur creando assuefazione, ciccia e brufoli.

Il portachiavi in Das. Se lo porti in tasca la chiave lo graffia facendo polverizzare il suo materiale. Quando prendi le chiavi dalla tasca la mano diventa bianca di polvere. Nella migliore delle ipotesi fai la figura del giocatore incallito di biliardo. Se malauguratamente porti la mano in faccia, le maestre non ti riconsegnano il figlio all’uscita della scuola e chiamano i servizi sociali.

Le maracas con le bottiglie sonore. Questo è il lavoretto che fa per me. Intorno alla scrivania dell’ufficio, ma soprattutto intorno al mio letto ho tante bottiglie d’acqua che manco agli angoli delle strade estive di paese. Forse mi preparo a un’invasione notturna di cani piscioni o forse lo faccio per il brivido di svegliarmi urlando: “è arrivato l’invasor” ogni volta che la plastica fa il classico scatto esplosivo d’assestamento. Sarà per l’ispirazione bellica, ma alla fine le mie bottiglie sonore di merda assomigliano più a molotov per la guerriglia urbana che a maracas.

I pon pon di merda. Ogni casa di bambino che si rispetti prima o poi passa attraverso la corrente artistica del ponponisme. Fatto uno, un pon pon tira l’altro e in men che non si dica hai cappelli con pon pon, calze con pon pon, sciarpe con pon pon, code di gatto con pon pon, copriwater in pon pon, gonadi con pon pon.

I fermacarte in sasso del greto del torrente della Val di Susa (che nessuna impresa della TAV è in grado di trasportare). Per tradizione i sassi vengono verniciati con teste di gatto deformi. Visto che sulle nostre scrivanie la carta ha lasciato il posto a dispositivi elettronici, il masso è una specie di stele che ha il compito di ricordare al silicio di essere umile.

I sottopentola di mollette. Ho un serio problema con le mollette per i panni, con le mollette e con le grucce dei vestiti. Fino a poco tempo fa non mi era mai venuto in mente che si potessero acquistare, pensavo si tramandassero per via matrilineare, un po’ come il corredo. Per anni ho steso interi bucati con la forza pinzante di una sola molletta. Per anni ho riposto nell’armadio spaventapasseri di vestiti su un unico appendino. Comunque, tornando alle mollette, cresce in me la certezza che piuttosto di finire in quell’assemblaggio urrido che è un sottopentola dall’allure tirolose, esse preferiscano suicidarsi volando giù dalla finestra (vedi la prima legge fisica dell’economia domestica: per ogni bucato steso almeno quattro mollette si immolano alla forza di gravità).

Il semino nel cotone di merda. Tutti ad applaudire al piccolo germoglietto nel cotone e nemmeno un “brava!” a me per la serra di patate-baobab che coltivo diligentemente da anni nell’ultimo cassetto delle verdure in frigo. Anche quello è il miracolo della natura che si compie e lo rivendico con orgoglio.

La cornice di conchiglie. Il problema sta nelle conchiglie e le conchiglie vengono dal mare. Quest’estate Lorenzo me ne ha infilato un sacchetto a tradimento nella valigia, a fine vacanza. Peccato che ci avesse lasciato dentro i paguri, vivi. Al rientro a Torino, la mia valigia sembrava la rete di Padron “Ntoni dei Malavoglia, c’ho messo una settimana a bonificarla.

Questo post è sponsorizzato dal Fronte per la Disinfestazione dai Lavoretti di Merda. Firma anche tu per un anno meno creativo, ma esteticamente più accettabile.

Di Enrica Tesio