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Diverso da chi

Come promesso ecco la seconda attesissima data di #nessunoescluso evento socio-culturale: abbracciato, sostenuto e fortemente voluto dalla nostra nuova Amministrazione Comunale; infatti per la prima volta nella storia di Ciampino un confronto diretto tra genitori, famiglie, disabilità, istituzioni, scuola e sport. Inclusione a 360° per una giornata completamente dedicata ai diritti del disabile con la partecipazione degli istituti scolasti di I e II grado del territorio che presenteranno elaborati e temi sull’argomento.
#nessunoescluso sabato 7 dicembre alle 11.30 presso la Sala Consiliare “Pietro Nenni” di Ciampino in Via IV Novembre, 91

Interverranno:
– Daniela Ballico: Sindaco della città di Ciampino
– Ivan Boccali: Assessore alle politiche sociali
– Anna Rita Contestabile: Assessore alla pubblica istruzione
– Katiuscia Girolametti: Scrittrice e Blogger
– Franca De Padova: membro della commissione scolastica BES (bisogni educativi speciali)

– Marzia d’Anella: Poetessa, Attrice e Narratore teatrale, Presidente dell’Associazione “il sorriso di Mok Italia” e Angela Mulas.

– Angela Volpe: coordinatrice e responsabile dell’IPSEOA Pellegrino Artusi di Roma
– Gianni Schürzel: Dottore in Scienze dell’Educazione e della Formazione Didattica Speciale e Maestro Judo presso la palestra Europa Judo sport lab di Morena (Rm)
– Alessandro Falchi: Istruttore Maestro judo presso la palestra Europa Judo sport lab di Morena.

IN OCCASIONE DELL’EVENTO VERRÀ PRESENTATO “N.5 NON È NÉ UN PROFUMO NÉ UN MAMBO” Echos Edizioni.
Autobiografia di Katiuscia Girolametti, scrittrice e blogger che racconta il suo viaggio colorato all’interno della disabilità e della diversità, un mondo che ruota inarrestabile intorno a suo figlio: Daniele, super-eroe.

Ingresso gratuito!

Settimana Mondiale dei diritti del disabile per la sensibilizzazione e l’inclusione sociale delle persone con disabilità, sostenuta dal Comune di Roma il 3 dicembre alle ore 17.30 presso la Biblioteca Comunale Fabrizio Giovenale.
#NESSUNOESCLUSO
DI KATIUSCIA GIROLAMETTI E FRANCA DE PADOVA
Diritti delle famiglie, integrazione, inclusione, scuola e sport.
Interverranno:
– Marzia d’Anella: poetessa, attrice e narratore teatrale presidente dell’associazione il sorriso di Mok e Angela Mulas.
– Franca de Padova: membro della commissione scolastica bes (bisogni educativi speciali)
– Giovanna Micaglio: servizio studi e tavolo istituzionale di lavoro per lettori speciali isbcc
– Angela Volpe: coordinatrice e responsabile dell’IPSEOA Pellegrino Artusi di Roma
– Gianni SchÜrzel: Dottore in scienze dell’educazione e della formazione didattica speciale e maestro judo presso la palestra Europa Judo sport lab di Morena (Rm)
– Alessandro Falchi: istruttore maestro judo presso la palestra Europa Judo sport lab di Morena.

IN OCCASIONE DELL’EVENTO VERRÀ PRESENTATO “N.5 NON È NÉ UN PROFUMO NÉ UN MAMBO” Echos Edizioni.
Autobiografia di Katiuscia Girolametti, scrittrice e blogger che racconta il suo viaggio colorato all’interno della disabilità e della diversità, un mondo che ruota inarrestabile intorno a suo figlio: Daniele, super-eroe.

 

Ingresso gratuito è gradita la prenotazione

 

Scopri di più clicca qui

 

Que será, será
Whatever will be, will be…

Innanzitutto grazie per esservi prestati al sondaggio di oggi 😆

Sondaggio di oggi ➡️➡️➡️➡️ https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=420966538561655&id=100019449372189

Eccoci giunti alla 22° settimana di gestazione, l’esame è stato lungo, emozionante, Manuel e Daniele borbottavano di sottofondo come un branco di calabroni, un’ora e mezza estenuante, l’ospite in pancia non si fermava un attimo, il doc provava a fare le foto in tridimensionale ma niente, prima il ginocchio in bocca, poi si girava, rigirava, catapulte, piruette e tripli salti carpiati, diciamo che si è visto tutto, ma proprio tutto, in movimento continuo.
Ma voi state leggendo perché volete sapere se è maschio o femmina, giusto?
Quindi procediamo per esclusione, sicuro: nessuno mi paga la rata del mutuo di questo mese e vabbè 😆😆😆 Daniela Sasso è matta al 100% e no, il bambino non l’ho mangiato 😜a seguire tutte le altre opzioni che sono andate di pari passo più o meno, forza Roma compreso, ma senza andare oltre vince con la maggioranza di voti: femmina e con questo il nascituro sarà…
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Vi sto un pò sulle balle?
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Però mi volete bene lo stesso ♡
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MASCHIOOOOOOOOOOOOO

si chiamerà Leo Morato e nascerà a febbraio.
Grazie a tutti per l’affetto vi voglio immensamente bene.

Sono nata con il piede sull’acceleratore.

A tre anni ero alta come una bambina di sei, a cinque anni già sapevo leggere e scrivere, a dodici anni già sapevo guidare, a diciasette anni presi la maturità, a ventidue anni acquistai casa, a ventitre anni il matrimonio, a ventisei anni il primo figlio.
Il mio tempo è sempre stato prematuro come la cascola dei frutti in un albero di albicocche, che portandone troppi in un ramo li fa cadere prima, ma non sono mai stata un albero, non ho mai sentito radici; ho tolto gli abiti dagli scatoloni da un anno, metà armadio era sempre vuoto come dovessi andare via da un momento all’altro, quell’attimo che durava da dodici anni, lunghi e veloci di pioggia inarrestabile; così d’un tratto, ieri in auto con Cristian feci una considerazione di quelle da traffico lento, di quando esaurisci ogni genere di argomento e vai oltre l’immaginazione, sfioravo la pancia con mezzo sorriso di chi crede ancora che la vita sia un miracolo:
– Certo quando lui avrà 10 anni, no…
E poi silenzio
– Eh dimmi!
– No dico, quando lui avrà 10 anni…
E ancora silenzio
– Fai pause lunghe? O stai parlando e sto diventando sordo?
Presi fiato e lo dissi nonostante la consapevolezza di dire una cazzata colossale.
– Quando lui avrà 10 anni, Daniele ne avrà 20 e Manuel sarà maggiorenne e noi? Ancora genitori di un bambino? Quando arriviamo?

Cristian perplesso e dubbioso sciovolo’ nella risposta più razionale che poteva dare in quel momento.
– Dove? Dove stai andando?

Non ho più detto altro! Tipico dei miei silenzi lunghi in cui non rifletto, non guardo, non parlo e non ascolto.
È da una vita che corro incontro a qualcosa da raggiungere in fretta, d’altronde sono nata con il piede sull’acceleratore ma credo sia arrivato il tempo di rallentare un pò.
#la_normalità_è_sopravvalutata

Come potevamo non vedere il film del “Re Leone“? Uscito da pochissimo al cinema ed è già campione di incassi! Siamo stati per la prima volta allo “Space Cinema” di Parco dei medici (Roma) dove l’accessibilità è di casa, una delle poche volte in cui non abbiamo sentito il peso della sedia a rotelle. Il multisala è una piccola città con un inconfondibile stile americano: maxi insegne luminose, store a tema, fast food, ristoranti per tutti i gusti, in più lo Space Cinema, udite-udite, fa parte di un progetto che si occupa di promuovere e diffondere l’integrazione sociale, agendo sul comune di appartenenza, quindi biglietto gratuito per gli spettatori in carrozzina e per i loro accompagnatori.👏👏👏👏

Sala pulitissima raggiunta senza difficoltà, acustica perfetta e immagini sensazionali hanno reso il nostro pomeriggio veramente  indimenticabile.
Ma torniamo al nostro film perché  devo ammettere che la Disney si è superata con una grafica pazzesca, le voci di Elisa e Marco Mengoni con la loro potenza bucano gli schermi, la trama resta identica al famoso cartone animato del 1994, protagonista Simba, cucciolo testardo e determinato dopo aver smarrito se stesso ed essere stato colpevolizzato dallo zio Scar per la morte del padre Mufasa inizia il viaggio nella giungla abbandonando il branco.

Il suo incontro con Pumba e Timon lo fanno crescere totalmente spensierato a suon di “Hakuna Matata” dimenticando le sue origini fino al raggiungimento di Nola (futura sposa) che lo riporta nelle terre del branco per sconfiggere lo zio malvagio e riportare l’equilibrio nel cerchio della vita – E’ il cerchio della vita, ciò che ci muove attraverso la disperazione e la speranza, attraverso la fede e l’amore -.
Da non perdere assolutamente!

❤SAI CHI SIAMO? 💙

Se ci incontri per strada o in locale pubblico, ci riconosci?

Siamo le mamme che, entrando in un bar, controllano tutte le vie di fuga e scelgono sempre il tavolo d’angolo.

Siamo le mamme che, sedute sul bordo della sedia e con la borsa in braccio, non tolgono mai il giubbotto, vigili e pronte ad acchiappare il fuggitivo o ad alzarsi non appena la situazione al tavolo diventa rovente.

Siamo le mamme che sorridono sempre, ma, se ci togli gli occhiali da sole, vedrai che spesso il sorriso non arriva agli occhi.

Siamo le mamme che mediano tra il mondo ed il figlio, quelle che spiegano senza difficoltà che il bambino non è maleducato o antipatico, è solo diverso.

Siamo le mamme che all’inizio, in tempi non sospetti, venivano accusate di essere delle pazze visionarie perché “il bambino non ha assolutamente nulla”.

Siamo le mamme che, sedute su una sedia in una stanzetta di ospedale, sperano che il figlio sia sordo, perché meglio quello dell’altro mostro che si profila all’orizzonte.

Siamo le mamme che consolano i parenti quando si comunica la diagnosi.

Siamo le mamme che spiegano che quella del ragazzo è una condizione, non una malattia e quindi non si guarisce.

Siamo le mamme che piangono nella doccia per non far preoccupare i famigliari.

Siamo le mamme che, sedute per ore sui divani rossi delle sale d’attesa, sperano in un futuro più lieve.

Siamo le mamme che devono spiegare ai fratelli che, in caso di pericolo, non devono inseguire il fratello e mettersi in situazione di pericolo, ma lasciare che ci pensino gli adulti.

Siamo le mamme che al supermercato vengono rimbrottate perché il figlio sta nel carrello e che gentilmente provano a spiegare che toglierlo da quel contenitore sicuro potrebbe essere molto più pericoloso per lui.

Siamo le mamme che gioiscono per i progressi degli altri bimbi perché ogni miglioramento è una speranza di crescita anche per i nostri.

Siamo le mamme che spesso sdrammatizzano per non far vedere il peso nel loro cuore.

Siamo le mamme che soffrono quando vedono i coetanei scattare in avanti verso il loro futuro, mentre i nostri figli restano sempre più soli.

Siamo le mamme che vengono cacciate dalla messa perché le stereotipie vocali del bambino disturbano.

Siamo le mamme che vedono genitori allontanare i propri figli dai nostri perché tutto quel movimento di mani e le urla spaventano gli implumi pargoli neurotipici.

Siamo le mamme i cui figli vengono guardati con ribrezzo da coloro che due secondi prima versavano amorevolmente l’acqua nella ciotola del cane portato in gita al monastero.

Siamo le mamme che soffrono quando il comportamento del figlio mette in crisi altre persone, dispiaciute per i nostri ragazzi, per i figli degli altri, per il mondo che non sa ancora capire quanta bellezza c’è in loro.

Siamo le mamme che non si arrendono mai, pronte a bussare a tutte le porte del mondo per più ore di terapia, di sostegno, di educativo.

Siamo le mamme che trascorrono le notti in bianco mentre i nostri bambini ridono alla luna e cercano di acchiappare la polvere che filtra dalla finestra.

Siamo le mamme fanno testamento già in giovane età perché quello che verrà dopo di noi è un chiodo fisso.

Siamo le mamme che tremano ogni volta che devono affidare i propri figli a qualcun altro perché solo noi li conosciamo veramente.

Siamo le mamme che parlano da pari con i terapisti perché attivamente coinvolte nell’abilitazione dei figli.

Siamo le mamme che tifano per i loro figli come se ogni giorno giocassero la finale dei Mondiali di calcio.

Siamo le mamme che “è colpa del vaccino”.

Siamo le mamme che “non è colpa del vaccino”.

Siamo le mamme che “la Cease therapy funziona”.

Siamo le mamme che “aiutati che il ciel t’aiuta”.

Siamo le mamme che “Non lo so… ormai ha già 7 anni e se non ha parlato finora…”

Siamo le mamme che “Il 2 Aprile è tutto l’anno”.

Siamo le mamme che ciclicamente vengono tacciate di essere fredde, così gelide da bloccare l’emotività e lo sviluppo delle loro creature.

Siamo le mamme più belle poiché siamo fate.

Siamo le mamme degli extraterrestri.

Siamo le mamme che scavalcano i muri per arrivare ai figli.

Siamo le mamme che dipingono un cuore su una bolla.

Siamo le mamme che sorridono, piangono, dormono, respirano, mangiano, lavorano come tutti ma hanno un principe o una principessa che occupa costantemente i loro pensieri.

Siamo le mamme con grandi cuori di cristallo blu.

Siamo le mamme “autistiche”.

❤Dal web

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un articolo davvero pessimo di una testata giornalistica anche importante, riportava a caratteri cubitali “sono una prostituta per disabili” al suo interno trattava la tematica del love-giver.

Quale messaggio più sbagliato?

Per l’ennesima volta si stava sfruttando la disabilità per fare clamore su una tematica che con la prostituzione non c’entra davvero nulla! Così ho scelto a campione qualche gruppo nei diversi social (*gruppi inerenti alla disabilità) per testare la conoscenza di questa figura, il mio quesito è stato “love-giver favorevoli o contrari” il 50% delle persone non sapevano di cosa stessi parlando, il 40% che conosceva la figura ha risposto favorevole il 10% contrario.
Un dato da non sottovalutare, per questo ho deciso di contattare l’O.E.A.S. OPERATORE ALL’EMOTIVITÀ, ALL’AFFETTIVITÀ E ALLA SESSUALITA
SITO UFFICIALE DELLA FIGURA EVOLUTA DELL’ASSISTENTE SESSUALE CREATA DAL COMITATO LOVEGIVER. (Associazione ONLUS riconosciuta dalla Regione Emilia – Romagna) i quali hanno offerto da subito la massima disponibilità per trattare nei giusti termini la tematica.
(Sito ufficiale)

Ho raccolto per voi la testimonianza di Anna Pierobon, operatrice all’emotivita’.

Quando mi chiedono  “Come sei finita a candidarti per diventare Operatore all’Emotività Affettività e Sessualità? E che c’entra con la fotografia?”, mi viene sempre da sorridere. Forse non sono mai stata portata per i percorsi “lineari” e non trovo nulla di strano nel mettere assieme interessi anche molto diversi nel proprio quotidiano.

Che cos’è un OEAS? Un operatore che attraverso la sua professionalità supporta le persone diversamente abili a sperimentare l’erotismo e la sessualità. Questo operatore, formato da un punto di vista teorico e psicocorporeo sui temi della sessualità, permette di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale e/o sessuale. Lo fa studiando assieme ad un team di specialisti il percorso più idoneo per ogni persona, col fine di formulare un ciclo di incontri che miri a fornire alla persona una nuova consapevolezza ed autonomia (rispettando le limitazioni che ogni disabilità può portare con sè).  Alla base di tutto c’è il presupposto che la salute sessuale sia parte della salute della persona. Di qualsiasi persona.

Molto spesso chi ha una disabilità invece viene percepito come assessuato, o si pensa che la sua salute sessuale sia meno rilevante rispetto ad altre problematiche causate dalla sua disabilità. Una frase tipica che mi sono sentita dire più volte è: “Ma in Italia abbiamo ancora le barriere architettoniche, cosa vuoi che andiamo ad occuparci anche di queste cose!”. Come se si potesse fare solo una cosa buona alla volta!

Sono sempre stata testarda, e ho sempre avuto una propensione per le battaglie sociali, quindi quando ho conosciuto il progetto del Comitato Lovegiver, in qualche modo mi ci sono riconosciuta.

Prima inviare la candidatura per il corso di formazione per OEAS, ho aspettato 3 mesi per riflettere se stessi facendo la cosa giusta, e soprattutto se ne fossi all’altezza.

Non avevo esperienza col mondo della disabilità. Ho una laurea triennale in filosofia, una magistrale interrotta a 5 esami dalla fine perchè nel frattempo la fotografia aveva assorbito la mia vita ed era la strada che volevo seguire. Lavoro come fotografa da 6 anni, sono una libera professionista e mi considero fortunata e grata di poter vivere con questo lavoro.

Allora perchè mettersi in gioco con un progetto decisamente sperimentale, incerto, contestato, e anche molto impegnativo? Tutto parte da un presupposto molto semplice per me: ognuno nella propria vita dovrebbe impegnarsi in qualcosa che vada oltre sè stesso.

Credo sia un dovere che abbiamo verso l’umanità a cui apparteniamo e più in generale verso il luogo che ci ospita, questo pianeta. E ognuno secondo le proprie inclinazioni e possibilità può decidere in cosa impegnarsi. Non è una questione di essere “bravi” o dover ringraziare qualcosa o qualcuno. Credo sia semplicemente “rispetto”.

Ho la fortuna di aver avuto una formazione laica e di aver sempre avuto un buon rapporto con la sessualità. Per un periodo in un precedente lavoro mi sono occupata di benessere sessuale, prevenzione e informazione legate alla sfera della sessualità, soprattutto al femminile. Quindi, quando casualmente sono venuta a conoscenza di quello che il comitato Lovegiver stava proponendo in Italia, ho pensato che avrei potuto impegnarmi nel sostenere, anche attivamente, il riconoscimento di questa figura professionale che ad oggi, per come è stata pensata dal Comitato, non è presente in nessun altro paese al mondo.

In alcuni paesi d’Europa esiste da tanti anni la figura dell’assistente sessuale. Spesso si tratta di paesi dove la regolamentazione in materia “sex working” è già effettiva sul piano legislativo, dunque definire e riconoscere il ruolo di un professionista che si occupasse della sfera sessuale delle persone con disabilità è stato più semplice.

Qui in Italia la situazione è molto diversa. Non voglio addentrarmi in materia di regolamentazione della prostituzione, anche se a mio avviso sarebbe assolutamente necessario affrontare la questione con meno ipocrisie e più tutele, ma quello per cui il comitato Lovegiver da anni si batte è qualcosa di molto diverso dal mondo della prostituzione. A partire dalla finalità, che è di supporto e aiuto nel fornire strumenti che permettano alla persona di sviluppare una propria autonomia. Molto diverso quindi dal rapporto di fidelizzazione col cliente a cui mira un sexworker e dal concetto di “prestazione dietro compenso“.

La figura dell’OEAS inoltre segue una scrupolosa formazione, che segue alla selezione dei candidati sulla base di test psicologici e colloqui con specialisti per verificare non solo le conoscenze del candidato, ma anche le sue motivazioni, il suo rapporto con il mondo della disabilità, il suo livello di empatia.

La formazione si avvale di un team di professionisti (medici, avvocati, educatori) ed è coordinata dal presidente Maximiliano Ulivieri col supporto del Prof. Quattrini, Psicologo, psicoterapeuta, sessuologo, docente universitari. In tutto 200 ore di corso e 100 di tirocinio (che io sto ancora seguendo).

I miei compagni di corso sono uomini e donne di tutte le età e provenienze dal territorio nazionale. Abbiamo orientamenti sessuali, estrazioni sociali, professioni diverse, alcuni di noi lavorano già con la disabilità. Siamo accomunati dal credere fortemente in questo progetto e dal volerlo costruire passo dopo passo.

In questi anni il comitato Lovegiver e tutte le straordinarie persone che ne fanno parte, si è impegnato in conferenze, dibattiti, ha pubblicato un libro, è stato presente in radio e televisioni, per spiegare cosa questa figura dell’OEAS sia. Ogni volta che mi è capitato di confrontarmi con persone che vivono quotidianamente il mondo della disabilità, mi è servito per raccogliere le loro storie (spesso di sofferenza e solitudine) e confrontarmi sul mio percorso. Come tutte le “nuove strade” non sappiamo nemmeno noi esattamente dove ci condurrà, e trattandosi di un tema molto delicato bisogna avere ancora più rispetto e capacità di ascolto per correggere eventualmente la rotta.

Ho letto accuse e critiche di vario genere sul tema, alcune sono arrivate anche direttamente a me. Molte scaturiscono dall’ignoranza, molte dall’assenza di empatia.

Non è facile immaginare come sia la vita di una persona che ha una disabilità, anche perché i tipi di disabilità sono molti e diversi tra loro e si intersecano con le storie personali di ognuno.

Non esistono soluzioni perfette a problemi tanto complessi e tanto grandi. Non esiste un solo punto di vista, non esiste un “giusto” e “sbagliato” che valga per tutti. Ma è evidente come il tema della sessualità sia per molti ancora un tabù. E anche quello  della disabilità spesso lo è. Quando si uniscono le due cose si crea un tabù ancora più grande e la soluzione più facile spesso è non vedere.

Se il problema non tocca direttamente è facile, le sofferenze altrui spesso ci colpiscono giusto i 60 secondi di uno spot pietistico che passa in televisione. Fortunatamente parlando con tantissime persone che ignoravano l’argomento, dopo aver spiegato di cosa si trattasse e quali fossero le problematiche reali, quasi tutti si sono dimostrati interessati, colpiti, mi hanno chiesto di saperne di più. Questo per me è già un risultato, rendere visibile un dolore invisibile e farlo in modo concreto, sapendo di cosa parlo e avendo alle mie spalle delle persone qualificate che si stanno occupando della mia formazione.

Le critiche non mi hanno mai spaventata, semmai stimolano. Ho l’appoggio delle persone che per me contano e quindi le offese gratuite che piovono da chi non ha tempo per pensare prima di parlare, non mi fanno effetto. Accolgo invece gli spunti di riflessione, i punti di vista, qualsiasi cosa possa aiutare a crescere e portare avanti un’idea.

Mi muovo in questo campo tanto delicato cercando sempre di avere rispetto e cura. La strada davanti è complessa, i cambiamenti sociali in Italia richiedono spesso tempo e impegno per far capire la necessità da cui scaturiscono. Purtroppo i pregiudizi sono pesanti, l’educazione sessuale nel nostro paese è carente, nonostante l’apparenza di modernità e possibilità di conoscenza che sono offerte oggi.

Ecco perchè c’è bisogno anche di persone che si espongano, che portino avanti un’idea anche pubblicamente, parlandone e stimolando un dialogo.

Anna Pierobon contatti

Ringrazio Anna per il suo racconto e vi invito a contattare l’associazione per qualsiasi dubbio o perplessità.

Io non voglio l’aiuto di nessuno.

No non sto parlando di orgoglio e capisco che possa sembrare più un’ostinazione, spesso un’affermazione che viene confusa con pensare di saper fare meglio degli altri ma vedete, è un errore anche questo.
Io non voglio l’aiuto di nessuno è probabilmente la fase due dell’accetazione della disabilità, una fase che non ho superato e che quest’anno dovrò affrontare duramente. Sono una di quelle mamme che di fronte un ascensore guasto ancora lo prende in braccio nonostante i 40 kg e 1 e più di altezza, una di quelle mamme che sputa sui parabrezza delle auto parcheggiate abusivamente nei posti disabili e che si incolla il figlio sotto la pioggia pregando che arrivi anche a loro il giorno dei conti con Dio, quei giorni in cui pugni e lacrime si scontrano fino a forgiati in piccolo e più piccolo sei più riesci a passare, più sei bambino e più mantieni la capacità di volare alto, superando ogni ostacolo, pensando sempre di riuscire in tutto perché tuo è il problema e tua la soluzione, si chiamano: responsabilità ma arrivi ad un punto in cui questa responsabilità dev’essere condivisa ed è la fase successiva, la crescita.

Come un bambino che gioca nel parco se vuole tornare a casa ha bisogno della mano di un adulto, così il genitore di un disabile ha bisogno della mano del prossimo per andare avanti; la differenza è che il bambino pensa solo al suo obiettivo, l’adulto invece pensa troppo e troppo spesso inutilmente. Pensiamo che solo noi sappiamo fare il suo bene, quando spesso il suo bene è crescere più autonomamente possibile, si pensa che altri non sappiano da dove iniziare rompendo quei microequilibri fatti di azioni quotidiane e routine, quando spesso rompere gli schemi è una delle soluzioni più proficue per il suo sviluppo, il vero muro in realtà è che ci sentiamo colpevoli di questo amore così forte verso una disabilità che ce li mostra fragili, indifesi e noi vorremmo essere scudo di ingiustizie e prepotenze, noi vorremmo farci carico perché in fondo una mamma avrà sempre dentro quel piccolo sasso fastidioso di aver generato un figlio meraviglioso ma non sano, non perfetto, non come richiesto dalla società, un figlio colorato, un figlio anticonformista, un figlio anarchico, un figlio da giustificare sempre: perché lui è, perché lui ha, perché fa sempre, perché è buio, perché c’è luce, perché ha fame, perché ama; perché in realtà spesso ho imparato a dare risposte di comodo per evitare che dalla domanda uno si passi alla due, così non ci sarà mai una tre.
Io non voglio l’aiuto di nessuno ma giuro che accetterò l’aiuto di tutti perché sono grande abbastanza per tornare a casa.

Lo so oggi vi aspettavate un feedback su quanto sia stato figo il compleanno di Daniele, senza parlare del grande gesto di umanità del nostro primo cittadino e, la bellissima sorpresa Disney? E la torta? anzi… Quella eviterei 😓.

Però c’è una cosa più importante di cui parlare oggi e quando dico priorità mi riferisco al quotidiano:

TAGLIARE I CAPELLI

Daniele non sopporta essere toccato in testa e come la maggior parte degli autistici non sopporta il rumore del rasoio elettrico; abbiamo girato per lungo e largo in cerca di barbieri/parruchieri sul territorio di Ciampino e molti rispondevano spesso di non avere posto (né quel giorno, né altri giorni, né mai…) non li biasimo perché per tagliare i capelli a un bambino ci vuole pazienza, per tagliare i capelli a Daniele ci vuole qualcosa in più e non mi sono mai sentita discriminata per questo anzi mio malgrado ho sempre apprezzato l’onestà e il fatto di riconoscere un proprio limite. Ultimamente andavamo da un barbiere di quelli di vecchia generazione e tranne il fatto che diceva “autista” anziché “autistico” elencando le infinite disgrazie accadute negli ultimi settantanni non era male, purtroppo essendo un pò anziano non aveva una grande varietà di tagli e a Daniele toccava sempre quello in stile auschwitz con buchi e scalini che puntualmente provavo poi a sistemare rientrati a casa, certo c’è da dire che non stava molto fermo e quel poverino si arrangiava come poteva…

Pochi giorni fa invece, durante l’ennesimo giro spesa mi sono accorta di un parrucchiere proprio su strada, curiosa, sono entrata per il sopralluogo (vi parlo spesso del sopralluogo serve principalmente a capire l’acustica, gli odori e tutto quello che potrebbe infastidire) l’interno: due ragazzi giovani, locale pulito, silenzioso, colori tenui, ambiente fresco, perfetto! Chiedo se fosse possibile un taglio capelli per bambini e loro subito – si – Poi abbassando la testa con una boccata di fiato chiedo se fosse possibile un taglio capelli per un bambino autistico e, loro senza battere ciglio subito – si – Così poco abituata a non reazioni di fronte la parola autismo pensavo non avessero capito e stupidamente ho iniziato a blaterare mezza cartella clinica di Daniele fin quando mi rendo conto di parlare inutilmente e prendo appuntamento.

La più bella esperienza di taglio capelli mai vissuta!

A parte la cordialità, i sorrisi, la professionalità, la pulizia del locale ho visto un Daniele sereno e tranquillo durante tutto il tempo, per una mamma credo sia la prima cosa e poi vogliamo parlare del taglio? Strafighissimo e alla moda per entrambi a un prezzo davvero modico.

Consigliatissimo!

Grazie a Mastercut

A pag. 11 di Donna Moderna di questa settimana ci sono io!

Siamo dei genitori fuori dagli schemi con la voglia di sopravvivere in un mondo in cui la normalità è sopravvalutata. Acquista Donna Moderna mi trovi in edicola