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Vita da mamma versione special

Rianimo le parole uccise dalle bocche cucite. contatti: Vitadamammaversionespecial@gmail.com

Vorrei precisare una cosa:
il due aprile non si festeggiano gli autistici! La giornata della consapevolezza ha uno scopo diverso e ben più importante, vedetela come un raduno, una rimpatriata di vecchi amici mai conosciuti, immaginatela con vista mare, davanti un falò a raccontare ognuno la sua storia, chi da mamma, nonna, zia, cugina, fratello… Ognuno di noi ha la sua esperienza da far conoscere, molto spesso sono storie divertenti, di anormalità, di pianti e Madonne, spesso ci blocchiamo per incomprensioni ma il vero ostacolo della disabilità è che in fondo, gli altri, i normali intendo, non la conoscono, non hanno la minima idea di cosa sia, provano pena per noi e, sinceramente la pietà non ci aiuta, sapete cosa realmente aiuta? Assumere la consapevolezza della disabilità, questo mondo esiste che voi lo vogliate o no, l’inclusione, la condivisione e la comprensione sono la chiave di apertura. Né ho sentite molte di cattiverie, soprattutto in quest’ultimo mese, ma d’altronde esporsi vuol dire anche questo: accettare quelle persone che provenienti dal medioevo, danno la caccia alle streghe e ogni sera prendono lo Xanax dopo anni di cura dallo psicologo e vengono a dirmi “si ma tu hai un figlio così…” ecco, questa gente ha bisogno di essere aiutata, i veri malati sono loro che cercano la perfezione nel vuoto che li circonda, nei rapporti occasionali, nella facilità pagata a prezzo di rinuncie. Non fermatevi mai, non abbattetevi, andate oltre le critiche, noi siamo l’unica voce che può urlare una vita più umana per i nostri familiari disabili. L’autismo non è un mostro da combattere ma un bambino da proteggere.
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L’autismo è quando D. si sveglia e vuole sedersi al suo posto, con vista fuori.
L’autismo è quando D. beve il succo dal bicchiere verde e l’acqua su quello bianco.
L’autismo è quando D. si tappa le orecchie per una moto che passa in strada.
L’autismo è quando D. va a scuola come un bambino andrebbe in guerra.
L’autismo è quando D. sistema le macchinine tutte in fila.
L’autismo è quando D. ha mal di pancia e si tira forte i capelli.
L’autismo è quando D. mi graffia il viso se sta tanto male.
L’autismo è quando D. si scotta il dito e non sente dolore.
L’autismo è quando D. conta tutti i paletti del guard rail in autostrada.
L’autismo è quando D. misura mentalmente quanta coca cola rimane nella bottiglia.
L’autismo è quando D. non tocca le cose viscide o polverose.
L’autismo è quando D. non vuole restare nei luoghi con troppe persone.
L’autismo è quando D. fa girare tutti gli oggetti rotondi.
L’autismo è quando D. non cammina sulle mattonelle nere.
L’autismo è quando D. si arrabbia e non ascolta nessuno.
L’autismo è quando D. si chiude nel suo mondo per ore, senza me.
Essere mamma di un bambino autistico è come essere mamma di un bambino non autistico, l’unica differenza è quella che vedete voi.

8 gennaio 2018, sciopero docenti

Beh vi racconto da come è iniziata… Diciamo che il risveglio non è stato dei migliori: alle 7:15 mamma era già dentro casa mia con il telefono in mano (disperata) pensava di aver combinato casini con WhatsApp; sì perché, per il suo compleanno abbiamo deciso di regalarle uno smartphone e in meno di 3 mesi ha già più di 300 video salvati in galleria, la sim stava per esplodere, e mentre sgranocchiavo i corn flakes asciutti con il pollice eliminavo decine di immagini doppie, triple e quadruple. Mi tempestava di domande e io annuivo senza dare spiegazioni, ripetevo – vedi così – strisciando il dito sul cestino, nel frattempo Manuel e Daniele avevano già finito la colazione super eccitati del rientro dopo le lunghe vacanze. Manuel stava ripassando tutti gli argomenti di cui avrebbe parlato in classe dal punto primo, essenziale: cosa ti ha portato Babbo Natale a come poter sfoggiare la maglietta nuova dei Lego ninjia con il grembiule sopra, Daniele invece stava attento a non sporcarsi troppo con la marmellata e ridacchiava di sottecchi nel guardare il fratello allo specchio. Solitamente in mezz’ora siamo pronti tutti e tre ma ieri era una giornata da profumo, doppia spazzolata ai denti e capelli così mi accorsi che era tardissimo, mia madre ci aspettava in macchina già irritata; di corsa accellerai:
giubbotti
controllo caccole
annusare gli aliti
tirare su zaini
mano a Manuel
Daniele in braccio
aprire porta e… nooooo!
Mi trovai la pipì di Snoopy sul pianerottolo piastrellato. Pensai – non importa, appena torno pulisco – invitai Manuel spintonandolo un po’ dietro a passare di lato, attaccato al muro e correre in macchina che la nonna aveva quasi esaurito la batteria a forza di suonare il clacson; tirai di nuovo su gli zainetti con un braccio e Daniele sull’altro braccio, allungai la gamba e caddi di ginocchio proprio sopra
di tutto peso
mio
di Daniele
degli zaini
e di tutte le parolacce che non stavo dicendo
un male
ma un male allucinante, i jeans zuppi e l’altra che suonava, Daniele avvinghiato al collo, il cuoricino a tremila lo guardai e sorridendo gli dissi:
– credevi che ti facevo cadere eh?
Lui sospirò lungo.
In macchina mi sentivo scendere la pipì del cane sul ginocchio che pulsava gonfio nei pantaloni aderenti, con un fazzoletto tamponavo e cercavo parcheggio tra le auto in doppia fila. Era veramente tardi, così decisi di mettere l’auto dietro i geni che ogni mattina mi occupano il posto disabili.
Tirare fuori Daniele con le auto in doppia fila è veramente un dramma perché non si può aprire lo sportello del tutto e non si può nemmeno avvicinare il passeggino, quindi spesso, come ieri, devo mettere il passeggino in mezzo la strada, caricarlo in braccio divincolando tra i suv, stando attenta che non mi investano e poi sistemarlo sul passeggino.
Finalmente sull’uscio della scuola, decisi di far entrare prima Manuel perché sulla rampa disabili c’era la fila di mamme, tornando indietro entrai in classe di Daniele che era contentissimo, fece un sorriso enorme, tutti i compagni lo salutarono: abbracci, baci mentre io fuori parlavo con l’insegnante che mi invitava a non lasciarlo in quanto il sostegno non c’era e lei doveva gestire la classe

– Signora, lo lasci sul passeggino legato più di questo, non posso…

Mi veniva da piangere, un po’ per il male al ginocchio, un po’ per nervoso. Così presi nuovamente Daniele che ovviamente non capì il motivo, salutai di nuovo e uscimmo come ladri senza passamontagna.
Dopo dieci minuti eravamo muti e seduti al bar con il cappuccino:
– Mangia chicco
(Niente)
– Bevi un po’ di lattuccio
(Niente)
Non incrociava nemmeno il mio sguardo, incartai il cornetto al cioccolato, pagai e
andammo a casa.
I jeans ormai erano asciutti e sentivo una puzza di rabbia e piscio che venivano da me; misi Daniele sul deambulatore che di corsa andò alla finestra ed io mi feci una doccia.
Resto’ tutta la mattina là, senza guardarmi, senza bere, né mangiare; cercai di spiegargli l’accaduto ma niente, mentre smontavo l’albero e presepe lo vedevo muovere la bocca e ad un certo punto disse:
– Papà?
– Papà torna dopo pranzo, vuoi che lo chiamo?
– No
– Sei arrabbiato con mamma?
– No
– Mi vuoi bene?
– No
Quindi capì che non era rabbia, forse delusione o solo frustrazione o semplicemente voglia d’indipendenza, essere un bambino come tutti, non dover dipendere da me, insomma sentirsi un maschietto.
Ed ho capito anche un’altra cosa, vedete, noi donne possiamo fare tantissimo tra l’essere madri, mogli, lavoro, famiglia, tutto, ma noi non saremo mai e dico mai un papà. Solo il papà, può fare il papà è solo il papà è l’uomo di casa.


 

La mamma di un disabile è una donna che non dorme mai, è una donna che prende decisioni d’impulso che si lancia che si dondola senza mai abbandonarsi; la mamma di un disabile non abbassa mai le spalle, non tira il collo, non sgrana gli occhi; la mamma di un disabile mangia fette grandi di vita quando può fino a scoppiare; la mamma di un disabile non ha mai sensi di colpa durante il giorno, non ci pensa, non ha tempo; la mamma di un disabile vive ad alto volume, non ha mai i capelli in ordine, non ha mai la pelle liscia; la mamma di un disabile si innamora sempre, di tutto, si sorprende quando la vita la sorprende. Sapete che molti dei nostri figli non sono nemmeno in grado di scrivere, di parlare, figuriamoci un “auguri mamma” oppure un “ti voglio bene”; molti dei nostri figli sono sempre assenti, molti dei nostri figli sono dei sacchetti di carne con pochi muscoli, molti dei nostri figli resteranno eternamente bambini. È la festa della mamma e ci hanno rifilato il solito cartoncino scarabocchiato, oppure quel sasso di pasta di sale fatto da chissà chi, vogliono dargli quel merito e farci credere soprattutto che noi ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di uno stupido disegno stampato, sapendo che lui, nostro figlio, probabilmente nemmeno era in classe in quel momento…

Ma sapete noi di cosa abbiamo bisogno realmente?

Di un vaffanculo liberatorio

sì!

Quelli incazzosi contro la vita, contro la società, contro gli uomini, contro il mondo;

vaffanculo tutti

sì… Senza motivo

ma non perché siamo portatrici di rabbia, ci serve solo per spingere quel sasso che comprime sui polmoni, quel bottone troppo stretto, quelle scarpe cosi alte, quel nodo tra i capelli, quello che ci fa vivere in apnea, quello che tutti chiamano: disabilità, un abito che noi indossiamo divinamente bene. Spesso mi dicono che sono una mamma speciale, forse perché mi vedono destreggiare una sedia a rotelle con uno bel ragazzo di quasi otto anni, oppure mi chiedono come faccia da sola, chi mi aiuti, dove trovi la forza… Quelle teste inclinate con gli sguardi pietosi, quelle facce impaurite che abbracciano i figli e ringraziano Dio, sì… Grazie per non aver dato loro questo fardello, grazie perché spesso la paura ci rende più deboli o è solo la stanchezza a far di noi dei passivi sociali senza più un animo. Quel pomeriggio ero esausta, venivo da una settimana di compleanni, uno standard impulsivo di feste copia incolla, con la differenza del nome sulla torta piena di panna, candeline e profumi di donna; Daniele non ama la confusione, non ama i pericoli, non ama i gonfiabili, non ama le urla, non ama gli odori forti, non ama tutto ciò che non è prevedibile, calcolato o quantomeno studiando  prima, diciamo che per noi le feste sono una vera tortura, soprattutto per lui… Ma la scuola era iniziata da poco e ancora avevamo dentro l’entusiasmo di una prima elementare piena di aspettative. Seduta su una sedia di plastica con Daniele di fianco tentavo di isolare la mente da quella musica assordante e puzza di fritto, avevo la nausea e il sudore degli altri sulla gola, come una tachipirina mille che scendeva: arsa e piegata; mamme sorridenti e truccatissime sfilavano su tacchi alti e maglie nuove, io sentivo i miei occhi chiudersi, inadeguati come una macchia nera sul divano bianco, indossavo le converse, i jeans strappati, una mezza coda e contavo i minuti guardando la porta. Fu la prima volta che dissi una parolaccia ad una bambina, mi chiedo ancora oggi se fosse stato giusto come poi dissero alcuni presenti, oppure no. Daniele dal vissuto di sette giorni tra ansia e confusione se ne stava immobile ad osservare quel trambusto, la schiena poggiata ferrea, la bocca schiusa dalla quale fuori usciva la bava e la testa chissà dove, sicuramente fuori di lì. Una bambina passando lo guardò e disse: “che schifo!” tante cose facevano schifo in quell’istante, probabilmente anche noi, totalmente assopiti dalle mura disegnate con allegri pagliacci; d’istinto la mia risposta non fu felice e poi di colpo esplose lei in una crisi isterica e paura. Nonostante la mia sensibilità non mossi un dito ne un banale “scusa” ci misi giorni per realizzare accompagnata da fiumi di pianto e lame, la mia impotenza davanti al suo ‘schifo’ a volte si perde, lo pensai vomitando il mio orgoglio, la bambina aveva centrato l’obiettivo, sparato in pieno e io non ero pronta, per l’ennesima volta. – era soltanto una bambina, dai… – e se quello fosse stato tuo figlio?

Noi mamme di figli disabili abbiamo una marcia in più: loro.

 

Tratto da N°5 non è né un profumo né un mambo
Acquista qui la tua copia
 

 

In questa giornata di ridondanza Mondiale decisi di lanciare il mio libro, lo volevo nel mezzo, messaggero di un dettaglio  importante. Affinché il 25 novembre non sia  più una data da  ricordare, affinché non ci siano più donne picchiate, uccise, umiliate, insultate, maltrattate, denigrate, donne siamo semplicemente donne e, dopo un anno dall’uscita ufficiale di “Firmato tua F.”

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miritrovo qui a sfogliare i  ricordi, che mi vedevano al fianco della presidente dell’associazione noi angeli sulla terra Onlus: Mary Sangiovanni per sostenere e dire “basta” alla violenza sulle donne, serata indimenticabile nella quale abbiamo raccolto molto per progetti importanti, portati avanti con successo, grazie a persone che si sono rese disponibili per formare una rete nella quale accogliere ed ascoltare tutte le donne vittime di abusi. Una campagna di sensibilizzazione e donazione che continuo a portare avanti anche quest’anno, insieme a Daniela Sasso a favore dell’Airc per la ricerca e la prevenzione del tumore al seno, abbiamo infatti deciso di donare la nostra opera devolvendo l’intero ricavato, per info clicca il link in basso.

Oggi ancora dico grazie. Grazie a voi che continuate ad essere al mio fianco.

Foto della serata

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Titolo: “Firmato tua F.”
Autrice: Katyg
Editore: Casa Editrice Kimerik

Un incontro come tanti.
Due persone come tante.
Una relazione come tante o forse no.
Questo testo di poesie, inizia e prende corpo proprio da un incontro tra un uomo e una donna che si riconoscono, si piacciono, stanno insieme e si amano…forse…
Attraverso questo testo, Katyg ci permette di assistere all’evolversi di questa storia, che si snoda e prende vita grazie alle sue poesie, che esprimono la forza e la potenza di questo sentimento per certi versi malato.
Lui è un uomo narcisista, aspetta di essere idolatrato, compiaciuto, affermato dalla sua donna attraverso continue lusinghe, apprezzamenti, gesti d’attenzione, dichiarazioni d’amore per poi sparire una volta raggiunto il suo scopo.
Lei donna dal carattere contrastante, che ama follemente quest’uomo che non la ricambia con la stessa intensità e passione. Una donna che sa perfettamente delle mancanze del compagno ma continua a cercare, chiedere conferme e attenzioni, in un continuo cambio di umore.
Katyg ci afferra e trascina nel vortice di questo sentimento intenso e doloroso, facendoci sentire e vivere sulla nostra pelle la passione, la felicità del rapporto ma anche la sofferenza per l’amore negato, il dolore e il tormento quando l’uomo sparisce lasciandola sola con i tanti dubbi che affollano la sua mente e la sua anima. La lascia come una barca in mezzo al mare, in balia delle onde e senza punti di approdo e salvezza. Ma come tutte le donne, troverà la forza per rialzarsi, lottare per se stessa e salvarsi e anche la sua consapevolezza prenderà vita nelle poesie.

“quando decisi di lasciarmi cadere
mi accorsi all’improvviso di avere le ali.”

Katyg ha descritto in modo poetico e delicato, sensazioni ed emozioni che tutte abbiamo vissuto e affrontato. Ha utilizzato versi brevi e intensi per dare luce e forza ai sentimenti della donna e per descrivere un amore malato. Un amore sbagliato, un amore tormentato, un amore che non vive il giusto equilibrio di coppia, un amore che forse non è amore…

“Io non sono la mia carne
io non sono la mia pelle
io non sono le mie labbra
io non sono il mio seno
io sono tutto ciò che i tuoi occhi non guardano.”

Lasciatevi afferrare dai versi di Katyg e perdetevi dall’intensità delle sue poesie.
Buona lettura!!

(Marianna Di Bella)cropped-IMG_20161020_151703-1.jpg

Katy G.
FIRMATO TUA F.

Prego, salite nudi in questa storia. Scivolate lungo la corrente poetica del racconto per vivere con Frida, come Frida un “amore malato” ma vero, totale. Non c’è giudizio, solo dedizione e passione, amore vissuto fin negli atomi della pelle ma corrisposto attraverso il velo “a specchio” di un uomo che ama prima se stesso, poi il resto, ma esiste il resto? C’è la passione, le lenzuola stropicciate, la delusione, il vuoto, il sapore amaro della consapevolezza di un domani diverso. C’è il riscatto senza trionfo.
LXVI . Oltre quello che vedi
Io non sono la mia carne
io non sono la mia pelle
io non sono le mie labbra
io non sono il mio seno
io sono quello che i tuoi occhi non guardano.
Katy coinvolge nella sua visione, accompagna dentro il mondo emotivo di una donna, costringe, se sei uomo, a leggerla con la parte femminile, quella maschile rimane rigata, come le lacrime macchiate di rimmel, in un leggero senso di colpa. “Io sono quello che i tuoi occhi non guardano” perché non c’è abbandono che più ferisce del non essere guardata nell’anima. E chi non ama già abbandona, prima di farlo realmente. E’ con naturalezza, senza corazza protettiva, che F. si svela per poi ricoprire tutto con “un velo di neve”. La liberazione finale è amara, in fondo era solo uno “stronzo”. Resta il sapore di una lettura coinvolgente, un percorso pensante, una poetica struggente e appagante. Resta l’ammirazione per Katy. Baciare il libro dopo averlo letto, da consumare lentamente, senza moderazione, può creare dipendenza.

Luciano Bertuccioli

Katyg firmato tua F..

“La dipendenza dal ricordo… non lascia tregua”

Mi piace leggere un autore con le sue parole.
O anche, e meglio, scorgere tra le sue parole quello che appare, di un volto, di un sorriso, di una ciocca che non sta al suo posto, di un agitarsi nervoso a ripassare parole scarabocchiate di una presentazione, di un leggere con quella voce sommessa, quasi a voler custodire, versi che escono dall’anima e sembrerebbero – anche – scritti sulla pagina.
E tutto questo non necessariamente coincide con quello che l’autore esprime.

Tra le righe colme si celebra un’assenza. Una mancanza che riempie col suo non esserci. E’ il riferimento continuo agli assilli d’amore di Frida Khalo che si espandono per le pagine di KatyG, colando tormento e bruciature di cuore.
Un vuoto che crea spazio vero per chi, poi, lenirà i dolori, per chi saprà interpretare i ricordi e i sogni lasciati a metà.

Firmato tua F. dedica, e si dedica, queste assenze comuni a tutti noi. Tutti noi che sopportiamo la fatica, e la voglia, d’amare.

“Va bene che mi manchi per sempre, perché così saprò che ci sarai: sempre”

Cosi come Frida vive di sofferenza eterna, intessuta nelle sue ossa deboli, sul cuore martoriato e le sue tele miracolose. Così KatyG rielabora questa eterna assenza, questa unica Assenza che si eleva ad accoglierle tutte, questo sogno magico che può evolversi come una vita parallela.

“Non c’è posto per un’altra assenza”

C’è un sapore di bellezza evocata in ogni parola di Katy, una costante eco di vita esaltante, la vita desiderata da Frida, ricercata in ogni suo spasmo, in ogni tocco di acquerello. E il sapere senza nessun ombra di dubbio, che ogni volta che toccava la felicità, quella era reale Felicità, il massimo della vita.

“In quel preciso istante il mondo era perfetto”

Che poi si ritorni all’oblio, al reale soffrire, al solo doverli custodire i sogni, fa parte di un discernimento anche voluto, elaborato con forza, ma portatore di nuova linfa, nuovi sorrisi, nuovi sogni.

“La vita mi ha aspettata, proprio dove l’avevo lasciata”

KatyG riesce a completare un cerchio come parlando confidenzialmente con Frida, come in un magico specchio di immagini, riflessi e riflessioni.
Immaginando una vita di sogno perfetto, di felicità da cogliere.

“Preparatevi, è arrivata l’estate” Di nuovo. Come sempre.

Grazie Katy!

Le donne, bisogna osservarle con attenzione, per poterle conoscere almeno un po’, ascoltarle, per imparare ad amarle, e cominciare a leggerle, per capire cosa si nasconde dietro le loro parole. Katyg Writers ci racconta di un “amore malato” come lei stessa lo definisce; non per deprimersi a leggere il dolore altrui, ma per comprendere che oltre l’amore non corrisposto, o elemosinato, c’è la capacità che ogni donna deve avere: quella di amare se stesse e accorgersi di possedere delle ali nel momento in cui si sta precipitando. Perché come dice la scrittrice “L’amore è un ponte, collega: la forza alla fiducia”. Katyg – FIRMATO TUA F. Edito da Kimerik