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Vita da mamma versione special

Rianimo le parole uccise dalle bocche cucite. contatti: Vitadamammaversionespecial@gmail.com

Ritorno al bosco dei 100 acri

Inauguriamo settembre con l’inizio della nostra stagione cinematografica (*fascia verde) stavolta è toccato a me scegliere il film e ovviamente, non potevo che scegliete lui, il mio amato: Winnie.

“Mettetevi comodi bambini, adesso vi racconto una favola…”

ed è proprio questa la sensazione, siamo a Londra, luogo madre delle storie che più ci hanno fatto sognare, da Peter Pan alla carica dei 101, dal canto di Natale ad Alice nel paese delle meraviglie, così come Re Artù… Scopriamo che dietro le giornate uggiose londinesi sono ambientate le nostre favole da bambini, ma che succede quando cresciamo?

Preparatevi a ricevere un pieno di dolcezza “Ritorno al Bosco dei 100 Acri” un sequel per le avventure classiche di Pooh. Christopher Robin è cresciuto e come spesso accade è troppo preso dal lavoro per pensare ai suoi compagni d’infanzia, ma anche alla moglie e alla figlia Madeline, una storia in stile vintage londinese, nel duro dopo guerra in ripresa economica; ma nulla è perduto in suo soccorso arriva Winnie the Pooh – Dicono che niente sia impossibile, ma niente io lo faccio sempre – il solito Pooh impacciato, tenero e sempre affamato che ha perso di vista i suoi compagni, ci sono proprio tutti: Tigro saltellante, Ih-oh con il suo pessimismo, Pimpi e la passione per le ghiande, Tappo e tutti gli altri. Sarà proprio il suo vecchio amico di un tempo ad aiutarlo a ritrovarli. Ma Christopher, prima di poter risolvere il problema dell’orsetto, dovrà riuscire a ritrovare se stesso, dice Pooh: “Io arrivo sempre dove voglio andare solo allontanandomi da dove sono”. Da qui un crescendo tra fantasia e realtà con piccole frasi che tagliano riflessioni profonde dando un nome al mostro che si nutre della fanciullezza gli “estofanti” immaginari o forse no.

Pimpi: “Come si scrive la parola amore?”

Pooh: “Non si scrive, lo si sente.”

L’amore dei più piccoli, quello semplice di cui spesso ci dimentichiamo, perso insieme ai sogni, soffocato dalla razionalità e dalla nostra voglia di giocare a fare gli adulti a tutti i costi.

“Amore è fare qualche passo indietro, forse anche di più… per dare spazio alla felicità della persona che ami”

E voi siete felici?

 

*fascia verde – film adatti a tutta la famiglia.

 

Scriverai un articolo vero?

Guardavo fuori dal finestrino, faceva freddo, ero stanca… Non stanca fisicamente, l’adrenalina ormai scesa sotto zero non mi permetteva di pensare, chiusa nella mia mente come sotto una coperta calda.

– Su cosa dovrei scrivere un articolo?
– Su cosa? Ti rendi conto che hanno fatto arrivare un treno in un binario vicino solo per facilitarci la salita e scesa? Ti rendi conto che ci hanno aiutati a salire sul treno con tutte le valige? A Roma questo non sarebbe mai accaduto, un articolo mi sembra il minimo.

Continuavo a guardare fuori, iniziò a scendere la pioggia che rigava il vetro in diagonale senza lasciarmi più un minimo di panorama, i ragazzi ormai stanchi. Daniele con tutta la sedia a rotelle nel posto disabili di fronte la porta del cesso, senza sedili attorno, qualcuno passando gli aveva poggiato di fianco le valige che puntualmente tiravamo su perché gli sbalzi del treno le facevano cadere e perché quello spazio non è stato studiado per le valige anche se non dà nemmeno l’idea di un posto disabili.

– Il carrozzato viaggia solo
– Che intendi?
– Nulla, pensavo ad alta voce.

Anche Cristian era stanco, probabilmente pure infastidito dal mio cinismo, puntuale come una macchia di sugo sui pantaloni bianchi.

Dai spiegami
– Mi chiedo perché il posto dei disabili sul treno sembri più un rimessaggio per le valige, non ha sedili di fianco e il gancio di bloccaggio posteriore è inarrivabile con le mani.
– È vero però guarda il lato positivo in meno di sette minuti siamo scesi e saliti da un treno all’altro senza il minimo sforzo.
(Aridaje)
Ci scriverò un articolo
– Non ti limiterei agli elogi ti conosco…

Ripresi a guardare fuori, man mano che ci avvicinavano a Roma il cielo si faceva limpido, chiaro, quasi riposante. Pensavo a cosa poter scrivere sull’articolo – Sicuramente l’accoglienza Marchigiana eccelle, i servizi per i disabili sono tutti funzionanti, tenendo conto poi che oggi è domenica – Mi stavo lentamente convincendo ma non mi sentivo affatto stupita, ripresi ad alta voce:

Quando tu bevi l’acqua non dici che è buona, però se l’acqua fa schifo, cazzo fai una denuncia!
– Non ti seguo…
– Io vorrei che fosse sempre buona l’acqua.
– Certo amore!

(Ok qui abbiamo riso tipo un quarto d’ora, la stanchezza ci stava giocando brutti scherzi)
Volevo dire in realtà che anche se è stato tutto meraviglioso, dovrebbe essere sempre così, ovunque, in ogni regione d’Italia;

– Ma cazzo! Possibile mai che nel 2018 ancora un carrozzato non possa viaggiare solo in treno?

Sulla mia ennesima parolaccia si aprirono le porte del treno, finalmente Roma! Ovviamente l’assistenza non era presente, la gente dietro arrabbiata voleva scendere e noi formavamo un grande tappo, il controllore riuscì a sorpassarci di lato non curante del nostro disagio. Lasciammo diluire il flusso di persone che ci spintonavano e calpestavano come un volantino della Cepu. Poco dopo si affaccio’ il tipo dell’assistenza (che ovviamente era prenotata e doveva essere lì all’apertura delle porte):

РAh ma ̬ un bambino! Vi arrangiare soli allora?!

Niente, lo dicevo anche stamattina a Paola:

Io l’articolo lo scrivo, ma non saprei proprio da dove iniziare.

Il mondo al femminile di Bourgeois

“Il ragno è un’ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia era nel settore del restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto brava. I ragni sono presenze amichevoli che mangiano le zanzare. Sappiamo che le zanzare diffondono malattie e per questo sono indesiderati. Così, i ragni sono protettivi e pronti, proprio come mia madre”.

Louise Bourgeois, una delle più grandi scultrici contemporanee franco-canadese, icona del femminismo moderno, elegantemente provocatoria.

«Mi chiamo Louise Josephine Bourgeois. Sono nata il 24 Dicembre a Parigi. Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant’anni, tutti miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma».

I temi delle sue sculture sono sempre gli stessi: l’infanzia in Francia, le amanti del padre, la madre e lei bambina impegnate nel restauro di arazzi antichi, le tecniche e i materiali, gli istinti distruttivi, la sublimazione, la paura, l’essere artista, il processo di creazione, lo specchio, il ragno, l’amore e l’erotismo. Sono nati così la Femme Maison un corpo metà donna e metà casa; Lairs ovvero le tane create per un assoluto isolamento; Cells, spazi racchiusi da rete di ferro, spazi visibili ma inaccessibili dove galleggiano letti; Spiders giganteschi ragni d’acciaio installati in diverse città come il centro Pompidou di Parigi e che la stessa artista paragona alla madre, perché il ragno è un animale che va a intrappolarsi negli angoli, dove trova sicurezza. Ma lei non è intrappolata, anzi, cerca di intrappolare gli altri. 

Louise Bourgeois: Maman (with the Notre Dame Cathedral Basilica of Ottawa in the background)

«Non è un’immagine che cerco. Non un’idea. È un’emozione che voglio ricreare, l’emozione di volere, di dare e distruggere».

Louise Bourgeois era una donna eccezionale, ed una delle più grandi artiste del secolo. Lucida, folle, anticonvenzionale, rigorosa, geniale, umile, straordinaria interprete del femminile e dell’arte.

“Devi raccontare la tua storia e dimenticarla. Dimenticare e perdonare. Questo ti rende libera”

È scomparsa nel 2010 a New York all’età di 98 anni.

“Quando avevo sette anni, mia madre mi lavò i piedi, li cosparse di allume e mi tagliò le unghie. Poi mi piegò le dita contro la pianta del piede, legandomele con una fascia lunga tre metri e larga cinque centimetri, cominciando dal piede destro e passando poi al sinistro. Mi ordinò di camminare, ma quando ci provai, il dolore fu insopportabile. Quella notte mi sentii i piedi in fiamme e non riuscii a dormire; mia madre mi picchiò perché piangevo. Nei giorni seguenti cercai di nascondermi, ma fui costretta a camminare sui miei piedi. Dopo alcuni mesi, tutte le dita, tranne l’alluce, erano schiacciate contro la superficie interna. Mia madre mi tolse le bende e lavò il sangue e il pus che mi colavano dai piedi. Mi disse che solo rimuovendo a poco a poco la carne, i miei piedi sarebbero diventati snelli. Ogni due settimane mi mettevo delle scarpe nuove: ogni nuovo paio era di qualche millimetro più piccolo del precedente. D’estate i piedi puzzavano tremendamente di pus e di sangue, d’inverno erano gelidi per la mancanza di circolazione. Le quattro dita arricciate all’indietro sembravano bruchi morti. Ci vollero tre anni perché potessi calzare le scarpe di otto centimetri, le mie caviglie erano sottili, i piedi erano diventati brutti e ricurvi.”

 

Con il romantico termine “Loto d’oro” viene intesa la deformazione dei piedi praticata in Cina fino ad una settantina di anni fa.

 

Negli anni ’20, con la caduta di un impero durato circa duemila anni, tale pratica venne resa illegale, ma è continuata nelle periferie delle varie città fino al 1949, cioè fino a quando Mao Zedong proclamò la fondazione della Repubblica Popolare Cinese dalla Piazza Tian’anmen, a Beijing (1° ottobre 1949).

 

Il termine “Loto D’oro” deriva probabilmente dall’andatura oscillante che assumevano le donne sottoposte a tale “pratica” mentre camminavano, per via dei piedi che arrivavano a misurare una lunghezza tra i 7 e i 12 centimetri.

 

Per arrivare alla forma desiderata i piedi venivano tenuti fasciati per un periodo di tempo variabile da tre a 10 anni, prima piegando dal secondo al quinto dito (lasciando quindi il l’alluce disteso) e in un secondo tempo avvicindo il “ditone” ed il tallone inarcando il collo del piede. In questo modo avveniva una deformazione delle ossa metatersali e delle articolazioni.

 

Inoltre i piedi venivano costretti in scarpine letteralmente a misura di bambola, e necessitavano di continue cure in quanto pus ed ulcere si formavano in continuazione e solamente dopo molti anni il corpo riusciva ad abituarsi a tale deformazione. I calli che si formavano di conseguenza venivano “asportati” e non raramente diventava necessario effettuare un taglio sotto la pianta del piede per asportare la carne in eccesso.

 

Le scarpine venivano fabbricate su misura dalla donna sottoposta “al trattamento”, erano lavorate minuziosamente e potrebbero essere paragonate a vere e proprie opere d’arte; più la calzatura era piccola e lavorata e maggiori erano le possibilità di trovare un marito facoltoso.

 

Noi occidentali fin dai primi viaggi in Cina rimanemmo stupiti e sconcertati da tale pratica, ma potrebbe essere paragonata a quella del busto (o corpetto, in voga qui da noi fino ad un secolo fa) che deformava le costole, spostava gli organi interni e poteva compromettere la gravidanza.

 

La leggenda vuole che la prima donna a praticare su se stessa il Loto d’oro fu una concubina imperiale (circa 900 d.C.), che per aggraziarsi i favori dell’imperatore si fasciò i piedi con della seta bianca e ballò per lui la “Danza della luna sul fiore del Loto”.

La punta del piedino sporgeva appena dai pantaloni, solitamente col bordo dorato per attirare l’attenzione, creando un gioco di “vedo-non vedo” ritenuto ai tempi eccitante ed erotico, al pari del seno di oggi che può essere intravisto con una maglia scollata. La minuta dimensione dei piedi manteneva i muscoli delle gambe sempre in tensione, modellandole ed ingrossando gli aduttori e restringendo (nell’immaginario maschile) la vagina.

 

 

 

 

È tetraplegica. Bellissima, ma tetraplegica. Prima dell’incidente era una ragazzona con un corpo bellissimo ma quello che le è successo le ha sconvolto la vita, cambiandogliela, segnandogliela, sconvolgendole l’esistenza per sempre. Tutto cambia in un attimo e ciò che diventiamo non sempre ci piace… Autrice di “Non volevo morire vergine”

 

La scrittrice ha pubblicato un post su Facebook per ringraziare l’uomo che le è sempre stato accanto nella malattia

di Barbara Garlaschelli, scrittrice

«Uomo mio, la gente non sa cosa vuol dire vivere con una donna che ha sempre bisogno di te. E non solo perché è innamorata, ma perché non può compiere la maggior parte delle azioni da sola. La gente non sa cosa vuol dire vivere con una donna così, che di mestiere fa la scrittrice e, quindi, è mossa da venti contrari e impetuosi che la portano a essere un giorno felice come una bambina e un altro triste come un’orfana. Non lo sanno – e a te poco importa perché l’hai scelta e la ami. Ma a me importa, eccome. Perché spesso si pensa a chi ha una disabilità ma non a chi gli vive accanto. E se ci pensa lo trasforma in un santo, o in un infermiere, o in uno strano essere ossessionato da qualche turba mentale. Ma io so, io ti vedo e ti vivo ogni giorno. Io vedo i tuoi occhi che cambiano espressione quando sto male, o sono felice, o sono malinconica. Vedo le tue mani prendersi cura di me, in ogni piccolo gesto, in ogni piccola e grande esigenza. Io non posso camminare per fato, tu non ti allontani per scelta. Ma non è un sacrificio, mi dici, è la mia vita con te. Mi hai sempre detto che il tuo innamorarti di me è stata una non scelta. E forse tutti gli amori lo sono, delle non scelte. Ci ritroviamo innamorati, e basta. Come un’infreddatura o una vincita al lotto. O un fiore che raccogliamo senza pensarci. O quando guardiamo il mare e ci sentiamo bene. Accade, nient’altro. Poi si diventa due, si perde l’unicità che ci ha reso indipendenti e forti fino a poco prima e abbiamo l’altro affiancato a noi, separato ma indispensabile. La gente non sa la responsabilità e la dedizione dell’essere indispensabili, perché viviamo in un mondo in cui si ripete sempre la frase “Tutti necessari ma nessuno indispensabile”. Sembra una frase vera e invece è solo cinica ed esprime il terrore del bisogno di un altro per sentirsi completi, qualunque cosa essere completi significhi e comporti. Ognuno lo è a modo suo. Io lo sono con te, anche quando deraglio, o lo fai tu. Perché anche questo accade stando insieme, amandosi. Ma io i tuoi occhi su di me, sulle mie fragilità li sento sempre. Come sulle mie invincibili battaglie. Tu ci sei. E io ci sono, non perché non potrei fuggire – chi lo dice che non potrei farlo? Sono mille le vie di fuga e non richiedono gambe buone per essere percorse. Io ci sono perché ci sei tu. Siamo comici? Teneri? Ridicoli? E a noi che importa? Sono nostre le ore, il cielo, il mare, i segreti, le parole, i silenzi. Nostri, uomo mio. Teniamoci stretti».

 

Ph Paola Cominetta

“C’era una volta un elefante che aveva tutti i colori, tranne il color elefante.” 

Un giorno chiesi a Manuel se secondo lui Daniele era diverso, ci pensò un pò e mi rispose così:

Vedi Mamma, certo che Daniele è diverso lui ha i capelli chiari, io scuri, i tuoi sono lisci e papà non li ha, siamo tutti diversi, anche gli occhi la pelle… Capito? Anche se non ci assomigliamo non fa niente.

Mi sentì così piccola, stupida, che razza di domanda avevo fatto? I bambini non vedono la diversità, sanno distinguere i buoni dai cattivi, i maschi dalle femmine, i forti dai deboli… Ma la diversità, per come intendiamo noi adulti, non sanno minimamente cosa sia. Dovremmo far gestire il Mondo ai bambini, solo loro conoscono il segreto della felicità.

Esistono in letteratura molte favole che aiutano a comprendere la diversità, un classico da leggere e rileggere è sicuramente: Elmer l’elefantino variopinto.

C’era una volta un branco di elefanti. Elefanti giovani, vecchi, alti, grassi e magri. Elefanti come questo, quello e quell’altro, tutti differenti e felici e dello stesso colore. Tutti, all’infuori di Elmer. Elmer era diverso. Elmer era multicolore. Elmer era giallo, arancione, rosso, rosa, porpora, blu, verde, bianco e nero. Elmer non era color elefante.

 

Era Elmer che intratteneva il branco. Talvolta scherzava con gli altri elefanti, e qualche volta erano gli altri a scherzare con lui. Ma dovunque ci fosse un sorriso, era Elmer che l’aveva acceso.

 

Una notte Elmer non riuscì ad addormentarsi perché aveva un pensiero sciocco: era stanco di essere diverso.

 

“Non si è mai sentito di un elefante multicolore!” pensava “Ecco perché tutti mi ridono intorno.”

 

All’alba, prima che gli altri si svagliassero, Elmer scivolò via.

 

Gironzolando nella giungla Elmer incontrò molti animali. Tutti dicevano: “Buongiorno Elmer”. E ogni volta Elmer faceva un sorriso e rispondeva: “Buon giorno”.

 

Dopo una lunga passeggiata Elmer trovò quello che stava cercando: un grande arbusto. Un grande arbusto pieno di bacche color elefante. Elmer afferrò l’arbusto con la proboscide e lo scosse, lo scosse fino a far cadere a terra tutte le bacche. Quando il terreno fu coperto di bacche, Elmer ci si rotolò in mezzo. Poi, con la proboscide multicolore, afferrò grappoli e grappoli di bacche e se li strofinò addosso fino a far sparire ogni traccia di giallo, di arancione, di rosso, di rosa, di porpora, di verde, di blu, di bianco e di nero. E alla fine Elmer sembrava un qualsiasi elefante color elefante.

 

Elmer si incamminò per tornare al suo branco. E sulla via incontrò molti animali. Questa volta ogni animale disse: “Buongiorno, elefante”. E ogni volta Elmer sorrise dicendo: “Buongiorno”.

 

Era felice di non essere stato riconosciuto.

 

Quando Elmer raggiunse il branco tutti gli elefanti dormicchiavano e nessuno si accorse di Elmer che si infilò in mezzo a loro.

 

Dopo un po’ Elmer si accorse che c’era qualcosa che non andava. Ma cosa? Si guardò in giro: la solita giungla, il solto cielo splendente, le solite nuvole che tornavano di quando in quando e infine i soliti, proprio i soliti elefanti. Elmer li guardò. Gli elefanti se ne stavano fermi fermi. Elmer non li aveva mai visti tanto seri prima di allora. E più guardava quei seri, silenziosi, immobili elefanti, più aveva molta voglia di ridere.

 

Alla fine non ne poté più. Alzò la proboscide e urlò a perdifiato: BUM! Colti di sorpresa, gli elefanti saltarono in qua e in là, in su e in giù, e caddero da tutte le parti. e videro Elmer che scoppiava dalle risate. “Elmer” dissero “Quello deve essere Elmer” e quindi anche gli altri elefanti si misero a ridere, e risero come non avevano mai riso prima.

 

Cominciò a piovere e la pioggia lavò Elmer che tornò variopinto. E gli elefanti risero ancora più forte. “Oh Elmer” disse un vecchio del branco “Ci hai sempre fatto ridere, ma questa risata è la più bella di tutte. Non ci hai messo molto a tornare variopinto”.

 

“Dobbiamo festeggiare questo giorno ogni anno” disse un altro elefante “Questo sarà il giorno di Elmer. Tutti gli elefanti si tingeranno dei colori di Elmer, mentre Elmer si farà color elefante.”

 

Questo è proprio quello che fanno gli elefanti. Un giorno all’anno si tingono da capo a piedi e sfilano in parata. Quel giorno, se ti capita di vedere un elefante color elefante, sai che si chiama Elmer.

 

 

Perché io voglio un mondo di tutti i colori: giallo, arancione, rosso, rosa, porpora, verde, blu, e non un mondo solo bianco e nero.

 

 

 

Divento Grande è una ONLUS nata dall’iniziativa di un gruppo di padri di ragazzi autistici di Roma e provincia.

Fabrizio Schiavo è il socio fondatore di questa grande crew, grazie a lui ho spesso trovato sostegno e supporto non solo da madre di un bambino autistico ma per tutta la famiglia. Un vero punto di riferimento per tutte le famiglie del territorio romano.

Ciao Fabrizio, come mai hai deciso di fondare questa associazione?

 

… era il 2010 e i miei due gemellini speciali avevano sei anni, io mi trovavo come ogni due venerdì, da mesi alla pizza dei 18 papà sfigati.
Prima naturalmente c’era stata la seduta di gruppo per il supporto psicologico ai padri di figli autistici.
Dopo l’ennesima giornata lavorativa era arrivato il momento della seduta di gruppo, prima di partire e farmi 70 km per arrivare al centro di Roma era duro decidere se andare o quella volta mollare e riposarmi un po e dare supporto a casa, ma alla fine consapevole dell’importanza partivo, importante per me e per la mia famiglia; perché sapevo che quel supporto a me si sarebbe riversato su tutti noi.
Era il momento in cui ognuno di noi poteva parlare ed essere capito, incazzarsi ed essere capito, piangere ed essere capito….. senza doversi giustificare.
Dopo la seduta c’era la pizzata, erano oramai le 22:00 e tornare a casa sfinito non era proprio il caso, e poi anche lì anche se in modo meno professionale continuava la “seduta”.
Riuscivamo anche a farci due risate di tanto in tanto….. salutari anche quelle.
In una di quelle pizzate è nata la folle idea di fare la nostra onlus, obiettivo principale aiutare i nostri figli durante tutta la crescita fino al momento in cui non ci saremmo più stati noi a seguirli e coccolarli, e ad assicurargli un dopo di noi sereno e sicuro.
La mia decisione di parteciparvi e collaborare attivamente era stata la ormai raggiunta consapevolezza di solitudine e impotenza che l’autismo ti da, ero caduto e rialzato tante volte che non contavo più le cicatrici, i lividi, senza più sangue e nemmeno lacrime…. cado ancora, ieri come oggi, ma mi rialzo più forte e incazzato di prima… contro tutto e contro tutti… per l’amore che provo per Chicco e Lele.

Divento Grande ONLUS si pone l’obiettivo di raccogliere fondi (con raccolta del 5×1000, campagne di SMS solidali, eventi ed iniziative varie come concerti e spettacoli teatrali di beneficenza) per finanziare e realizzare progetti in favore di bambini e ragazzi affetti da autismo, focalizzando l’attenzione, in modo particolare, sui ragazzi in età adolescenziale.

Divento Grande ONLUS promuove iniziative artistiche, sportive, ricreative, educative o terapeutiche che stimolino la loro capacità di muoversi nei contesti più diversi, possibilmente a contatto con normodotati, aiutandoli a diventare autonomi.

La supervisione scientifica è garantita dall’Istituto di Ortofonologia di Roma.

I fondi raccolti tramite le campagne sopra descritte sono utilizzati sia per coprire i costi delle attività ideate e realizzate direttamente da Divento Grande ONLUS, sia i costi necessari a far partecipare i nostri iscritti ad attività di altre associazioni e che riteniamo particolarmente efficaci per i nostri ragazzi.

L’iscrizione ai nostri servizi è gratuita, basta registrarsi al sito http://www.diventogrande.org che contiene anche una serie di informazioni su chi siamo e sulle nostre attività.

Per il secondo anno consecutivo “2 aprile”, Giornata Mondiale per l’Autismo, il Comune di Roma ha aderito, su proposta di Divento Grande ONLUS, all’iniziativa Light It Up Blue, illuminando di blu l’Arco di Costantino.

Divento Grande ONLUS intende promuovere la ricerca sull’autismo finanziando borse di studio per gli studenti e instaurando collaborazioni con alcune facoltà universitarie impegnate in materia.

Tra le tante iniziative vorrei ricordare la bellissima maratona organizzata da Divento grande “corriamo per l’autismo”. Ovviamente non potevamo mancare a sostegno di questa grande associazione! Clicca per vedere altre foto

Da Ciampino a Roma Termini sulle rotaie della disabilità.

Daniele adora i treni
Daniele adora sedersi in stazione e restare a guardare il movimento ipnotico continuo dell’andirivieni di gente, come farebbe un grande esperto d’arte di fronte la Gioconda, osserva i minimi particolari: il tonfo improvviso dell’apertura porte ed eccole, nei suoi occhi si moltiplicano le immagini di persone che corrono con borse grandi, piccole, borsette chi senza bagagli, distratti e attenti su tacchi, sandali mescoli di profumi; lui resta assente, nessuno lo nota e continua a scrutare rumori del mondo che viaggia sui binari, parallelo e non distante dalla sua mente che riproduce l’infinito al ritmo del tintinnio delle rotaie.
È la mattina di ferragosto, fuori piove e decidiamo di “rompere gli schemi”, la nostra stazione non prevede arrivi così siamo costretti a iniziare l’avventura on the road sui binari dalla stazione di Ciampino. Biglietteria chiusa, personale assente e l’accesso disabili solo da un lato che ci permette di scendere nel sottopassaggio, da lì si procede a fortuna, ci sono sette binari con gli ascensori, non tutti funzionano, una roulette russa, chiamano dall’altoparlante “binario 6”, un foglio di carta con su scritto “ascensore guasto” prevedibile come un testo delle canzoni di Cher non ci demoralizza, io prendo Daniele, Cristian la sedia a rotelle, Manuel canticchia “Eh te pareva!” sollevamento pesi su tacchi, sudati e appiccicati come scoglio e cozza, arriva finalmente il treno. Dal finestrino si osserva Roma che apre in paesaggi pianeggianti piena di sole che padroneggia a scansare tempesta, i giochi di luci e ombre filtrano svelte nelle lunghe ciglia di Daniele che sembra non essere infastidito; Manuel tampina di domande il papà indicando qualsiasi cosa gli capiti davanti gli occhi, sono emozionati, fremono come due piccoli esploratori alla scoperta di antichità. Scendiamo e veniamo inghiottiti dal flusso frenetico che poco dopo rallenta, quasi avesse ricordato qualcosa all’improvviso e subito sgocciola attraverso i negozi aperti, un giorno come tanti di arrivi e partenze.

Usciti dalla stazione il tempo non è dei migliori ma decidiamo comunque di passeggiare; per ogni marciapiede ci sono 4 rampe di salita e scesa disabili, il nostro percorso prevede il passaggio dalla Roma Mussoliniana, seguendo piazza della Repubblica con la Chiesa degli Angeli, per poi passare al barocco di Piazza Navona, fino ad arrivare a Villa Borghese. Purtroppo causa maltempo non ci è stato possibile andare oltre la ridondante chiesa di Santa Maria delle Vittorie. Tornati in stazione ci fermiamo in uno dei tanti bar a mangiare qualcosa, noto che ogni boutique ha banchi più bassi della norma, gli scaffali, le casse, sono agibili per chi è su sedia a rotelle, l’estetica urbana non entra in contrasto con le strutture speciali, anzi rende piacevole e soprattutto comodo il doversi muovere con semplicità, sono piccoli accorgimenti che rendono vivibile la metropoli. Ovviamente parlo di una Roma turistica perché basta spostarsi nella zona più limitrofe, come Tiburtina, per trovare i grandi disagi, dai trasporti alle buche, ma con grande soddisfazione ho visto una Roma con le porte aperte al cambiamento e l’integrazione. Tornando a noi, beh Ciampino è ancora distante da tutto ciò, decisamente una città che si comporta da Borgo medioevale; detto questo il nostro ferragosto on the road è stato fantastico perché in fondo il bello di un viaggio non è la destinazione ma la strada che percorri per raggiungerla. (Sperando sempre che sia accesibile)

In realtà che cos’è la bellezza?

La bellezza è amore per te stessa, la tua immagine è “energia” che puoi trasmettere e l’energia è una cosa impalpabile e potente che non ha nulla a che vedere con il peso e le imperfezioni, ma viene da dentro, dalla convinzione che la tua bellezza è solo tua e non si deve conformare a quella di nessun’altro. Con l’arrivo dei figli diventa veramente difficile dedicarsi un pò a sé stesse, spesso mi capita di indossare la stessa maglia due volte in una settimana e vedermi la prima volta strafighissima e la seconda, una bruttona inimmaginabile; non dipende dalle innumerevoli creme, cremine e trucchi, ma dal nostro umore che ci cambia totalmente la percezione davanti lo specchio, come quella volta che girovagavo da Carrefour con le converse rosse, i jeans strappati, un’evidente macchia di pesto sulla manica della camicia e i capelli da gattara.
Reparto profumeria Carrefour: in un giorno qualsiasi di autostima alle stelle.
Un tipo sui quaranta, alto, ingiacchettato intento a scegliere uno spazzolino di fronte la vasta varietà di setole, manici, marche e prezzi; mi avvicino e di getto prendo il primo che mi capita, lui mi guarda come per dire: ma come? Ne prendi uno a caso? Io lo guardo come per dire: Ma si dai, non ho molto tempo! Lui mi guarda come per dire: No aspetta, l’igiene orale è importante. Io lo guardo come per dire: forse hai ragione, ci dò un’altra occhiata. Lui mi guarda sorridendo (gli sto simpatica).
Cinque minuti dopo, lui si abbassa e prende la confezione da 3 spazzolini, io la guardo come per dire: cosa te ne fai di tre tanto gli altri due vanno persi e non hai risparmiato nulla! Lui mi guarda come per dire: Vero! Un paio di mesi fa’ mi è successa la stessa cosa… Io lo guardo come per dire: Tranquillo capita a tutti.
Cinque minuti dopo, lui mi guarda come per dire: e questi con la testina in silver? Io lo guardo come per dire: No le setole sono troppo dure, lui mi guarda come per dire: ma un caffè? Io lo guardo come per dire: ma che ce stai a prova’? Lui guarda come per dire: no, no… ma tu ci staresti? Io lo guardo come per dire: ma come ti permetti?! Lui mi guarda come per dire: mamma mia che permalosa! Io lo guardo come per dire: senti bello prendi lo spazzolino da discount e sparisci, lui mi guarda come per dire: quante storie per un caffè, io lo guardo come per dire: abbassa la voce che ci sentono tutti, lui mi guarda come per dire: hai due occhi bellissimi, io lo guardo come per dire: mio Dio grazie. Passano altri 5 minuti.
Decido di prendere uno spazzolino a caso e mi allontano mentre vedo il tipo silenzioso allungare la mano sullo scaffale dove ero piazzata davanti… Niente, gli servivano i profilattici.