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Vita da mamma versione special

Rianimo le parole uccise dalle bocche cucite. contatti: Vitadamammaversionespecial@gmail.com

Domenica 7 ottobre 2018

(Leggere articolo fino in fondo)

Come ogni prima domenica del mese a Roma in collaborazione con Zetema progetto cultura, i residenti non pagano l’ingresso nei musei, quindi dopo una rapida occhiatina su internet 👀 propongo il museo di zoologia che:
– No mamma!
РMa ̬ bellissimo!
– No mamma!
– Ci sono le uova, le muffe, gli animali grandi, grandi…
– No mamma!
– Ci sono i vermi, i ragni…
– Nooo!
– Gli scheletri degli animali!?
– Sul serio?
– Si!
– E poi c’è lo scheletro della balena gigante attaccato sul soffitto!
– 😍😍😍😍
L’idea di vedere le ossa di animali gli aveva dato una scarica di adrenalina come un mucchio di caramelle zuccherose mandate giù con tanta coca-cola. Il museo è sito in Via Aldovrandi e i collegamenti con i mezzi pubblici scarseggiano, essendo poi domenica, avendo un carrozzato, venendo da giorni di pioggia intensi…
– Andiamo in macchina?
– Decisamente!
Con 40 minuti e 2.457 “quanto manca?” arriviamo.
– Quanto manca?
– Siamo arrivati!
– Noi vogliamo vedere gli scheletri!
😤😤😤😤😤
Parcheggiamo a 200 mt dall’ingresso e già cominciamo male, anzi malissimo. Ogni 3 metri il marciapiede terminava e poi riprendeva, tutto senza nemmeno una rampa per la salita e scesa (potere dei bicipiti vieni a meeee) dopo aver maledetto metà dei ministri delle infrastrutture pubbliche compreso “l’indignato” ministro che si occupa della tutela dei disabili, siamo fronte ingresso, invocando forze maggiori con il fiato corto e già zuppi di sudore (si perché tutto ci aspettavamo tranne di trovare quasi 30°):
– Ti prego Gesù fai che sia accessibile per i disabili!
Effettivamente c’è un ascensore, tra l’altro molto bello con i vetri, non i soliti posizionati sul retro delle strutture che ti scaricano vicino il cesso, siamo entrati proprio dall’entrata principale! (Wow) così come l’interno è molto ampio con rampe per salita e discesa, gli espositori sono posizionati ad un’altezza ben visibile per chi è su sedia a rotelle, bagni per disabili presenti, non manca veramente nulla.
– Bravi!
Il tema conduttore alla base del percorso espositivo è la biodiversità nel mondo animale. Attraverso le sale di amori bestiali, vivere al limite, la barriera corallina, le zone umide della campagna romana, la collezione Arrigoni degli Oddi di uccelli, i mammiferi, gli anfibi e i rettili, fino allo scenografico salone degli scheletri (evviva) utilizzando anche strumenti multimediali e multisensoriali, si può conoscere le diverse forme animali e capirne l’origine e gli adattamenti a molteplici tipi di ambiente.
Le riproduzioni degli animali sono molto realistiche tanto da lasciarli veramente affascinati, bellissima l’idea di far annusare gli odori del bosco, la puzzola (bleeeah) la caverna dei pipistrelli, un pò scarsa la sala acquatica (passati letteralmente di corsa) Daniele rimane estasiato di fronte tutte le specie degli invertebrati, ma:
– Dove sono gli scheletri?
– Tra poco, tra poco…
(È praticamente l’ultima stanza, mica so scemi questi dei musei)
Mentre spiegavo nella sala di Arrigoni vedono in lontananza…
– LE OSSA 😍!
Scappano come lanciati da una fionda, Manuel con il passo saltellante alla Fantozzi, di lato Daniele in stile Caterpillar arruotava chiunque stesse davanti, una scena tra il ridicolo e il comico.
Il silenzio e lo stupore.
E purtroppo qui finisce il fantastiglioso immaginario d’integrazione, cultura, educazione civica e quant’altro, l’ultima sala, la più attesa, la più pregiata, la balena gigante, si trova due piani sotto, senza ascensore, letteralmente non accessibile!
– Peccato mamma!
Daniele ha la fortuna di avere un super-papà che senza battere ciglio si è caricato in braccio la scimmietta facendo finta che quelle scale non esistessero, facendo finta che tutto il Mondo fosse uguale, facendo finta che la diversità non pesi, facendo finta che la società sia inclusiva.
E ancora una volta c’è tanto da fare, soprattutto per noi genitori che dobbiamo spiegare la dis_integrazione.

Daniele cosa ne pensi del fatto che non ci sia l’ascensore per andare dalla balena? (Commento a caldo molto deluso)

Dopo qualche ora dalla pubblicazione di questo articolo, vengo contattata dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Direzione Ville, Museo Civico di Zoologia di Roma, la quale, molto cordialmente mi invita a sentirsi telefonicamente perché la “sala balena” è accessibile dai disabili ed è strano che io non sia stata avvisata a maggior ragione che sono una blogger e che mi occupo di una rubrica sulla disabilità. Devo dire una persona eccezionale, mi spiega che si può accedere in sala da un ingresso sul retro passando dall’esterno e probabilmente tale accesso mi è stato omesso (ingiustificabilmente) dall’addetta in biglietteria, data la mole di persone in visita. Mi  invita per questo a tornare con la mia famiglia per visitare il museo insieme e conoscere personalmente Daniele. Ho trovato dietro tanta professionalità un cuore immenso, la passione e l’impegno costante che tali persone mettono nel loro lavoro, ho ritrovato umanità laddove spesso c’è menefreghismo, la stessa passione vista tra le sale espositive. Noi ci torniamo, però andateci anche voi. Da visitare assolutamente!

 

Rivedo il mio giudizio finale da vita da mamma versione special, perché l’umanità verso il mondo disabile, conta più di una rampa:

*****

5 stelle!

Complimenti

Tutte le foto cliccando:
Qui

L’azienda è nata da una collaborazione tra Michael Marks, un ebreo polacco originario di Slonim (all’epoca nell’Impero russo, oggi in Bielorussia; la sua era una famiglia polacca che viveva a Slonim nello status di rifugiata), e Thomas Spencer, un cassiere della cittadina di Skipton nel North Yorkshire.Trasferitosi in Inghilterra, Marks inizio a lavorare per la Barras, una società di Leeds che si occupava di dare lavoro ai rifugiati politici. Marks and Spencer si costruì una solida reputazione nei primi anni del XX secolo, decidendo di vendere solo prodotti originari del Regno Unito. Tuttavia, nel mese di aprile 2011, M&S cambiò strategie dicedendo di vendere all’interno dei suoi negozi non solo l’abbigliamento, ma anche il cibo di qualità. Inoltre M&S decise di aprire diversi negozi esclusivamente di alimentari in tutta la capitale francese. Il primo venne inaugurato il 24 novembre 2011 presso la Champs-Élysées.

Ovviamente la moda è un continuo movimento e soprattutto cerca di avvicinarsi sempre più al quotidiano, proprio per questo nasce una nuova linea di vestiti più facili da indossare, la “easy dressing” pensata per i bimbi disabili. In attesa che mi arrivi il loro prodotto da testare sul mio super modello Daniele, vi spiego di cosa parliamo, sono felpe, pantaloni e quant’altro che riprendono in tutto e per tutto la collezione tradizionale, ma ognuno di essi ha una particolarità che risponde alle esigenze imposte dalla disabilità del bambino.

 

Ecco, quindi, che ci sono felpe e maglioni più facili da indossare, che non devono essere infilati, ma anche e soprattutto abiti con tasche extra per occultare apparecchi elettronici, sonde gastriche e tubicini. In questo modo, il bambino potrà godere anche di una maggiore ‘privacy’, ed evitare situazioni di disagio.

L’idea, come riporta l’Independent, è piaciuta a tutti: il pubblico in generale, ma soprattutto i genitori dei bambini disabili e i pediatri. I vestiti, già messi in vendita dalla catena britannica, hanno un prezzo medio che non supera le dieci sterline e sembrano abiti comuni, dal momento che riprendono in tutto e per tutto la collezione tradizionale, ma ognuno di essi ha una particolarità che risponde alle esigenze imposte dalla disabilità del bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho avuto il piacere di conoscere la presidente durante la presentazione di Numero 5 alla Feltrinelli di Macerata, una donna forte e umile, pronta sempre ad aiutare il prossimo; credo il nome “la mano tesa” corrisponda letteralmente alla sua persona.

Ciao Silvia, raccontaci la mission della tua associazione.

 

《L’associazione “La Mano Tesa” è a favore dell’infanzia ed adolescenza con
disabilità o problematiche di inclusione sociale.
-Promuove una crescita politica, sociale, culturale su tutte le problematiche
relative alle diverse disabilità o diversità sociali
-Stabilisce e cura collegamenti e rapporti con le Amministrazioni Pubbliche,
gli Enti Locali, le Scuole di ogni ordine e grado, le Istituzioni, le Associazioni
riabilitative, le Associazioni culturali, sportive e di volontariato, e le
Cooperative sociali; allo scopo di usufruire di tutto il patrimonio di
competenze umane, sociali, sanitarie, giuridiche, sportive, culturali,
finanziarie necessarie per l’ attivazione di varie attività funzionali all’inclusione
di soggetti disabili o problematiche sociali.
-Opera in un ottica non solo assistenzialistica, ma centrata sul coinvolgimento
e protagonismo innanzitutto del soggetto con la sua famiglia, per un’ effettiva
consapevolezza dei propri diritti;
-Organizza e diffonde iniziative e notizie inerenti le disabilità con l’intento di
abbattere vecchie e nuove barriere, di superare pregiudizi e luoghi comuni,
alla ricerca di uno scambio no-limits e propositivo fra soggetti con disabilità e
normodotati;
-Organizza e diffonde iniziative e notizie inerenti le diversità socio-culturali
con l’intento di superare pregiudizi e luoghi comuni, promuovere l’inclusione
dei soggetti.
-Promuove e sostiene, iniziative e progetti scolastici ed extrascolastici
(educativi, culturali, sportivi, lavorativi, ricreativi), per una reale inclusione di
tutti i soggetti con disabilità e problematiche sociali, allo scopo di stimolare,
potenziare,valorizzare, ogni abilità che ognuno possiede》

La mano tesa onlus su Facebook

Questi sono tutti i progetti sostenuti e portati avanti con grande successo dall’associazione.

 

Cara Nadia Toffa

abbi almeno il rispetto per le persone che soffrono e lottano, per i familiari, per i genitori costretti a seppellire i propri figli, per i figli che hanno accudito i genitori.

Abbi rispetto per la vita, per la fortuna che hai avuto, per il destino, per chi non ce l’ha fatta, per le mamme che muoiono di cancro al seno.

Ti prego Nadia abbi rispetto e non scrivere puttanate.

 

«Il cancro è un dono, se sono riuscita a sconfiggerlo io ci può riuscire chiunque». Ma anche «tutti i tumori sono uguali»: Nadia Toffa presenta il suo libro su Instagram ma le sue frasi, condivise sui social, scatenano la polemica

Post instagram Nadia Toffa

A mio avviso la questione è più delicata di quanto sembri, il solito scarica barile tra istituzioni che si attaccano a miseri cavilli burocratici per poter raggirare la Costituzione. Io non lascerei mai mio figlio nelle mani di una persona che si rifiuta di gestire la sua igene, questo è alla base di qualsiasi legge possano inventarsi.

Ora osserviamo nel dettaglio l’art. 47 del contratto nazionale collettivo di lavoro del comparto scuola del 2002 (articolo ripetuto identico anche nei successivi CCNL sino a quello ultimo del 2006-09) secondo il quale rientra tra le mansioni ordinarie dei Collaboratori scolastici “anche l’assistenza materiale nell’uso dei servizi igienici e nella cura dell’igiene personale degli alunni con disabilità”. che prevede che la pulizia e l’igiene personale degli alunni disabili spettino ai bidelli, ma solo quando siano espressamente incaricati dal preside, previo corso di 40 ore e a fronte di un’indennità di circa 1.000 euro l’anno. Se tale mansione non viene rispettata si può provvedere con un ricorso penale per inadempienza.

Francesco, 12 anni, soffre di una rara forma di distrofia muscolare ancora senza nome, che colpisce anche gli sfinteri. Frequenta la seconda media e ha bisogno di essere accompagnato al bagno e assistito nell’igiene personale. Racconta il papà, Luca, anch’egli affetto da distrofia: «L’anno scorso i bidelli, cui spetta il compito, si erano rifiutati tutti di aiutare mio figlio, che è in sedia a rotelle e ha problemi agli sfinteri dovuti alla malattia. Si erano offerti due insegnanti, ma quando mancavano, la scuola chiamava mia moglie per accompagnare il bambino in bagno. Ed è capitato anche di trovarlo sporco e doverlo riportare a casa. Quest’anno la preside ci ha informato dell’arrivo di nuovi bidelli che avrebbero potuto garantire l’assistenza a Francesco. La scorsa settimana sono cominciate le lezioni, ma il problema non è risolto: chi lo accompagna al bagno durante l’orario scolastico? Né è arrivato, a causa di motivi burocratici, il sollevatore, un ausilio utile per il trasferimento in bagno del bambino. È questa l’integrazione scolastica?».

E poi aggiungo: se hai scelto di fare il bidello ti aspettavi di maneggiare oro?

“Mi chiamo Paola Murgia e sono mamma di quattro bellissime ragazze, la mia più grande passione sono le torte”

Oggi Paola ci spiega come realizzare dei simpatici biscottini di Halloween, siete pronte? Prendete carta e penna!

 

Ingredienti pasta frolla:
(biscotto)
1 fialetta di vaniglia
1/2 bicchiere di latte freddo
1/2 bustina di lievito pandegliangeli
750 gr di farina circa
200gr di burro t.a.
2 uova intere
200gr di zucchero

Ghiaccia reale:
(per la guarnizione)
si ottiene sbattendo energicamente ( con frusta elettrica) un albume d’ uovo con zucchero al velo ( finché non diventa consistente tipo nutella) e un pochino di succo di limone.

PREPARAZIONE:

ammorbidite il burro a temperatura ambiente, incominciate a mescolare energicamente le uova con lo zucchero ( se potete con frusta elettrica) , incorporate il burro ammorbidito ( tagliato a pezzettini), continuate ad impastare e incorporate il latte e la fialetta di vaniglia.Quando l’ impasto comincia a presentarsi morbido ed omogeneo , incorporate il lievito ; e infine continuate impostando manualmente ( se non avete una piccola impastatrice)incorporando manmano la farina.
Impastate bene bene fin quando l’ impasto non si presenterà omogeneo, morbido,e non appiccicoso alle mani (altrimenti potete aggiungere un pochino di farina).
Far riposare l’impasto in frigo per circa mezz’ora e poi…
Divertitevi a preparare i vostri buonissimi e bellissimi biscotti con tante belle formine
(tagliapasta per biscotti che si possono acquistare nei negozi specifici ” tipo il tempio della festa ” oppure on-line😉)
Preparate 3 teglie
(anche di alluminio) con carta da forno, intagliate tutti i vostri biscotti e disponeteli sopra.
Cuocete in forno per 20 minuti circa a 180 gradi, una volta cotti sfornateli e lasciateli freddare!

Subito dopo iniziate con la decorazione : con un pennellino su ogni biscotto (sul lato che ha poggiato sulla teglia , quindi la parte piatta) spennellate del miele o marmellata chiara, in modo che poi li avrete già pronti per essere foderati con la pasta di zucchero (arancione, nera , viola e rossa).
La pasta di zucchero la stendete con un mattarello con amido di mais
(oppure zucchero al velo , oppure maizena) e ripetete lo stesso procedimento, con le stesse formine dei biscotti intagliate anche la pasta di zucchero! POI divertitevi anche con palline di zucchero oppure con ghiaccia reale (e sacapoche) a creare i vostri BISCOTTI PERSONALI BELLI , BUONI E SPIRITOSI😉

La ghiaccia reale si può utilizzare con l’ aiuto di una sacapoche con vari tipi di beccucci a vostra scelta😉

Paola la trovate su Facebook:

La magia delle torte di Paola

Oggi è il giorno numero 5 di scuola, chi mi segue sa bene che questo sicuramente porta qualcosa di bello nella mia vita e, inaspettatamente

(assurdo dirlo)

è arrivata l’insegnante di sostegno!
Si chiama Sara
la maestra Sara.
Daniele la conosceva già a questa esile signorina con gli occhiali rotondi, li ho ritrovati in classe abbracciati poco prima del suono della campanella.
(Dio, quanto è affettuoso Daniele)
Due anni fa, durante il gioco settembrino del ministro dell’istruzione con le insegnanti precarie “chi ha più punti prende l’handicappato” ci capitò lei per un mesetto, poco prima di quella che per essere assegnata a Daniele gli faceva colorare le figure e poi le ritagliata sui bordi dicendomi “vede mamma? Con me Daniele colora dentro!” e io non sapevo quanto grande avessi scritto in fronte
“GIOCONDO” quel periodo.
E per la serie: al peggio non c’è mai fine, dopo la tipa dei bordi, arrivò un’altra che quando mi scriveva gli avvisi sul diario non metteva le “h”.
Noi genitori in tutto questo possiamo solo segnalare
sottovoce
suggerire
provare.
Non abbiamo voce anche se vorremmo urlare.
Non abbiamo potere anche se vorremmo
dare soluzioni.
Semplici
facili
basta poco, con Daniele ci vuole: amore, pazienza e coraggio.
Con tutti i bambini ce ne vuole
con Daniele un pò di più.
Comunque oggi ha lavorato come un matto in classe
adesso ride
è felice
io più di lui
mi ha fatto vedere il suo quaderno mentre eravamo al McDonald
parlava con Manuel la sua lingua incomprensibile
e Manuel gli rispondeva come se ogni suono avesse senso.
Il bello dei fratelli
Il bello del rispetto, la parte più dolce dell’amore.
Grazie maestra Sara, buon anno scolastico.

Durante l’ultima intervista in radio con “N°5 non è né un profumo né un mambo” mi è stato chiesto se è possibile che ancora nel 2018 ci siano persone così prive di umanità nei confronti dei disabili, la mia non risposta ha lasciato intendere molto ma forse era meglio un sì, secco! Davanti milioni di ascoltatori. Un sì, perché l’umanità si è persa e i social sono diventati alibi potenti per vermi senza volto. 

Così stamattina sul giornale la Repubblica ho appreso questa notizia.

 

“Fai schifo, vattene a casa e non fare pena agli italiani che ti votano perché sei storpia”.

Chiara Bordi, la 18enne di Tarquinia (Viterbo) concorrente di Miss Italia – che sfilerà sulla passerella del concorso di bellezza con una protesi alla gamba sinistra dopo un incidente in motorino avvenuto cinque anni fa – è stata oggetto di insulti sui social.

(Foto Chiara Bordi, prese dal profilo Instagram)

 

Per questo ha deciso di rispondere alla sua hater, una donna di nome Mirella, con un lungo post pubblicato nelle Stories di Instagram.

 

Due ragazzini si sono suicidati nel giro di 48 ore: continua l’allarme su Momo.

Torniamo a parlare di cyber-bullismo
Cari genitori occhi ben aperti sui cellulari dei vostri figli.

Due ragazzini di 12 e 16 anni si sono suicidati, in Colombia: la polizia indaga su un “gioco” diffuso su WhatsApp che si chiama Momo.

Il gioco si presenta con l’Avatar di una donna uccello e consiste in una serie di sfide che terminano con il suicidio del partecipante. Se chi accetta la sfida non completa tutto il gioco viene minacciato di essere maledetto.
La morte di queste due giovanissimi è avvenuta nel giro di 48 ore presso Barbosa, nel nord ovest della Colombia.
Il corpo del ragazzo sedicenne è stato quello trovato per primo, e, secondo la polizia che sta indagando, conosceva la ragazzina di dodici anni suicidatasi in seguito. Pare che il ragazzo abbia passato il gioco Momo alla ragazzina prima della morte che è stata poi rinvenuta suicida, si era impiccata.

Janier Landono, segretaria del governo, ha commentato: “sembra che abbiano partecipato a questo gioco tramite WhatsApp .”

Si tratta delle prime morti legate a WhatsApp in Colombia e le autorità stanno lavorando con le scuole per avvisare i più giovani.

Il simbolo di questo gioco è un lavoro dell’artista giapponese Midori Hayashi, nella foto con la sua opera, una donna uccello, e non c’entrerebbe niente con la sfida che sta mietendo vittime.

Non si conosce l’identità delle persone dietro alla terribile sfida, ma ci sono già stati diversi casi legati a Momo segnalati in Colombia e in Messico, si sta diffondendo in tutto il Mondo. Già diversi casi in India, Pakistan, Argentina, Canada.
Se venite contattati da un account Momo non rispondete e bloccate il numero.

E voi avete già chiesto ai vostri se hanno mai sentito parlare di Momo?

Da mamma di un carrozzato spesso mi avventuro in pagine e blog che esaltano e accorciano le distanze dal mondo disabile. Così ho conosciuto queste due fortissime ragazze, si fanno chiamare le Witty Wheels, leggete cosa raccontano.

Maria Chiara ed Elena due sorelle, carrozzate: “Abbiamo vissuto tre anni a Londra per frequentare l’università e provare l’ebbrezza della metropoli, ora siamo tornate nelle Marche. Qui scriviamo della nostra prospettiva in un mondo non accessibile e abilista. Ci piace raccontare aneddoti comici ma siamo anche serie, a volte.”

 

Elena ci racconta:

“Sono disabile. Non mi piace dire che sono una persona con disabilità.

 

All’inizio – e con “all’inizio” intendo prima di rovesciare l’internet nella lettura avida e compulsiva di ogni articolo possibile e immaginabile scritto da attivisti disabili (soprattutto americani) sulla disabilità e la giustizia sociale -, mi definivo disabile perché “persona con disabilità” mi sembrava un’espressione lunga, ampollosa e scomoda da usare. Ora lo sono anche per altre ragioni.

 

Premessa banale ma importante: specifico che la cosa fondamentale ovviamente ̬ che ognuno possa decidere come definirsi, insomma che non ci siano imposizioni su come uno debba chiamarsi e che tutti siano liberi di fare la propria scelta Рoppure anche di non scegliere affatto ma di oscillare tra termini diversi a seconda di come ci si sveglia la mattina.

 

Personalmente però mi dà un pochino fastidio che in un documento ufficiale come la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ci sia scritto “persone con disabilità” fino alla nausea – anche quando la frase diventa troppo lunga o ripetitiva – come se questa espressione fosse l’unica opzione.

 

Dico “con disabilità”, quando voglio specificare che tipo di disabilità sia quella di cui sto parlando – fisica, sensoriale o altro – o quando ho usato “disabile” troppe volte in un testo scritto; ma altrimenti non la uso, perché non condivido il motivo per cui è stata concepita.

 

Chi sostiene che “persona con disabilità” sia l’espressione “corretta”, di solito dice che è un’espressione che mette l’accento sulla persona, che la mette al primo posto, che mette in chiaro che la persona e la disabilità sono ben separate. L’idea è quella di vedere la persona, prima, e poi la disabilità. A me questo concetto sembra abbastanza banale, perché certo che non vogliamo essere ridotti alle nostre caratteristiche singole, certo che vogliamo essere visti nella nostra interezza e complessità. Ma, ehi, essere visti come esseri umani complessi e sfumati è quello che vogliono tutti, credo.

 

L’uso preferenziale di “persona con disabilità”, insomma, vorrebbe proporsi come obiettivo quello di sottolineare il tuo valore di individuo distaccato dalla disabilità. Però se questo è l’obiettivo, allora si implica che la disabilità è negativa, qualcosa da cui gli individui dovrebbero provare a dissociarsi se vogliono essere considerati pienamente persone, e che in un certo senso “disabile” è una brutta parola, come se dire solo “persona disabile” rischiasse di oscurare la persona. L’uso esclusivo di “persona con disabilità”, quindi, sembra suggerire che la disabilità è qualcosa che può creare imbarazzo: in pratica, accetta e giustifica lo stigma che sostiene di stare combattendo.

 

Insomma, quand’è che essere disabili è diventato tanto brutto e indesiderabile che abbiamo sentito il bisogno di specificare che chi è disabile è prima di tutto una persona? Il fatto che sono una persona dovrebbe essere scontato, grazie tante: dire che sono disabile lo nega o intacca in qualche modo? Perché se devo specificare che sono una persona, allora vuol dire che era in qualche modo in dubbio. Siamo così disumanizzati che il nostro essere persone deve essere sottolineato e assicurato?

“Persona con disabilità” vuole ricordare che avere una disabilità non ti toglie valore. Ma perché dovrebbe togliertene? Per me non ha senso.

 

La disabilità non coincide con la mia identità, ma ne è parte integrante, e non c’è niente di male. Non c’è modo di vedere la persona senza la disabilità. Anzi, separarmi dalla mia disabilità per me personalmente sarebbe un torto, perché significherebbe negare una parte della mia identità. Vorrebbe dire non riconoscere e non rendere giustizia a diritti conquistati o persi, o più semplicemente significherebbe ignorare di avere un corpo fatto in un certo modo e non in un altro, e questo potrebbe portare a ignorare i miei bisogni di accessibilità. La disabilità non è un brutto fungo nato accanto a un albero dal quale devo annunciare la mia estraneità col megafono tutte le volte che posso: è un fottuto cerchio dell’albero, e contribuisce a essere chi sono. La disabilità non è un accessorio che spero passi inosservato: nel momento in cui speri che nessuno “faccia caso” alla tua disabilità, è un po’ come se negassi te stesso.

 

La disabilità non è una caratteristica marginale della mia esistenza: essere disabile è una cosa che mi definisce così come mi definiscono, per esempio, l’essere una donna o l’essere italiana. Ci sono aspetti negativi e positivi, come per tutte le identità sociali: odio quando non posso entrare in un locale perché ci sono le scale all’ingresso, odio quando vengo discriminata, ma essere disabile ha portato alcune persone fantastiche nella mia vita, mi ha risparmiato relazioni con persone che hanno comportamenti discriminatori e mi ha reso più facile conoscere alcuni temi di giustizia sociale che reputo fondamentali ed empatizzare a livello profondo con le altre minoranze.

 

Diversamente da altri aggettivi che riguardano l’identità, “disabile” viene spesso percepito come inerentemente negativo: invece “sono una donna” o “sono italiana” non hanno connotazioni negative. Non c’è pressione verso lo specificare che sei una persona, prima, nelle altre identità. Non vediamo nei thread di Facebook persone che commentano ‘eh, però dovresti dire “persona con omosessualità”, perché la persona viene prima di tutto!’ Questo perché genere, nazionalità o orientamento (anche se quest’ultimo solo di recente) sono tendenzialmente visti come caratteristiche neutre, o positive. Anche se ovviamente ci sono connotazioni sessiste sulle donne, razziste su alcune nazionalità, o omofobe sulle persone LGBT, nessuno si sognerebbe mai di specificare che sono una persona con femminilità o con eterosessualità.

 

Dire che sono una donna non cancella tutto il resto di ciò che sono. Questo trattamento “di separazione” viene riservato solo a chi è disabile. Perché la disabilità è la cosa più brutta del mondo, vero? Qualcosa da cui separarsi a tutti i costi, pena l’autoghettizzazione e l’esclusione del magico mondo dei “normali”.

 

Per molti, poi, essere disabile non è solo una descrizione neutra: è un’identità, una cultura, una fonte di orgoglio in una società che ti dice che essere disabile fa schifo. Per me lo è.”

 

 

 

[Elena]

Le trovate qui Witty Wheels