Mi scappa la pipì, papà! Esperienza tragicomica di un neo papà di cuore

Mi scappa la pipì papà! Esperienza tragicomica di un papà di cuore
“Mi scappa la pipì, papà!

 

Mi scappa la pipì,
mi scappa la pipì,
mi scappa la pipì, papà!
Non ne posso proprio più,
io la faccio qui!

Scommetto che hai letto la strofa canticchiando! Se hai vissuto la tua fanciullezza negli anni ’80, sicuramente ricorderai la celebre canzone per bambini scritta e interpretata da Pippo Franco.

A me è venuta subito in mente, quel giorno in cui mio marito restò da solo per un paio d’ore in un centro commerciale con le bimbe.

Erano solo due settimane che eravamo insieme, noi quattro.

Non era raro che frequentassimo i centri commerciali in quel periodo. Il caldo spesso insopportabile, la presenza di vari giochi per bambini, la sicurezza garantita da guardiani attenti, ci hanno spesso convinti a passare qualche ora al loro interno.

E poi c’erano le toilettes! E quelle non potevano mancare.

“Cicì e pupù” erano bisogni impellenti. Problematici da tenere a bada per due bimbe così piccine, vuoi per l’emozione della nuova esperienza, vuoi per la costante adrenalina che le animava e vuoi, purtroppo, per la presenza di antipatici parassiti intestinali, così difficili da sfrattare da quei giovani intestini vulnerabili.

Dopo 15 giorni dedicati esclusivamente alle necessità delle due cucciole, sentivo il bisogno di prendermi una piccola pausa, di dedicarmi anche a me stessa. Vabbè ti dico la verità: avevo dei capelli talmente stopposi che temevo mi potessero paragonare a qualche matrigna cattiva delle favole! E chi aveva mai più avuto il tempo di curarli?

Quel giorno mi imposi una tregua di un paio d’ore per rimettermi un po’ in sesto e decisi di andare dal parrucchiere!

Tranquilla, penso io alle bimbe – Ecco, non so tu, ma io tremo ogni volta che mio marito pronuncia quella frase.

Non perché lui non ne sia capace, però, non so perché, noi mamme siamo diverse, speciali. Siamo in grado di riconoscere pericoli nascosti in ogni angolo, di sedare risse fraterne sul nascere, di soffiare il naso a una e di spingere l’altalena all’altra nello stesso momento (dicesi dono dell’ubiquità, famoso superpotere materno). Siamo un mondo a parte. Il più delle volte, ereditiamo l’empatia non appena ci mettono davanti questi esserini indifesi e non possiamo smettere di prendercene cura, mai, neppure quando diventano adulti loro stessi. Ora lo so.

E lo sapevo anche quel giorno, ma ormai avevo deciso che quel break era necessario, perciò, arrivata davanti al salone, diedi un’ultima sistemata al vestiario delle bimbe, feci le raccomandazioni di rito al coniuge ed entrai fiduciosa.

Devi sapere che in quel meraviglioso Stato del Sud America che ci ospitò per oltre un mese, il costo della vita è decisamente più basso ripetto al nostro e che l’attenzione e i servizi riservati ai clienti sono davvero speciali. Oltre alla piega, inclusi nel vantaggiosissimo prezzo e senza possibilità di rifiuto, erano previsti anche manicure e pedicure professionali. Un sogno!

– Mi scappa la pipì, papà!  –

Cicì, cicì papito! Cicì!

Non so cosa avrei dato per vedere l’espressione del mio consorte in quel momento.

Un dubbio atroce attraversò per un nanosecondo i suoi pensieri: – Adesso dove le porto? In quello delle donne o in quello degli uomini? –

Bella domanda. Io non avrei avuto dubbi. Lui è entrato in quello degli uomini.

Non so se hai presente il bagno dei maschietti (io sì, ne ho usufruito qualche volta in passato, quando, in quello femminile, le code chilometriche di signore spazientite raggiungevano il Purgatorio). Nella toilette maschile la carta igienica c’è sempre, non finisce mai. La pulizia, beh quella lascia a desiderare, ma, si sa, non tutti sono dotati di buona mira.

Quel giorno, un papà agitatissimo e inesperto si fece coraggio e portò le sue figlie a fare “cicì” in un affollato bagno pubblico per soli uomini.

La prima difficoltà fu quella di attraversare il corridoio lungo il quale erano sistemati gli urinatoi, coprendo goffamente, alla bell’e meglio, gli occhi di due fanciulle incuriosite.

Arrivati nel gabinetto e chiusa la porta, non fu semplice gestire, in uno spazio minimo, entrambe le figliole.

Dunque, come fa sempre Ale? Ah, pulisce col sapone la tavoletta e poi vi sistema sopra diversi strati di carta igienica

Sudava, tutto intento nel suo lavoro e a controllare che nessuna toccasse nulla o che camminasse sul bagnato. Prese la piccola e la fece sedere sul water.

Fu allora che alla grande scivolò dalle mani la bambola, che finì inesorabilmente a terra. Lo sgomento, a questo punto, si impadronì di quel pover’uomo: – Oddio! E adesso chi lo dice a mia moglie?

E anche in quell’occasione, lo confesso, non mi sarebbe affatto dispiaciuto vedere la faccia del marito.

Mi hija, mi hija (mia figlia, mia figlia) – urlava disperata la grande, mentre il padre provvedeva a recuperare il fantoccio di pezza bagnato per tre quarti di urina e mentre la piccola decideva che, ormai che era seduta, fosse una buona idea quella di approfittarne per fare anche pupù.

In tutto questo marasma e presa dalla foga del racconto, credo di aver scordato di informarti che il mio consorte non conosceva una parola di spagnolo e che le bambine ignoravano l’italiano. Ti lascio immaginare la complessità della gestione di un’avventura, diventata ormai un’emergenza.

Ma torniamo a me.

Che bello farsi coccolare. Chi mi faceva lo shampoo, chi mi limava le unghie delle mani e chi mi metteva lo smalto a quelle dei piedi. Mi sentivo una principessa! In totale relax. Mi ci voleva proprio.

Fu in quel momento che entrarono le bimbe saltellanti, felici e chiassose.

Dónde ésta papito (dov’è papà)? – chiesi vedendole arrivare da sole.

Due minuti. Passarono due interminabili minuti prima che si affacciasse dalla porta l’uomo più esausto e provato che avessi mai visto.

Sembrava la scena di un film comico. E se non fosse stato per quella bambola gocciolante che penzolava dalle sue mani, dopo essere stata frettolosamente sciacquata sotto l’acqua, FORSE avrei potuto anche farmi una risata.


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