La Carta dei Diritti del Bambino Adottato – cos’è e cosa riconosce

Qualche tempo fa mi imbattei nel post di un famoso social network, in cui si parlava della Carta dei Diritti del Bambino Adottato.

Confesso che l’argomento mi incuriosì a tal punto da spingermi a fare ricerche sia in rete, che tramite conoscenze.

Scoprii, quindi, che si trattava di un documento presentato a un seminario promosso dalla Provincia di Milano nel novembre 2007.

Il gruppo di lavoro che contribuì alla sua prima stesura era composto da esperti in materia: Margherita Gallina (assistente sociale e docente), Laura Laera (magistrato), Francesca Mazzucchelli (psicoterapeuta), Lucrezia Mollica (avvocato), Serena Kaneklin (ricercatrice), Angela Pennavaja (psicoterapeuta), che lavorarono in collaborazione con gli operatori dei servizi adozioni della ASL Milano 1, della ASL Milano 3 e del Centro Adozioni del distretto di San Donato.

Non voglio soffermarmi sulla sua ufficialità, poichè non è di mia competenza.

Vorrei solo analizzare alcuni punti che sono stati per me motivo di grande riflessione.

Innanzitutto, vediamoli nella versione integrale:

La Carta dei Diritti del Bambino Adottato

1. Ho diritto a crescere sicuro e protetto nella mia famiglia.
2. I miei genitori devono essere aiutati se sono in difficoltà. Se non ce la fanno a crescermi, io ho diritto a vivere la mia vita con genitori adottivi.
3. Ho diritto ad essere ascoltato, capito e aiutato da adulti capaci di cercare i genitori giusti per me, prima di tutto nel mio Paese.
4. Ho diritto a vivere in un posto sicuro e ad essere preparato ai cambiamenti, pochi e solo se necessari. Tutti devono tener conto delle emozioni e dei pensieri che esprimo, e devono spiegarmi con parole chiare cosa mi sta succedendo.
5. Ho diritto ad avere un tempo giusto per lasciare le persone che conosco e per fidarmi dei nuovi genitori.
6. Ho diritto a tenere il mio nome, a conoscere la verità sulla mia storia e sull’adozione, ad essere aiutato a stare con gli altri.
7. Ho diritto ad avere nuovi genitori preparati ad amarmi e a crescermi come figlio, nato da altri genitori e arrivato da lontano. La mia nuova famiglia deve essere capace di ascoltarmi e curarmi. Insieme costruiremo la nostra storia .
8. La nostra famiglia adottiva deve essere aiutata nella nuova vita ed essere accettata e accolta da tutti.
9. A scuola tutti dovranno rispettare la mia storia e darmi il tempo che mi serve per crescere e per imparare.
10. Posso continuare ad incontrarmi con i miei familiari se ne ho bisogno e se anche loro sono d’accordo. Quando sarò grande potrò chiedere di sapere chi sono i genitori che mi hanno fatto nascere.

Carta dei Diritti del Bambino Adottato

I primi quattro punti, e in parte il quinto, riguardano la situazione del bambino, prima della dichiarazione del suo stato di adottabilità.

A me, però, interessa di più ciò che viene esposto in sesta e settima posizione.

Sono assolutamente d’accordo che il diritto a conservare il proprio nome sia sacrosanto per ogni persona, in special modo per chi viene adottato, tanto è vero che alle mie figlie non l’ho cambiato. Questo perché sono convinta che faccia parte integrante della loro storia, della loro identità, delle loro radici. Non mi è mai passato per la mente di farlo, né prima di conoscerle, né tantomeno dopo.

Qualcuno, quando sono nate, ha deciso di chiamarle così, e così sono sempre state riconosciute per anni, prima ancora che incontrassero me e mio marito. Il loro nome, perciò, era assolutamente intoccabile.

Se vogliamo proprio dirla tutta, ho dovuto rinunciare, mio malgrado, a veder affermato il loro diritto a mantenere il doppio cognome, una volta arrivati in Italia, questo sì. Ma si tratta di un’altra storia e, se vuoi, te la spiego qui sotto (clicca sulla foto che ti appare):

Rinunciare al doppio cognome: quando l’identità viene messa nuovamente in discussione

La sostituzione, secondo me, può essere giustificata, solo nel caso di nomi impronunciabili nella nostra lingua o che potrebbero essere fraintesi con parole che in italiano vengono associate a volgarità o quant’altro. Ecco, in questi frangenti, ne trovo allora comprensibile la modifica, se non addirittura necessaria.

Il sesto punto della Carta dei Diritti del Bambino Adottato ribadisce, inoltre, un concetto a noi genitori adottivi ormai chiaro e insindacabile: i nostri figli hanno il diritto di sapere che sono stati adottati. 

Fortunatamente non la si pensa più come decenni fa, quando la tendenza era quella di nascondere la verità sull’adozione di un figlio a chiunque, lui compreso. Spesso si taceva questa condizione, contando sul fatto che il bambino avesse i tratti somatici simili ai familiari, con il grave rischio che ne venisse a conoscenza per caso, minandone per sempre l’equilibrio psico-affettivo. No, no: i bambini devono sapere che sono stati adottati, che si è cercata una famiglia adatta a loro, che sono stati voluti, cercati, accettati.

Ho qualche riserva, invece, sul fatto che debbano conoscere la verità sulla propria storia. A mio parere, tutto dipende da quando e in che modo rivelarlo. Non è sempre così semplice. Sono convinta che sia indispensabile considerare la loro età, la loro situazione psicologica, la loro capacità di resilienza, prima di affrontare questo argomento.

Non dico di nascondere la realtà, assolutamente no.

Dico solo che ci sono tempi e momenti opportuni per raccontare condizioni passate, spesso dolorosissime, che potrebbero incrinare la stabilità emotiva di soggetti ancora fragili.

Come fai a dire a tuo figlio che la mamma che lo ha generato, si è drogata per tutto il corso della gravidanza, mettendo a repentaglio la sua salute, e che poi l’ha partorito per strada, lasciandolo lì al suo destino? Come puoi raccontargli che è stato massacrato di botte fin dalla tenerissima età, che non è mai stato accudito, mai baciato una volta o anche solo coccolato? E mi fermo qui con gli esempi.

Sono dell’idea che l’aiuto di figure professionali esperte, in alcuni casi specifici, sia vitale per sostenere genitori e figli che si trovino in questa fase cruciale dell’esperienza adottiva e con un passato difficile – a volte scomodo – da raccontare.

Non cito la situazione specifica delle mie figlie, per motivi di riservatezza, ma, nel nostro caso, esse conoscono la propria storia e si ricordano di tutto ciò che successe prima di arrivare in famiglia, o quasi. Il mio compito sarà, pertanto, non appena lo riterranno opportuno e si sentiranno pronte, quello di provare a colmare le lacune che il tempo – e anche una sorta di “istinto di sopravvivenza” – avranno creato nelle loro menti.

Il punto sette della Carta dei Diritti del Bambino Adottato, a mio parere, racchiude in sé i concetti fondamentali che stanno alla base dell’intero percorso adottivo, senza i quali, esso non dovrebbe neppure essere iniziato: i futuri genitori devono essere preparati ad amare e crescere come proprio questo figlio, che spesso arriva da lontano, che non ha tratti somatici tipici del loro Paese, ma che, soprattutto, è stato generato da altre persone.

Sembra palese come affermazione? Non lo è. Non sempre e non per tutti. E se vuoi, te lo spiego dettagliatamente in questo post:

Adottare non è per tutti, io lo dico sempre


Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo nei tuoi social preferiti.

Se ti va, lascia un commento qui sotto e ne discuteremo insieme. 

Per tornare alla HOMEPAGE del blog, clicca QUI

Per seguirmi su Facebook, clicca QUI

Precedente Rinunciare al doppio cognome: quando l'identità viene messa nuovamente in discussione Successivo Non ho allattato le mie figlie, ma non mi sento meno madre per questo

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.