E ALLA FINE ARRIVA ALIDA

E alla fine arriva Alida il racconto meravigliosamente scritto e sentito di Chiara.
Chiara è la moglie di Stefano, un ragazzo simpaticissimo con cui da ragazzina ho condiviso molte serate insieme agli amici, poi ci siamo persi di vista come succede spesso quando si cambia compagnia, si cambia fidanzato, si inizia a lavorare, ci si sposa…ma grazie a Facebook ogni tanto sapevo qualcosa di lui come quando ho saputo che si era sposato con Chiara…passavano gli anni, io ho avuto Bb e ogni tanto mi sono chiesta “chissà come mai Stefano non ha ancora dei figli…non li vorrà?”
La risposta mi è arrivata un giorno per caso commentando uno stato di un amico comune, ci siamo messi a chiacchierare in privato dopo tanti anni e mi ha raccontato tutto…così ho conosciuto anche Chiara e visto che purtroppo le persone che hanno avuto o hanno il loro problema non sono poche, le ho chiesto di raccontarmi tutto e di scrivermelo in modo da poterlo condividere con voi…ed ecco il suo racconto….è un po’ lungo ma vi assicuro che è stato molto più lungo il loro percorso e se arriverete alla fine…beh, alla fine arriva Alida…non perdetelo 😉

vi lascio a Chiara, Stefano e….Alida…

Ciao, piacere di conoscervi, io sono  Chiara.

Se dovessi descrivermi  in breve direi che ho trentasei anni , i capelli inesorabilmente lisci anche dopo una permanente alla Shirley Temple, conservo la stessa curiosità di quando andavo alle elementari , amo viaggiare. Nella mia vita ho avuto periodi più o meno felici, sono anche stata un’adolescente un po’ nerd, ma ho sempre fatto tutto quello che mi mettevo  in testa, sistematicamente passavo sopra ad ogni difficoltà come un Caterpillar e ho sempre saputo di poter contare su me stessa per ottenere ciò che volevo.  A venticinque anni, dopo aver collezionato un poker di fidanzati uno peggio dell’altro (alcune donne hanno un lanternino speciale per questo genere di cose), finalmente  trovo  Lui.

Avete presente,  no? Quell’uomo di cui capite di non poter fare a meno, nonostante i suoi difetti ed il maglione natalizio con la renna (avete presente Mark Darcy , ne “Il diario di Bridget Jones”?).
Capisco che è quello giusto e mi innamoro con tutte le scarpe. Un anno e mezzo dopo ci sposiamo.

Che culo penserete voi… sì, lo ammetto,  ma come la stessa  Bridget Jones ci insegna, è una verità universalmente accettata che quando una parte della tua vita comincia a andare bene, quell’altra diventa un disastro totale. E’ qui che inizia la storia che vi voglio raccontare davvero.
042009-2010
Ammetto che avere dei figli era una cosa a cui avevo pensato solo di tanto in tanto e, sinceramente, senza troppo entusiasmo;  ma dopo due anni di matrimonio con il mio Mr. Darcy,  l’idea di un bambino tutto nostro è precipitata nella mia testa  come un meteorite e non se n’è più andata.  Fortunatamente anche lui pensava fosse giunto il momento di diventare papà … sapevamo che la cosa avrebbe potuto richiedere del tempo anche dodici mesi a detta del ginecologo- ma armati di pazienza e tanta voglia di fare 😉 abbiamo cominciato ad investire in viaggi romantici anziché in anticoncezionali.  Finlandia, Siena, New York, La Thuile … in effetti tornavo in ufficio con un sorriso a trentadue denti, ma i mesi passavano: prima sei, poi dieci, dodici e ancora niente.
Il ginecologo ci incoraggiava a temporeggiare fino a dopo le ferie estive, da cui molti tornano in tre.

In tutta onestà, dopo tutto quel tempo e dopo aver girato mezzo mondo, pensare che fosse sufficiente andare a Bali per  trovare la cicogna mi sembrava un po’ assurdo. E non sbagliavo.
Al ginecologo servirono 20 mesi per convincersi e sentenziare che era necessario prenotare  un colloquio presso un centro infertilità pubblico ed iniziare gli accertamenti e le terapie previsti.

Ora, non so se qualcuno di voi ha mai bazzicato da quelle parti, ma proverò a descrivervi quello che si prova quando ci si siede nella sala d’attesa di un centro di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita). Innanzi tutto ci si accorge di una cosa, cioè che la gente con problemi di infertilità è più numerosa di quanto si creda, e che ci sono le coppie più disparate,  di tutti i colori, di tutte le età, anche giovani.
Ogni coppia ha una problematica più o meno complessa, ed è lì per affrontare indagini cliniche, terapie, avere delle risposte. E poi ci sono altre coppie ( fortunatamente le meno numerose) per cui una risposta proprio non c’è. Ecco, io e il mio Mr. Darcy eravamo collocati in questo limbo, quello dei più sfigati tra gli sfigati, per i quali la medicina ancora non ha una spiegazione, dove si procede per tentativi, finché non succede qualcosa o finché non si rinuncia.
Ci si avventura nel dedalo delle analisi, lui viene rivoltato come un calzino, io di più. Sulla carta siamo entrambi fertili … non si capisce.  Nonostante i dubbi accettiamo di iniziare il protocollo previsto dal centro infertilità.

2011
Abbiamo iniziato i tentativi con la IUI  ( per i non addetti ai lavori, Intra Uterine Injection, ovvero una fecondazione artificiale, come quella che si vede fare alle mucche , su Linea verde, la domenica mattina). Le percentuali di successo sono pari alla fecondazione “naturale” e quindi non ci siamo scomposti  più di tanto quando abbiamo dovuto ripetere il tentativo per altre tre volte. Nulla di fatto.

Io e Stefano  a quel punto veniamo messi  in lista d’attesa per la Fivet (Fecondazione in Vitro), ed io mi sottopongo ad  una laparoscopia di indagine che però  non evidenzia nulla di sospetto.

I dieci mesi che sono seguiti sono stati terrificanti,  un’ attesa costellata da test di ovulazione per rendere più efficaci i nostri tentativi naturali, e quando il ciclo si ripresentava (preciso come un orologio svizzero),  in casa rischiava di venir giù il soffitto: la mia rabbia diventava ingestibile,tutti i miei pensieri erano assorbiti dal risentimento che provavo verso il mio corpo refrattario che rifiutava di piegarsi al mio desiderio di maternità. Nel frattempo, intorno a noi, era tutto un fiorire di cavoli e un volare di cicogne. Ogni tanto, negli incontri con gli amici, arrivava l’annuncio di una gravidanza altrui.  Un po’ come aspettare un autobus dove tutti salgono tranne te, anche se hai il biglietto e sei arrivato alla fermata prima di tutti gli altri.
E poi come sempre accade in quei momenti , quando pensi che non possa andare peggio di così, cerchi di distrarti in qualche modo, ma finisci dalla padella alla brace.
Se fino al giorno prima pensavi di avere delle amiche piene di argomenti e pronte ad ascoltarti, sei costretta a constatare che la loro gravidanza le ha cambiate per sempre:  dopo quel test positivo smettono di ragionare, dimenticano con chi hanno a che fare e ti costringono ad ascoltare monologhi sulla gestazione ed i suoi effetti.  E ti regalano delle vere chicche su cui riflettere per settimane intere, frasi  del tipo   <<Finché non diventi mamma non puoi capire>>   <<Uh, ma chi me l’ha fatto fare a rimanere incinta, non dormo più e vomito in continuazione …>>   <<Cosa darei per mangiare un po’ di prosciutto crudo!>>.  A quel punto tu, che daresti un braccio per essere devastata dalle nausee e dall’insonnia gravidica , le guardi con una faccia a metà tra il compassionevole  e l’omicida seriale, e prometti a te stessa che se mai riuscirai a rimanere incinta, non diventerai bimbo-centrica e non tedierai nessuno con la cronaca dei tuoi disturbi da gestante.  A volte ci si mettono anche i vicini, i parenti, i conoscenti  <<Allora quand’è che fate un bambino, eh?>> . Perché la gente non ci pensa, parla e dà per scontato che matrimonio e figli siano i due termini inscindibili di un’equazione. Non sa che, per alcune coppie, ogni allusione o domanda può essere più dolorosa di quando si colpisce la gamba del tavolo col mignolino.

2012
Il momento della tanto attesa fecondazione in vitro si stava avvicinando, ed  il mio equilibrio mentale rasentava i minimi storici: iniziavo le giornate pensando che la Fivet sarebbe stata risolutiva, due ore dopo mi deprimevo pensando a cosa avrei fatto se non avesse funzionato. Fortunatamente la psicologa del centro infertilità ci ha messo una pezza , fornendo a me degli spunti per riflettere a fondo su cosa mi stesse succedendo, e dando ascolto al mio Mr. Darcy che a quel punto si ritrovava con una moglie alquanto labile e con cui non poteva sfogarsi:  anche lui avrebbe avuto bisogno di parlare con qualcuno, raccontare i suoi stati d’animo, ma io ero la persona più sbagliata con cui affrontare l’argomento.  A poche settimane dall’inizio della terapia mi sottopongo ad un’ecografia di controllo al seno ( esame di routine prima di iniziare le cure ormonali) e mi crolla il mondo addosso: c’è un nodulo che va tolto, la trafila dell’agoaspirato e nodulectomia ci fa perdere tre mesi, ma per fortuna non è nulla di grave .
A quel punto ho sentito il bisogno di costruirmi un obiettivo alternativo, qualcosa su cui concentrarmi e che fosse alla mia portata, qualcosa che potevo realizzare con le mie risorse: finalmente stavo metabolizzando una verità inconfutabile, cioè che ( per certi avvenimenti)  non sempre “volere”  vuol dire “potere”. Quindi mi rimbocco le maniche e organizzo il viaggio che ho in testa da anni, ovvero tre settimane “on the road” nel Sud-Ovest degli Stati Uniti: compro una guida, faccio l’itinerario,  prenoto macchina, alberghi e voli aerei.  Se la Fivet avesse funzionato avremmo avuto un ottimo motivo per annullare tutto, in caso contrario ci saremmo consolati  facendo un viaggio bellissimo.

Dodici ovociti e due embrioni  più tardi , il 27 Luglio 2012 stavamo sorvolando l’Atlantico. Gli embrioni non avevano attecchito ed il test di gravidanza era negativo. E mentre mi sparavo la solita maratona cinematografica seduta in economy class, mi sono chiesta  “Perché Madre Natura si è diverta a farmi venire il desiderio di maternità se non posso realizzarlo?”
La risposta è arrivata, illuminante, qualche giorno e parecchi chilometri dopo, quando mi sono ritrovata davanti alla vastità del Grand Canyon .
08Mentre mi guardavo intorno rapita dalla magnificenza del luogo, la mia curiosità è stata catturata da una borchia in ottone posta sulla pavimentazione della terrazza panoramica.
10La borchia riporta l’età del Grand Canyon, ovvero 14 milioni di anni. E’ stato in quel preciso istante che ho capito. Ho capito che a Madre Natura non importava nulla di me, che non era indispensabile al pianeta che i miei geni fossero tramandati ad un altro individuo e che, a confronto con l’immensità delle ere geologiche che avevano plasmato il Grand Canyon, la mia vita non era altro che uno sputo nel mare (non una goccia… ho proprio pensato “sputo”). E allora dovevo darle un senso, risolvendo i conflitti nella mia testa, cercando di essere di nuovo felice per non sprecarne più neanche un giorno.
Ho capito che stavo vivendo nell’attesa di qualcosa che forse non sarebbe mai arrivato, come un personaggio di Beckett.  Volendo fare una metafora , era un po’ come se io avessi un portafoto sulla scrivania e lo lasciassi sempre vuoto in attesa della foto perfetta, quando in realtà, nel cassetto,  avevo già centinaia di foto da incorniciare… non perfette forse, ma belle. E io le stavo dimenticando, stavo sottovalutando tutte le cose bellissime che la vita mi aveva già dato. BAM!  Finalmente le mie rotelle hanno ricominciato a funzionare, e io ho imboccato la strada del cambiamento. Mi son messa in testa che era arrivato il momento  di tornare ad essere felice.
Ho ricominciato ad avere voglia di uscire, sempre , tanto, quasi ogni sera: locali, cinema, teatro.

2013
Il mio Mr. Darcy , finalmente, stava ritrovando la ragazza di cui si era innamorato ( con qualche anno in più, ma pur sempre una ragazza 😉 ) . Basta con i programmi per  far combaciare ferie e giorni fertili: se volevamo andare da qualche parte … andavamo!  E poi, per esorcizzare paure e negatività , ci siamo buttati tutto alle spalle con un liberatorio lancio col paracadute.

06

 

 

 

 

 

 

Nel frattempo i nostri tentativi con la fecondazione assistita andavano avanti, ma senza risultati: gli embrioni trasferiti  (10 in tutto) non si impiantavano mai, i test di gravidanza sempre negativi . Nulla è cambiato con il tentativo all’estero.

Poi , a Novembre, nella stessa settimana (!) ci sono state altre due svolte importantissime …

Parlando con una ginecologa,  in vista del tentativo di fivet successivo , ci arriva un consiglio spassionato:Visto che tutto sembra funzionare ma poi gli embrioni non attecchiscono, invece di lanciarvi nell’ennesimo tentativo alla cieca, perché non provate la diagnosi pre-impianto?
Spiego, per i non addetti ai lavori: la diagnosi pre-impianto è una tecnica che permette di analizzare il corredo cromosomico degli embrioni prima di re-introdurli nell’utero, il risultato è esatto al 99,8%. In questo modo, si possono trasferire esclusivamente gli embrioni geneticamente sani,  quindi quelli che hanno maggiori possibilità di dare origine ad una gravidanza. All’epoca la diagnosi pre-impianto era consentita alle sole coppie infertili come la nostra, mentre dopo la modifica della legge 40 (MENOMALE), è accessibile anche alle coppie fertili ma portatrici di gravi malattie genetiche.

La Dottoressa ci segnala una clinica a Roma, dove questo genere di analisi viene effettuata. Noi iniziamo a pensarci su. Nel frattempo, una sera all’uscita da teatro, incontro un amico dei tempi dell’università: sembrava fosse appena tornato dagli anni ’30 con la macchina del tempo. Scarpe bicolore, pantaloni a vita alta con le pinces, giacca un po’ lunga con martingala, cravatta e Borsalino.
Mi spiega che sta andando ad una serata dove si ballerà il Lindy Hop sulle note di una band arrivata dritta dritta da New Orleans.  Io e Mr. Darcy non ci abbiamo pensato un attimo e siamo andati con lui.

La sala da ballo era piena di gente, i ragazzi vestiti in stile retrò, come il mio amico,  le ragazze indossavano cappellini e calze con la riga, le scarpe come quelle che ho visto indossate da mia nonna nelle sue foto da ragazza, negli anni ‘40.
Rossetto rosso, fiori tra i capelli, risate, qualche drink e l’attesa fa scaldare l’atmosfera.  Tutto si incendia quando la band inizia a suonare.  Il ritmo Swing in stile New Orleans travolge i ballerini reduci da un workshop con insegnanti internazionali, noi restiamo a bocca aperta. Doveva essere così che ci si divertiva ai tempi dei nostri nonni, e per dirla proprio tutta, ci si divertiva alla grande. Veniamo travolti anche noi, anche se non conosciamo i passi, i piedi non riescono a star fermi .  Tre ore dopo usciamo con una luce diversa negli occhi ed un sogno: imparare a ballare il Lindy. Due giorni dopo siamo iscritti ad un corso per principianti, pronti per un nuovo capitolo della nostra storia.

2014
Le lezioni e gli eventi nei week-end diventano il momento più atteso della settimana. Partecipiamo ad ogni workshop, facciamo lezione con i più grandi ballerini in circolazione, e piano piano arrivano i progressi frutto del nostro impegno. Scopriamo una passione comune, la nostra intesa cambia e diventa sempre più forte sulla pista da ballo, dove i problemi spariscono, dove i programmi non servono, dove contano solo i passi e la musica.
Soprattutto iniziamo a goderci la libertà che fino a qualche tempo prima non apprezzavamo: non avere figli significava poter partecipare ad ogni evento, andare dappertutto e tornare a qualsiasi ora.
Lo dico sempre, il Lindy Hop mi ha salvata. E ci ha dato un input in più:  ci ha dato, prima di tutto, il tempo per  pensare alla diagnosi pre-impianto ed “elaborarla” ,  ed in secondo luogo,  una nuova passione, un modo per distrarci dalla quotidianità , magari tornando a casa esausti ma felici.
Un anno dopo la nostra prima lezione di ballo, a Ottobre 2014 contattiamo la clinica con l’intento di iniziare una terapia nell’anno nuovo .

2015
A Gennaio inizio, per l’ennesima volta, a punzecchiarmi facendomi le iniezioni di ormoni.

Ma la terapia va a vuoto.

Nonostante il farmaco sia nuovo ed efficace, con me non funziona. Il Dottore mi dipinge un quadro inatteso e anche un po’ disastroso:  forse si tratta di menopausa precoce. Possibile? Possibile che  a soli 13 mesi di distanza dall’ultima stimolazione ormonale fatta a Genova ( peraltro con una buona raccolta di ovociti)  , le mie ovaie avessero dichiarato bancarotta? Lo scenario è cupo, le prospettive si riducono insieme alle possibilità di successo. Penso che è arrivato per noi il momento di affrontare la realtà, di cominciare a pensare cosa può essere una vita segnata dalla mancanza di un bambino, atteso e mai arrivato.
Non tutte le coppie desiderano avere figli, e vivono felici della loro scelta. Ma quando un figlio lo sogni, crei per lui uno spazio, un posto dentro di te. Col passare del tempo quel posto diventa un vuoto, che non si può riempire e resta lì, come una cicatrice che ti porti dietro e che ogni tanto fa un po’ male.

Il medico mi concede un’ultima chance: ci propone di far passare un paio di mesi per farmi riprendere, e poi seguire un piano terapeutico con il farmaco che avevo usato a Genova l’anno precedente, sperando che il mio corpo reagisca nuovamente bene con quella molecola.
Il 21 Aprile 2015 inizio le iniezioni e dopo qualche giorno vado a fare l’ecografia di controllo. Il farmaco funziona, per fortuna  le ovaie stanno rispondendo abbastanza bene. Al termine della stimolazione voliamo a Roma ed il 4 Maggio mi sottopongo al pick-up ovocitario.  Ci sono otto follicoli, sorprendentemente tutti contengono un ovocita maturo. Ventiquattro ore dopo, mentre stiamo per fare il check-in a Fiumicino per tornare a casa riceviamo una splendida notizia: dal laboratorio ci informano che gli otto ovociti sono stati fecondati e sono tutti diventati embrioni evolutivi. Mentre noi salivamo sull’aereo, otto gruppetti di cellule stavano compiendo il miracolo della vita sulle piastre di un laboratorio, secondo un processo misterioso, fatto di mistero, grazia e una scintilla provvidenziale, quella che accende un nuovo individuo.

A cinque giorni di distanza, gli embrioni sopravvissuti erano sei , tutti avevano raggiunto lo stadio di blastocisti e venivano crioconservati,  in attesa del risultato della diagnosi pre-impianto. Non ricordo che giorno fosse… ma quando ho saputo che tutti i e sei erano sani, il mio cuore è impazzito di gioia.
Questo però apriva un grosso interrogativo : il 100% di blastocisti euploidi ( con un numero corretto di cromosomi). Allora qual’era il problema?  La diagnosi pre-impianto non ha spiegato gli anni di fallimenti, ma ci ha ridato una speranza, anzi sei.

Il 15 Luglio eravamo a Roma per il transfer di uno dei nostri piccoli. La biologa ci spiega che hanno deciso di puntare tutto sull’embrione numero 6, sembra quello buono, una volta scongelato ha ricominciato ad espandersi e le cellule continuano a sdoppiarsi.  Mentre il Dottore trasferiva l’embrione nell’utero, ricordo di aver pensato “ti porto via con me, andiamo a casa”.

Il 27 Luglio 2015, esattamente tre anni dopo il viaggio negli USA, scoprivo di essere incinta. Ho pianto, riso, ero incredula e immensamente grata. Non solo  alla medicina che lo aveva reso possibile, non solo ai medici e alla psicologa che ci avevano presi per mano e condotti fuori da un incubo, non solo a me stessa per il sacrificio fisico, o a mio marito per aver sofferto e tenuto duro insieme a me.  In quell’istante ho avuto la certezza che esistesse Dio. Perché la differenza tra un niente di fatto ed una gravidanza è ancora un mistero, imponderabile e potente. Ecco, per me, quella differenza,  la fa Dio.

01
per la foto si ringrazia Clorofilla Studio

La gioia pura e semplice dura poco: dopo soli 4 giorni dal test inizio a perdere sangue. Le emorragie si fanno sempre più gravi, le settimane trascorrono tra i ricoveri in ospedale  e il riposo a casa, passando dal letto al divano, alzandomi solo per andare in bagno. Il piccolo embrione sfida le ripetute prognosi di imminente aborto spontaneo, continua a crescere dentro di me, come se niente fosse. Si è attaccato alla vita e non vuole mollare. Tiene duro, il suo battito è forte e sentirlo ad ogni ecografia, anche quando sembra che tutto sia perduto, alimenta le nostre speranze.  E’ una bambina, il nostro piccolo fiore d’acciaio.
Dopo 18 settimane , finalmente, la situazione si stabilizza. La piccola cresce e si muove, non ci sono più distacchi  di placenta, ho qualche problema circolatorio e devo ricominciare a muovermi dopo mesi di inattività pressoché totale, ma  va benissimo così.
2016
Alla fine, in una mattina di sole meravigliosa, il 23 Marzo 2016, la mia bambina è venuta al mondo. Ho potuto finalmente guardare negli occhi la persona che aveva influenzato e guidato gli ultimi 7 anni della mia vita. In quel momento ci siamo incontrati tutti, Stefano, io e la nostra piccola grande Alida.
L’abbiamo sognata,  immaginata  ed amata per anni , ed in quel momento era con noi,  viva, vera. Un sogno realizzato.
E’ stato come riconoscersi con un solo sguardo, in un attimo ci siamo detti tutto. “Ti abbiamo aspettata tanto”.  “Lo so, ce l’ho fatta, sono qui”.

Alida significa “guerriera, colei che combatte”, il suo secondo nome è Diamante che significa “indomabile”: insieme ci sono sembrati perfetti per  lei. Le piace ascoltare lo Swing, la sua canzone preferita è Tulipan, del Trio Lescano.  Quando sente la musica si muove tutta, ride e fa ondeggiare il busto. Il suo sorriso è la cosa più bella delle nostre giornate.
Tutti questi anni di attesa mi sono serviti tantissimo. Mia figlia è arrivata solo nel momento in cui ero veramente pronta per essere madre e mi ha insegnato che la vita è bella come viene e non serve fare programmi , vivere di interrogativi o pronostici: se deve funzionare allora funzionerà.  Sono tornata quella che ero un tempo, forse un po’ più saggia: ho ritrovato i miei sorrisi, la mia allegria, la mia voglia di vivere ed il mio ottimismo. Mia figlia mi ha fatto capire che doveva andare così, perché se non fossimo passati attraverso quel vissuto, non saremmo la famiglia che siamo oggi. E tutte quelle delusioni e il dolore che sentivo dentro … non li ho dimenticati: sono in un angolo, a ricordarmi che sono stata tanto fortunata da poterli mettere da parte, perché quel vuoto che c’era prima è stato riempito dalla mia piccola combattente,  Alida.

PERCHE’ MI SONO RACCONTATA

Ho accettato la proposta di Luisa, di raccontare la nostra storia per tanti motivi.
Prima di tutto perché , in Italia,  la procreazione assistita fa notizia solo quando c’è di mezzo  qualche caso limite, ed in quelle occasioni se ne sentono di tutti i colori, inclusi i pareri di chi parla senza avere una minima cognizione dell’argomento.  La nostra storia è simile a quella di tante altre coppie, ognuna costellata di esperienze, delusioni e sogni: esprimere giudizi a priori non è mai una buona idea .

Il secondo motivo è poter smentire il ritornello che purtroppo ho sentito troppe volte, che fa più o meno così:  << Oggi, le donne  pensano solo alla carriera e a divertirsi, poi, superati i quaranta, decidono di avere un figlio, ma ormai è troppo tardi >> … Come se le donne fossero tutte delle manager  sgallettate, folgorate sulla via di Damasco.  Io, la prima volta che ho messo piede in quella sala d’attesa avevo trent’anni, e con me c’erano ragazze addirittura più giovani. La realtà che si incontra nei centri infertilità è fatta di coppie normali ma che vivono storie dolorose, ammantate di speranza.

Sorvoliamo sulle polemiche sollevate dal Fertility Day: purtroppo, a mio parere, una comunicazione completamente sbagliata ha fatto sì che l’intera iniziativa fosse travisata. In buona sostanza il messaggio è:  non date per scontata la vostra fertilità. Uno stile di vita sano e qualche piccolo approfondimento diagnostico (se necessario) possono evitarvi  anni di terapie e liste d’attesa. Una volta preso atto della vostra “capacità riproduttiva”, potrete gestirla come meglio credete.

Il terzo motivo per cui ho scritto questa storia è per sensibilizzare  le donne con “ l’estrogeno che non deve chiedere mai”. Ovvero le  normo-fertili (o le super-fertili) . Se appartenete alla categoria delle incinte al primo colpo,  cercate di immaginare cosa provano quelle con cui la natura è stata meno generosa: sicuramente ne conoscete qualcuna. Siate buone 😉 e fate uso della vostra sensibilità: sono sicura che ne avete da vendere.

Il quarto motivo, e forse il più importante, è dare una speranza a chi sta affrontando il problema dell’infertilità  e non ne è ancora venuto a capo. Qualunque sia il vostro problema, se i medici vi danno delle  probabilità,  tenete duro e non mollate mai: potete farcela anche voi.

Chiara

Eccomi…torno io, Luisa, se siete arrivati fino qui la storia di Chiara, Stefano e Alida ha appassionato anche voi…Ci sono tante persone che rischiano di perdere la speranza…non Chiara e Stefano!!!
Non voglio scrivere oltre in questo articolo perchè lo ha già fatto egregiamente lei facendomi commuovere…
Grazie a tutti e due, anzi a tutti e tre…vedere questa foto dona speranza a tantissime persone! 🙂

02

Torna alla HOME PAGE
Clicca mi piace alla mia pagina facebook cliccando QUI e non perderai nessuna ricetta

Precedente POLPETTE MAGICHE Successivo PASTA CON RAGù DI VERDURE E POLLO