PREADOLESCENZA E DISTURBI ALIMENTARI

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Manifestazioni cliniche

Le manifestazioni cliniche dei disturbi alimentari sono evidenti e conosciute dalla maggioranza delle persone, riguardano quasi esclusivamente il sesso femminile e si possono descrivere così:

  • calo ponderale significativo;
  • spinta al dimagrimento;
  • rifiuto a mantenere il proprio peso al di sopra del minimo;
  • pensiero ricorrente al cibo e al controllo di quest’ultimo;
  • disturbo dell’immagine corporea;
  • negazione della gravità della situazione;
  • iperattività;
  • uso dei metodi per non aumentare il peso (vomito o utilizzo di lassativi).

I disturbi alimentari hanno subito un grnade cambiamento nel tempo, modificando fascia d’età di insorgenza e classe sociale coinvolta.

Intorno agli anni sessanta era una malattia tipica del benessere, mentre oggi, nei nostri studi ed esperienze incontriamo tutte le classi sociali.

L’altro dato significativo è che non è più una malattia tipica dell’adolescenza ma può insorgere sia in età adulta sia nell’infanzia.

Come genitori e come esperti dobbiamo porre attenzione maggiore proprio alle prime avvisaglie che possono farci sospettare un disturbo alimentare nell’età infantile (9 – 10 anni?).

Altro aspetto condizionato dai tempi è la prerogativa femminile del disturbo, che seppure tutt’ora confermata, è sempre più spesso negata dalla registrazione di disturbi del comportamento alimentare dei maschi.

La preadolescenza rimane un momento particolarmente cruciale per lo sviluppo dei disturbi alimentari. La preadolescenza (assieme alla successiva ben nota adolescenza), è il passaggio delicato che ci permette di diventare individui adulti, “altro” dai genitori in un lungo processo che possiamo definire di soggettivizzazione della propria storia.

la preadolescenza avvia il processo di separazione dai propri genitori e tale processo non può avvenire senza conflitto: quando non ci sono scontri con i genitori, quando tutto fila liscio talvolta, è segno che qualcosa non va. Con questo non intendo dire che in famiglia devono avvenire liti continue e scontri ma cheè perfettamente sano e normale che il preadolescente (11/13 anni) incominci a mettere in discussione le regole familiari e che abbia la volontà di fare scelte autonome, a volte senza ascoltare i genitori.

Perché la preadolescenza è un periodo così a rischio per i disturbi alimentari?

Perché la crescita fisica, psichica e cognitiva non avviene in modo armonico; perché incontriamo ragazzi di dodici anni con corpi adulti ma con la maturità emotiva e cognitiva di un bambino; perché il corpo cambia rapidamente e ciò può evocare angoscia, paura e vergogna.

In questa fase è più facile che i ragazzi parlino dei loro problemi o dubbi con il gruppo di amici (quando hanno la fortuna di averlo), a volte trovandosi ancora più confusi.

Nelle ragazze spesso le preadolescenza coincide con l’arrivo del ciclo mestruale ed il diventare, dal punto di vista fisico, una donna a tutti gli effetti.

Sono percorsi evolutivi normali ma che per qualche ragazzino possono essere vissuti con particolare difficoltà.

In studio assistiamo sempre più a disturbi alimentari “vari”, perché diverse sono le storie che accompagnano i pazienti.

Ogni storia è una storia a sé, tuttavia ci sono dei miti da sfatare.

Non si spiega l’anoressia con l’andare dietro la moda: l’esordio (l’inizio, la manifestazione, l’impulso) non dipende mai da un modello esterno da seguire o dalla moda del momento, perlomeno questa spiegazione non è sufficiente se si scava oltre la superficie.

Cosa possiamo fare noi genitori

Vediamo più da vicino quali accorgimenti prendere e quali tranelli evitare come genitori.

L’aspetto tipico dei disturbi alimentari è la spinta alla perfezione ed al controllo: su questo possiamo lavorare per esmpio trasmettendo ai nostri figli (questo vale sia per il genere maschile sia femminile anche se l’anoressia è in genere come si è detto una sintomatologia di lei) che è possibile sbagliare, che si può non essere perfetti in tutte le cose che facciamo. Non spingiamoli alla competizione e all’efficienza.

Osserviamo come viviamo e come abbiamo vissuto noi genitori le nostre esperienze di “fallimento” e di conseguenza come le facciamo vivere ai nostri figli, quali sono i nostri valori di riferimento e come li trasmettiamo a loro.

Talvolta è utile aiutarli, in questa fase così delicata, ad esprimere i loro dubbi, le loro angosce rispetto alla crescita, infatti anche se in parte avranno il confronto con i propri pari (gli amici) è importante il dialogo ed il confronto con noi adulti.

Purtroppo i nostri tempi, la nostra società non aiuta i genitori in questo compito. I modelli sociali si basano su perfezione e competizione, spesso anche le istiutuioni educative come la scuola, lo sport e le attività extrascolastiche.

Dedichiamo quindi un po’ del nostro tempo a parlare con loro della nostra adolescenza, delle nostre esperienze belle e brutte, questo li può aiutare a comprendere che i loro dubbi, i loro timori sono comuni, sono bagaglio del vivere.

Ricordiamoci che siamo genitori e non amici dei nostri figli: non li dobbiamo conquistare evitando la differenza generazionale, ma dobbiamo coltivare una relazione significativa con loro, stando loro accanto, ma con il coraggio e la forza di sostenere la frustrazione che incontreremo come genitori quando i figli entrano in adolescenza.

Un concetto difficile da comprendere è il concetto di desiderio, la sintomatologia anoressica è spesso legata ad esso.

Nei casi di anoressia troviamo frequentemente una figura materna che ha risposto con sollecitudine ai bisogni della figlia, ma ha trascurato di passare assieme al cibo il proprio Desiderio (M. Recalcati “L’ultima cena” 1997).

Questo concetto difficile magari all’apparenza è in realtà molto semplice e vale anche al di là della specifica problematica dei disturbi alimentari. E’ importante trasmettere ai nostri figli le nostre passioni, la capcità di avere il desiderio di qualcosa, di penare per raggiungere un obiettivo. Non solo “l’avere” dà nutrimento alla nostra psiche ma anche e soprattutto il desiderare, la volgia di progettare e raggiungere dei traguardi.

Per concludere diamo la giusta attenzione al valore del cibo, che non diventi per noi genitori e per i nostri figli fonte di compensazione alla frustrazione.

Ovviamente questi sono accorgimenti di carattere generale. La clinica dell’anoressia è complessa ed ogni caso ha sfaccettature diverse che solo attraverso il lavoro psicoterapico possono dipanarsi.

Come genitori possiamo però avere in mente e porgere attenzione a quali aspetti osservare, e quali comportamenti utilizzare per stare accanto ai nostri figli e aiutarli in caso di campanelli di allarme.

Se avete dubbi parlatene con il vostro pediatra oppure con uno psicologo….non abbiate timore, a volte alcune sintomatologie in questa età, se prese in tempo, si risolvono rapidamente.

Dottoressa Elisabetta Grazianoimmagine-disturbi-alimentari

 

 

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