Nati per raccontare: i benefici della lettura nel rapporto genitori-figli

” I benefici della lettura ad alta voce sulla genitorialità”.

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“Ero bambino e ho questo ricordo di mia madre che leggeva. Per lei leggere non era solo uno svago o un modo per informarsi, ma qualcosa di estremamente vitale. È questa dimensione di necessità che ha accompagnato la mia esperienza di lettore da sempre. È un percorso che dovrebbe essere considerato fondamentale per ciascuno: nessun bambino leggerà se non vede i genitori leggere, nessun bambino leggerà se casa sua è senza libri.”.Roberto Saviano

Leggere ad alta voce ai bambini fin dalla più tenera età è un attività coinvolgente: aiuta a rafforzare la relazione genitore-bambini, crea l’abitudine all’ascolto, aumenta i tempi di attenzione e accresce nel bambino il desiderio di imparare a leggere. La voce della mamma è “magia” per il bambino, rievoca calore e sicurezza e diventa la chiave per entrare in un mondo fantastico. Molti studi hanno indagato il beneficio della lettura sul bambino, in termini di maggior sviluppo lessicale, attaccamento sicuro con l’adulto di riferimento. Vogliamo sposter l’attenzione su quanto questa pratica sia importante per la mamma, quanto questo momento intimo aumenti la consapevolezza del suo nuovo ruolo. Partendo dal progetto nazionale, in collaborazione con i pediatri di famiglia, “NATI PER LEGGERE”, e “LEGGERE PER CRESCERE” e studiando alcuni lavori scientifici esteri Vorremmo scoprire con voi come la lettura con il proprio figlio, fin dai primi mesi di vita saldi il legame mamma-figlio, aumenti la consapevolezza del ruolo genitoriale.

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La gravidanza rappresenta per la coppia un momento di profonde trasformazioni con grandi aspettattive. La donna, in particolare, è chiamata fin da subito ad una consapevolezza nuova, legata ai cambiamenti fisici e mentali.

Durante la gravidanza, la futura madre rielabora le relazioni con le figure genitoriali, in particolare con quella materna,volta alla costruzione di una nuova identità facilitata dalle fantasie e immagini del futuro bambino attivate dalla gravidanza. Questi nove mesi appaiono quindi come un periodo “ponte” tra il passato e il futuro, in cui riaffiorano le esperienze dell’infanzia, il rapporto con la propria madre, per creare nella mente della futura mamma l’immagine sia di se stessa come madre sia del bambino che nascerà. Questi stati d’animo appaiono funzionali alla creazione di un legame con il feto prima e con il bambino poi, facilitando e influenzando l’investimento emotivo materno. Winnicott [1971] ha definito «preoccupazione materna primaria» la condizione mentale di completo assorbimento nei confronti del neonato che caratterizza la condizione della donna nel periodo che segue la nascita del bambino.

La donna, in questi mesi di attesa dunque, inizia a costruire rappresentazioni di se stessa e del bambino, rappresentazioni totalmente prive di contenuti realistici, ma ricche di proiezioni inconsce legate al proprio passato, e di desideri per il bimbo che porta in grembo.

La qualità di queste fantasie rappresenta un indice importante dell’investimento affettivo sul bambino, costituendo uno spazio mentale dedicato esclusivamente a lui.

Studi neurobiologici più recenti hanno mostrato che la coclea entra in funzione verso la ventesima settimana di gestazione ed il sistema uditivo periferico completa la sua maturazione verso le trentadue settimane.

Secondo altre ricerche,poi, in utero sono percepiti stimoli acustici provenienti sia dall’interno del corpo materno sia dall’ambiente esterno, parzialmente attenuati dalla parete addominale e dal liquido amniotico. Il feto discrimina la voce femminile da quella maschile, e preferisce una breve storia ripetutamente letta, rispetto ad una nuova.  

Recenti ricerche hanno dimostrato che i neonati di qualche giorno di vita preferiscono la voce materna ad una voce femminile estranea, la lingua madre ad una lingua straniera, e soprattutto la breve storia ripetutamente letta in gravidanza.

 La consapevolezza di poter costruire un legame così saldo con il proprio bambino, già dalla gravidanza dovrebbe far aumentare nella futura mamma il desiderio di ritagliare momenti all’interno della giornata da dedicare a se stessa e al feto. Quella lettura semplice, corta, diventerà familiare quotidiana, terapeutica non solo per il bambino ma anche per la mamma, che ritroverà in quelle parole, lette tante volte, un’isola di intimità senza uguali, destinata a riaffiorare perennemente nella vita.

“Ho iniziato a leggere le favole alle mie bimbe quando erano nella pancia, ho continuato dopo e ora, quando arrivano con i loro libri perchè io glieli legga, è molto emozionante.” (testimonianza) libri-per-bambini-404x400

La lettura come routine

Gli anni della prima infanzia sono pieni di routine che aiutano il bambino a crescere, a diventare “grande”. Le famiglie organizzano la loro vita quotidiana attraverso routine che riguardano il ritmo sonno-veglia, il mangiare, le attività del tempo libero. Nel bambino, fin da piccolo, le routine sostengono lo sviluppo fisico ed intellettuale. Alcune di queste diventano momenti di riunione per la famiglia, come il momento dei pasti o quello della lettura condivisa.

Le routine sono diverse dalle abitudini e dai rituali.

Le abitudini sono comportamenti ripetitivi che gli individui svolgono senza pensare coscientemente all’azione che stanno facendo. Le abitudini comportamentali coinvolgono una ristretta gamma di comportamenti, come ad esempio tenere stretta sempre la stessa copertina durante la nanna.

Una routine, al contrario, comporta una sequenza di fasi altamente ordinate, pensiamo alla routine della nanna che può includere: fare un bagno, lavarsi i denti, la lettura di un libro. I rituali, d’altra parte, tendono ad essere simbolici e collegati a legami affettivi all’interno della famiglia; spesso forniscono continuità tra le generazioni e sono unici e significativi per la famiglia. Una routine ha la capacità di diventare un rituale quando si ripete nel tempo e assume un significato simbolico.

Noi abbiamo voluto focalizzare la nostra attenzione sulla routine della lettura condivisa. Nel momento della lettura, i genitori riescono a limitare le distrazioni per far convergere l’attenzione del bambino sui punti chiave della storia o su un’immagine in particolare, così da evidenziare le parti di maggiore interesse o gli aspetti umoristici della storia.

I genitori che sostengono l’importanza della lettura sono più propensi a leggere ai loro figli regolarmente, ed i figli, a loro volta, saranno più propensi a chiedere che venga loro letto con regolarità, situazione che non si verifica nelle famiglie in cui i genitori non danno sufficiente importanza a questo momento comune.

Quando leggere con i bambini

Alla lettura si può riservare un momento particolare della giornata, può essere prima del sonnellino pomeridiano o della nanna serale, oppure dopo i pasti. L’importante scegliere momenti durante i quali mamma e bambino sono più tranquilli.

Come condividere i libri con i bambini

Il momento della lettura con il proprio bambino deve diventare un momento magico per entrambi, ricco di piccoli gesti semplici, ma sempre uguali dove il bambino ritrova la sicurezza della quotidianità. Occorre scegliere un luogo confortevole dove sedersi, potrebbe essere un poltrona nella cameretta, un tappeto pieno di cuscini oppure il lettone di mamma e papà, far vedere la copertina del libro, illustrarla e raccontare già la trama del libro, e anticipare con parole gioiose e con grande entusiasmo l’esperienza che si sta per vivere, un bimbo sarà maggiormente coinvolto, vedendo la madre entusiasta.

Il libro come amico

E’ necessario eliminare le altre fonti di distrazione, quali televisione, radio, stereo, deve essere un momento intimo raccolto; il libro deve essere al centro dell’attenzione per cui è sempre bene tenerlo in mano, lasciando al bambino la possibilità di voltare la pagina.

Il momento della lettura deve essere un momento accattivante, per cui la mamma dovrebbe sempre leggere con partecipazione, creando le voci dei personaggi ed usando la mimica per raccontare la storia, variando, all’occorrenza, il ritmo di lettura: più lento o più veloce. Cercando di mantenere questo momento esclusivo anche quando il bimbo sarà più grandicello, la lettura condivisa sarà arricchita dall’interazione con il bimbo stesso, “cosa accadrà?”- “ti è piaciuto il libro?”. Spesso i bimbi più grandi amano leggere sempre lo stesso libro, e sarà giusto accontentarli.

Ascoltare sempre la stessa storia, magari di volta in volta con qualche sfumatura diversa, salderà la quotidianità di quel momento. Occorrerà all’inizio dedicare alla lettura un tempo ridotto, dieci – quindici minuti, poiché l’attenzione dei più piccoli tende a scemare, per aumentare via via il tempo dedicato, rispettando il desiderio del bambino.

La libreria del bimbo deve essere collocata in un angolo della casa facilmente accessibile al bambino. Dopo la lettura il libro va sempre riposto nello scaffale. E’ importante insegnare ad avere cura del libro, perché è un compagno di viaggio, straordinario e come ogni oggetto prezioso va curato, per cui è importante non sgualcire le pagine, non rompere la copertina…

La lettura nella malattia

La malattia costituisce sempre un momento di profondo stress per il bimbo e per la madre, per entrambi il momento raccolto della lettura è un aiuto a superare la situazione che stanno vivendo, tuttavia in alcuni casi l’esperienza della malattia conduce a un’ospedalizzazione che rappresenta un momento di crisi per il bambino e per i suoi familiari, interrompendo la quotidianità dell’intero nucleo. Suscita, specie in caso di malattie gravi, intense angosce rispetto alla vita e all’integrità fisica (che sembrano risucchiare anche i precedenti aspetti di serenità) e si accompagna a sentimenti di solitudine e di esclusione.

L’ingresso in ospedale

L’ingresso in ospedale comporta per il bambino la perdita del proprio benessere psicofisico, del proprio ambiente, con i suoi rapporti e le sue attività: allo stesso tempo propone l’incontro ansiogeno con la malattia (propria e altrui) e con gli operatori sanitari che, a differenza del medico di famiglia) sono portatori di messaggi di gravità e di sofferenza.

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La cura

La parola “cura” è comune ed è radicata profondamente nel nostro linguaggio quotidiano. Possiamo dire che la cura connota un certo tipo di impegno, che dura nel tempo, e che è sia una pratica che una disposizione, poichè comporta che le preoccupazioni e i bisogni dell’altro vengano presi come base per l’azione.

La cura è un processo continuo che si articola in quattro fasi analiticamente distinte ma interconnesse:

  1. L’interessarsi a [caring about]. L'”interessarsi a” comporta, in primo luogo, il riconoscimento che la cura è necessaria. Ciò implica la percezione dell’esistenza di un bisogno e la valutazione che esso dovrebbe essere soddisfatto.
  2. Il prendersi cura di [taking care of]. Comporta l’assunzione di qualche responsabilità rispetto al bisogno identificato e la determinazione di come corrispondervi: implica, in altre parole, il riconoscimento della possibilità di agire per andare incontro a questo bisogno insoddisfatto.
  3. Il prestare cura [care-giving]. Il prestare cura comporta il soddisfacimento diretto di bisogni di cura. Implica lavoro fisico e richiede che chi presta la cura entri in contatto con i suoi destinatari.
  4. Il ricevere cura [carereceiving]. La fase finale del processo di cura riconosce che il destinatario della cura risponderà alla cura che riceve.

Partendo da questa definizione generale di “cura”, possiamo concentrare la nostra attenzione sul concetto di cura nel rapporto esclusivo che lega madre e figlio.

Le cure materne nell’infanzia e nella fanciullezza sono importanti per la salute mentale quanto le vitamine e le proteine per la salute fisica. Bowlby, nel libro “Cure materne e igiene mentale del fanciullo”(1957), evidenzia come il bambino, se non riesce a stabilire un legame affettivo adeguato con la madre, può manifestare turbe psichiche di vario genere ed in particolar modo un’incapacità di sperimentare, poi, un legame affettivo con altre persone.

L’accento sull’adeguatezza del legame affettivo sottolinea che le cure materne non sono da intendersi solo in senso materiale, è la loro qualità che condiziona lo sviluppo in senso positivo o negativo. Questa qualità è determinata dal tipo di contenuti psichici, e/o affettivi che vengono trasmessi e assimilati dal bimbo: cure materne perfette dal punto di vista fisico possono essere inadeguate “affettivamente”e produrre effetti negativi.

I bambini privati delle cure materne o esposti a cure materne inadeguate sono maggiormente a rischio di sviluppare un comportamento delinquenziale nel futuro. Queste scoperte portarono alla considerazione che la mancanza della madre possa consolidare danni non solo intrapsichici nel bambino, ma anche sociali con il pericolo di aumentare la delinquenza.

Bowlby evidenziò come la prevenzione nel campo della salute mentale infantile debba iniziare facendosi carico dei genitori: una società a cui stanno a cuore i bambini deve incominciare a prendersi cura dei loro genitori.

Nell’ambito dello sviluppo affettivo e sociale le modalità reali, concrete, con cui una madre si prende cura del suo neonato hanno un impatto cruciale, determinando il modo con cui il neonato organizzerà le proprie strategie di attaccamento nei confronti della madre ed eventualmente le generalizzerà ad altri adulti. Il neonato, una volta adulto, farà riferimento a quelle stesse modalità di attaccamento che hanno costruito la sua propria esperienza.

Negli ultimi anni si è data sempre più importanza alla relazione madre, padre e feto: bonding, è il legame che si crea tra i genitori e il bambino prima della nascita, il cosiddetto attaccamento prenatale. Il primo a parlarne fu Donald Winnicott, egli infatti parlò dell’importanza della comunicazione tra madre e feto, utile sia per la salute psichica del bambino e fondamentale per la nascita della relazione di attaccamento. Nel 1981 fu Cranley a definire il costrutto dell’attaccamento prenatale, sostenendo che non nasce dal momento in cui la madre percepisce i movimenti del bambino dentro di sé, ma nasce da un coinvolgimento psicologico, che può partire già dal concepimento. 

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LA LETTURA COME ACCUDIMENTO

I bambini, in tutte le fasi della loro crescita, hanno dei bisogni irrinunciabili come mangiare, bere, dormire, ma, per crescere bene, hanno bisogno anche di relazione, di sostegno, di calore, di protezione, in una parola di accudimento.

Soddisfare questi bisogni è, primariamente, un compito della famiglia: i genitori e le persone che si occupano dell’educazione dei bambini possono aiutarli nella loro crescita intellettiva e sociale, costruendo attorno a loro relazioni fatte di tempo e spazio da dedicare, di disponibilità all’ascolto e al gioco.

L’esperienza della lettura ad alta voce in famiglia è un’esperienza di accudimento molto importante.

Leggere al proprio figlio con costanza e regolarità significa trasmettergli una serie di messaggi quali:

  • voglio condividere con te una parte del mio tempo;
  • voglio farti conoscere il magico mondo racchiuso dentro le pagine di un libro per solleticare le tue curiosità;
  • riconosco che attraverso l’ascolto di una storia potrai identificarti con i personaggi e le vicende narrate e potrai sperimentare e tentare di gestire le tue emozioni;
  • voglio che tu sappia che il libro è un amico che cresce con te, che aiuta a conoscere il mondo intorno a te e tutti i mondi fantastici che la tua immaginazione ti mostrerà.

L’esperienza della lettura ad alta voce in famiglia è quindi: accudimento, arricchimento, ascolto, attenzione, complicità, condivisione, dialogo, disponibilità, incanto, sguardo, piacere, relazione e molto altro ancora.


La lettura ad alta voce è, infatti, anche un’occasione educativa di grande rilievo in quanto favorisce, se proposta con continuità e in età precoce, lo sviluppo di un atteggiamento positivo da parte dei bambini nei confronti del libro.

Le madri che con entusiasmo si sono offerte di compilare il nostro questionario hanno ben presente come la lettura ad alta voce condivisa con il proprio bimbo sia un momento di accudimento; una mamma scrive “banalmente…. il fatto di non essere riuscita ad allattarli… sento di trasferire parte del mio amore nutrendoli di lettura”, “il tempo esclusivo che si dedica per la lettura ad alta voce è un investimento affettivo oltre che culturale e morale”.

Il prendersi cura del proprio bimbo, non soltanto materialmente, ma costruendo un percorso di grande intimità e di grande crscita, aumenta nelle mamme il senso di efficacia. Una mamma ci ha confidato “mio figlio non ha ancora due anni, ma vedere che ogni figura o frase, vista, letta e spiegata, viene da lui subito immagazzinata e ripetuta, anche dopo molto tempo, mi da soddisfazione come mamma, perchè mi fa sentire qualcosa di più di una mamma che cucina, pulisce.. è uno stimolo continuo sapere di essere necessaria!”.

Ecco quindi che l’accudimento si compone di tanti elementi, tutti volti a far crescere da una parte il bambino in un ambiente ideale al suo sviluppo fisico e mentale, dall’altra ad aumentare nella mamma il senso del proprio ruolo, l’importanza di dedicarsi ad instaurare un rituale.

La lettura ad alta voce si pone quindi come strumento per aumentare le capacità cognitive, il lessico, stimolare la curiosità e la creatività, nel bambino, ma sosprattutto

per sviluppare fin dai primi momenti una sinergia tra madre e bambino. Sinergia che spesso inizia già in gravidanza, come abbiamo visto nel capitolo precedente, “ho iniziato a leggere favole alle mie bimbe quando erano ancora nella pancia. Ho continuato dopo e ora, quando arrivano con i loro libri per farseli leggere, è molto emozionante. Il momento della lettura diventa come un momento magico, dove ci isoliamo anche se la lettura viene fatta in sala con la televisione accesa. È un momento magico”, “ho letto a mio figlio quando era ancora il pancia. Una volta nato, cercavo di leggergli mentre lo allattavo e lui ora adora i libri e spesso li leggiamo insieme”.

La lettura nella tradizione

Spesso il sentimento del ricordo del passato, la nostalgia per un mondo che non c’è più, per persone, come i nonni, così importanti nell’infanzia, che ancora possono rivivere nel momento della lettura al proprio bambino costituiscono un grande stimolo a leggere al proprio figlio. Il sentimento di amore per la lettura nasce essenzialmente dall’approccio che si ha con essa. Leggere al proprio figlio con amore e passione per trasmettergli un sentimento che lo accompagnerà in tutta la sua vita.

Le mamme che lo scorso inverno hanno partecipato ad uno studio sui benefici della lettura su loro stesse, promosso da me in collaborazione con alcuni pediatri genovesi , riflettendo sulla esperienza, hanno definito la pratica della lettura oltreché magica, di crescita, di intimità come un momento per trasmettere passione per la lettura al proprio figlio. In molte il ricordo della nonna che leggeva i libri. Nonne spesso descritte come donne non particolarmente colte perché vissute in epoche di grandi guerre, dove l’istruzione era privilegio per pochi, e soprattutto perché per le bambine molti studi erano interdetti; tuttavia ben consapevoli della bellezza e del valore dei libri.

La lettura diviene quindi un rituale da tramandare, una passione da non spegnere, una mamma intervistata così scrive: ” credo che sia un momento che si ricorderà per sempre. E spero che lo porterà a fare lo stesso con i propri figli o con i nipoti. E poi come legge la mamma non legge nessuno! Ed è davvero una cosa che vuole fare solo con me. I miei genitori erano troppo occupati per la fiaba della buona notte, sicuramente stanchi, e a volte i pochi ricordi che ho di loro mentre mi leggono una storia, mi fanno felice al solo pensiero. Ecco io vorrei fosse così anche per i miei figli.. ma che i ricordi belli siano tanti. Abbiamo poi la storia della buonanotte, segreta e unica…quella che mi raccontava nonna. Ecco quella sarà unica e solo nostra.”.

Spesso le mamme hanno scelto di leggere fiabe che erano state lette a loro, quando erano piccole, aggiungendo emozione al momento, provando la sensazione di ritornare bambine. In questa scelta, forse inconsciamente, si riversa tutto lo spirito delle proprie tradizioni familiari, tutta la consapevolezza di quanto sia stato importante per loro quel momento.

Paola Santagata

IL NUOVO RUOLO DEL PAPA’

Solo qualche decennio fa era presente una rigida individuazione dei ruoli tra il maschile e il femminile, con inevitabili ripercussioni nei ruoli paterni e materni all’interno del nucleo familiare. La madre aveva la funzione affettiva dell’accudimento familiare, il padre rappresentava le regole, il codice etico. Il padre rimaneva più distaccato dalla vita familiare, considerava la nascita un evento relativo al mondo femminile ed era occupato a procurare economicamente il necessario per poter sostenere la famiglia. La donna non richiedeva all’uomo un impegno per le cure dei figli, ma si aspettava da lui un riconoscimento per aver adempiuto al suo compito. Oggi si giunge alla nascita del figlio con maggiore consapevolezza di un tempo.

Usualmente si decide di avere un figlio in età più matura anche dopo alcuni anni di convivenza, il divenire genitori diventa così un rito di passaggio verso l’età adulta.

Il papà diventa più partecipe dell’intero processo procreativo, più attento e vicino affettivamente alla donna ed al figlio, già dalle prime fasi della gravidanza e si instaura una flessibilità dei ruoli tra padre e madre.

La famiglia si basa sul concetto nuovo del ruolo e della funzione genitoriale, per cui entrambi i genitori si affiancano e si occupano delle cure primarie: cure fisiche, allattamento con il biberon, cambio del pannolino, bagnetto.

Un tempo la donna aveva il compito di mettere “al” mondo il figlio e il padre quello di metterlo “nel” mondo, di insegnargli a vivere nella società; egli era colui che trasmetteva le regole sociali, era il primo esempio di autorità, il detentore di valori. Il padre era la figura forte che proteggeva il figlio e lo accompagnava nel mondo insegnandogli a vivere e ad adattarsi alle richieste sociali.

Oggi il padre è stato un po’ spodestato da questo ruolo: la società odierna ha subìto forti cambiamenti soprattutto nel tessuto sociale (movimento femminista, divorzio, movimento giovanile …), questo ha comportato il fatto che il ruolo paterno sia oggi più difficilmente gestibile ed attribuibile ad un singolo individuo, ma venga invece spesso delegato al sistema sociale nelle sue più ampie articolazioni.
È interessante notare come sia cambiato il ruolo della donna nella società: la donna di oggi è moglie e madre che lavora, divide la sua vita tra faccende domestiche, vita professionale e educazione dei figli. Il primato del mantenimento economico della famiglia non è più dell’uomo, ma è della coppia. Tanto più la donna esce dalle mura domestiche e si proietta nella società tanto più l’uomo entra in casa, contribuisce alle faccende domestiche e alla crescita dei figli.

Paola Santagata