“GRAND BUDAPEST HOTEL” a cura di Filippo Dagnino

Un consiglio per un film

“GRAND BUDAPEST HOTEL” a cura di Filippo Dagnino

Vincitore di quattro premi Oscar su nove candidature totali (tra cui Miglior Film e Miglior Regia), Grand Budapest Hotel è stata una delle pellicole più acclamate nel 2014.

Il film si apre con il dialogo tra un giovane scrittore e l’ormai anziano Zero Moustafa, proprietario del Grand Budapest. Quest’ultimo decide di raccontare al giovane scrittore la propria vita nella fatiscente struttura, ai tempi in cui era un facchino.

Attraverso un’analessi si torna quindi indietro al 1932, anno in cui l’hotel, collocato nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka (Europa orientale comunista), è frequentato dalla nobiltà europea più altolocata.

Il concierge dell’albergo è Monsieur Gustave, un uomo di mezza età eccentrico e raffinato che intrattiene relazioni affettive (e sessuali) con gran parte delle ospiti dell’hotel.

Una di queste donne è l’anziana e ricca Madame D., trovata morta in una stanza della sua villa pochi giorni dopo essere partita dal Grand Budapest Hotel. Essendo legato affettivamente alla donna, Monsieur Gustave parte per la dimora della donna in compagnia del facchino Zero.

Da questo momento, per i due protagonisti, avranno luogo una serie di peripezie ed eventi grotteschi legati al testamento della donna. Monsieur Gustave, infatti, finisce in prigione e viene braccato da un crudele sicario inviato dal figlio della ricca possidente. Tuttavia la stretta complicità che lo lega al suo giovane amico Zero gli sarà di grande aiuto.

L’acclamato regista Wes Anderson fa di questo film il suo capolavoro, non solo per il cast stellare di cui si serve e che vede tra le sue file attori del calibro di Ralph Fiennes, Bill Murray e Adrien Brody, ma anche per il taglio che riesce a dare alla propria pellicola.

Come altre opere di Anderson, Grand Budapest Hotel si rivela squisitamente ironico ed irriverente sulla realtà e sulla storia.

Infatti, dal mio modesto punto di vista, il film vuole essere una parodia semiseria dell’epoca storica in cui è ambientato: la fittizia Repubblica di Zubrowka rappresenta uno stato satellite dominato dal regime comunista.

Alla fine del film il Grand Budapest viene occupato dal corpo paramilitare delle ZZ, che rappresenta un chiaro riferimento alle SS naziste.

Un altro tema di cui la pellicola si occupa è quello del razzismo: infatti, il giovane Zero, a causa dei suoi lineamenti non europei, viene etichettato dalla milizia comunista come “immigrato clandestino”, costantemente perseguitato.

Ma la vera caratteristica dell’opera sono i toni con i quali si svolge l’intera pellicola a metà tra l’ironico ed il grottesco.

Grottesche sono infatti gli omicidi commessi dal sicario Jopling, inviato dal figlio di Madame D., grotteschi sono gli inseguimenti a danno dei due protagonisti e grotteschi sono anche i dialoghi tra i personaggi. Anche la colonna sonora, vincitrice dell’Oscar, sembra accompagnare con la stessa irriverenza l’intera vicenda. Oltre a tutti questi aspetti la recitazione è di alto livello, in particolare il duo Fiennes-Revolori (rispettivamente M. Gustave e il giovane Zero), così come sono di alto livello la scenografia e i costumi, entrambi vincitori dell’Oscar. La moltitudine di caratteri ideati da Anderson crea un mosaico di storie differenti, molteplici e soggette a più interpretazioni, che sembrano replicare le innumerevoli stanze dell’hotel e le varie sfumature della realtà.

Filippo Dagnino grand hotel budapest

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