La dott.ssa Sonia Sorgente -psicologa – Psiche&Nutrizione– ti parlerà con accuratezza dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e il rapporto con la mamma.

Buona lettura!


E’ importante premettere che non si tratta di accusare la madre o di considerarla responsabile di un disagio che deriva da tanti fattori, ma di individuare alcuni aspetti della relazione con la madre che ricorrono nelle situazioni in cui un adolescente sviluppa un cattivo rapporto con il corpo e con il cibo.

Non è raro che si fa risalire l’origine di un disturbo alimentare o di molti disturbi psichici a un cattivo rapporto con la figura materna.

Ricordiamoci che pur partecipando al 50% della responsabilità genitoriale è considerata la principale artefice del loro benessere.

Questo senso di responsabilità delle madri diventa poi senso di colpa quando i figli esprimono qualche disagio.

Il senso di colpa va sfatato, anche perché contribuisce a ingaggiarle in estenuati quanto inutili escalation di sfide e ricatti su alimenti e porzioni, che finiscono per consolidare il disturbo alimentare delle figlie.

Smettiamo di accusare le mamme, ma aiutiamole a comprendere il significato “affettivo” delle figlie, in modo che le mamme possono aiutare a propria volta a trovare risposte meno distruttive alla loro sofferenza, senza sacrificare il proprio corpo e senza annullare la loro femminilità.

Quando in una famiglia compare un disturbo alimentare, madre e figlia hanno spesso in comune una “ferita” riguardante l’immagine di sé e l’identità femminile.

E’ una lacerazione che affonda le sue radici, spesso nel rapporto della madre con la propria madre, lungo una catena di legami transgenerazionali femminili altamente disfunzionali.

Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e il rapporto con la mamma  E’ importante premettere che non si tratta di accusare la madre o di considerarla responsabile di un disagio

Le mamme delle ANORESSICHE sono state vittima dello strapotere dei padri e dei fratelli, poiché con molta probabilità saranno cresciute in una famiglia d’origine dove essere donna era una sorta di “imperfezione congenita”, dove erano considerate meno valide e talentuose dei maschi.

Le madri pur desiderose del riscatto hanno perpetuato nel profondo la convinzione di inferiorità nei confronti degli uomini.

Il legame tra madre e figlia si fonda su aspettative straordinarie: bellissima, bravissima, buonissima. Tali superlativi servono a mettere a tacere il timore che la figlia possa essere come lei.

La richiesta inconscia che la madre fa alla figlia è di essere perfetta nei comportamenti, nello studio e nello sport. Nella relazione tra madre e figlia regnano armonia e reciproca comprensione, almeno fino all’esordio del disturbo alimentare.

Il mito anoressico ricco di superlativi è sponsorizzato dalla madre, che trova nei trionfi della figlia un balsamo curativo per le sue ferite.

Un contesto socioculturale che svaluta il ruolo femminile non favorisce un’armonica integrazione dell’identità delle giovani donne.

Osservando il mondo la ragazza anoressica impara che realizzare i propri bisogni affettivi non porta da nessuna parte, e che occorre lavorare duramente per acquisire competenze di prestigio, anche a costo di esprimere se stessa, la propria femminilità e i propri sentimenti. Si illude che questa rinuncia possa garantirle un futuro migliore.

Le ragazze anoressiche si danno molto da fare per rispondere a questo mandato; inutile dire che far contenta la mamma è una missione impossibile, poiché la madre non sarà mai totalmente soddisfatta.

Entrambe sono inconsciamente impegnate a colmare un vuoto interiore incolmabile, che rinunce e sacrifici ampliano sempre di più.

Il legame tra madre e figlia fa da regia al vuoto che nasce dalla rinuncia ai propri desideri autentici in nome di una gara interminabile, dei cui trofei non sono mai sazie.

Oggi molte donne sperimentano il conflitto tra realizzazione sociale e professionale e il ruolo femminile di protezione e cura dei legami, ma per le ragazze che digiunano il dilemma fra competizione e solidarietà, è risolto a priori dall’adesione al mandato materno.

Perfino l’amore non trova spazio: avere un fidanzato vorrebbe dire accettare di dipendere da un altro e soprattutto provare emozioni che fanno sentire fragili e sottraggono tempo agli impegni quotidiani.

Nel caso in cui abbiano un fidanzato, perlopiù è confinato nel ruolo di spettatore dei loro successi e dei loro digiuni, soggiogato dal loro invincibile potere e da un legame utile a far da stampella al loro narcisismo, che non deve, però, mettere in discussione un equilibrio emotivo troppo rigido e fragile per lasciarsi sconvolgere da tempesta amorose.

Agli occhi della figlia l’immagine materna è insieme quella di una donna fragile e ansiosa, affettivamente ed economicamente dipendente, e di una madre esigente e dominante; se è lei l’unico autentico punto di riferimento, è ancora lei che l’adolescente anoressica vorrebbe estromettere attraverso il vomito e il digiuno.

Il patto inconscio cui la madre ha chiesto alla figlia di aderire è in fondo, seducente; promette il successo, ma anche la sicurezza del sostegno materno, bypassando la rottura del legame che la crescita impone.

Il significato del sintomo è duplice e in un certo senso paradossale.

Mentre introduce disordine e cambiamento, secondo i dettami fisiologici dell’adolescenza, al contempo lega e tiene avvinta la mamma, le impone una presenza costante nello spazio fisico e mentale: in cucina, dove insegue la figlia per costringerla a mangiare; in bagno, alla ricerca di una traccia di vomito; davanti allo specchio, dove la figlia chiede di essere rassicurata dell’assenza d’ogni traccia di grasso.

La madre è per la figlia specchio e bilancia, la figlia è per la madre una bambina bisognosa ma determinata, che le chiede conferma dell’adeguatezza delle proprie forme e delle proprie condotte alimentari.

Alla madre che la implora di interrompere il digiuno, la figlia ricorda il patto segreto che le impone di diventare proprio come la madre la vuole, magra ed efficiente, e le chiede di essere assolta e sostenuta per questa interpretazione estrema e imprevista del progetto concordato.

Il confronto animato, la rabbia non hanno spazio; il sintomo anoressico si esprime attraverso la rigidità e il controllo. Le anoressiche sono profondamente arrabbiate e offese , ma s’impegnano a tenere a freno la distruttività.

La parte della figlia perfetta, che non ha bisogni ma solo doveri e fin da piccola gioca a fare l’adulta risolvendo al meglio, in fretta e prima degli altri ogni compito, viene messa in scena anche in famiglia.

La sua tenacia, la sua efficienza e la forza emotiva che dimostra, pur nascondendo una grande fragilità, contribuiscono a stabilire un’inversione di ruolo con la madre.

Mostrandosi grande, la figlia può alleggerire una mamma molto provata, affaticata dalla propria storia emotiva e dal peso di una quotidianità insoddisfacente.

I confini dello spazio fisico e psichico individuale sono per lo più pareti sottili da sembrare inesistenti, la soglia di tolleranza della distanza e delle riservatezza è bassa, la presenza di porte, a maggior ragione di porte chiuse, a dividere le stanze e gli spazi privati non è affatto scontata.

Ciò che agli occhi della madre è la conferma di una relazione privilegiata che la riempie di orgoglio, preoccupa invece lo psicologo, lo allerta sulla dipendenza della ragazza, sull’immaturità e sulla mancanza di separazione che le impediscono di esprimere valutazioni e opinioni proprie perfino nell’ambito dei rapporti con i coetanei, e magari decidere addirittura di sbagliare, senza il consenso e l’approvazione della mamma.

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