Benessere psicologico: mindfulness e percorsi di cura

Questo articolo, scritto dalla dott.ssa Sonia SorgentePsiche&Nutrizione– e la dott.ssa Carmen InnocentiHypnobirthing4U–  ti invita a conoscere meglio il significato di termini quali “mindfulness” e “training autogeno” illustrando, quindi, i possibili percorsi di cura in campo psicologico.

Di seguito gli interventi delle due esperte che ti offrono la possibilità di una prima consulenza su Skype gratuitamente.

Buona lettura!


Dott.ssa Carmen Innocenti

Da dove si comincia, quando si vuole parlare di benessere psicologico? Ma dall’Uomo preistorico, ovviamente! 😉

Perchè se è vero che ci siamo evoluti culturalmente, dal punto di vista fisiologico il nostro corpo funziona ancora come quello dei nostri antenati.

Allora combattevamo contro animali ben più dotati fisicamente di noi, e dalla nostra capacità di reagire velocemente agli stimoli di pericolo con una risposta di attacco o fuga dipendeva la vita, la morte e anche il pasto successivo.

Oggi i pericoli sono diversi, meno assoluti e più subdoli: è la serie infinita di scadenze da rispettare, il boss e l’ambiente di lavoro competitivo da sopportare, le responsabilità dei nostri ruoli familiari e sociali, e l’incertezza della vita quotidiana, un sentimento certamente nuovo e particolarmente nocivo per il nostro equilibrio psicologico.

Per il nostro corpo e la nostra mente, non fa differenza che il pericolo sia immediato o meno, che minacci o no la nostra esistenza, che sia una tigre famelica o una suocera particolarmente invasiva, la reazione è la stessa: aumento delle sostanze che ci attivano, ci mettono in tensione, cortisolo in primis.

Quando poi alle stimolazioni stressanti non segue un adeguato tempo di riposo, di rilascio della tensione, ecco che la risposta di stress, nata per essere potente ma limitata nel tempo, diventa cronica e deprime le nostre risorse mentali, fisiche ed emotive.

E se la medicina spesso elimina i sintomi di malattia ma raramente si occupa del benessere mentale ed emotivo, molte persone vanno alla ricerca di nuove vie, per ritrovare l’equilibrio e per affrontare in modo nuovo le sfide della vita moderna.

Un’approccio particolare al benessere psicologico, e che apprezzo particolarmente è quello della Mindfulness.

Mindfulness significa letteralmente “consapevolezza”.

In soldoni, è smettere di vivere col pilota automatico, di corsa e in maniera apatica, fermarsi e passare dal regno del “fare” a quello dell’essere. E’ apprezzare il momento presente, usando il respiro come ancora.

E’ rivoluzionario nella sua semplicità: diventare consapevoli di cosa succede qui e ora, nel momento presente, qualunque stato emotivo e fisico si stia affrontando, è il modo migliore per ritrovare il benessere.

Quante volte mangi senza assaporare veramente il cibo? Riesci veramente a staccare dal tuo lavoro? Ti accorgi del passare delle stagioni e dei profumi che le caratterizzano? Quante volte sei sbadato e ti dimentichi le cose più semplici? Quanta vita ti perdi, non essendo presente a te stesso e alla realtà momento per momento?

In quanto occidentali, crediamo che controllare e organizzare la vita sia il modo per goderla a nostro piacimento, mentre gli orientali da migliaia di anni hanno capito che non si può controllare la vita, ma apprezzare il fatto di farne parte. La semplice accettazione di ciò che succede è il modo migliore per navigare le onde della vita.

Mentre noi viviamo nel futuro, concentrando i nostri pensieri su ciò che c’è da fare, o nel passato rimuginando su cose che non possiamo cambiare, ci perdiamo il presente, l’unico momento che possiamo controllare e in cui possiamo vivere veramente. Come dice Thoreau “incidere sulla qualità della giornata è l’arte più degna”.

E se quello che provi è negativo, ti fa paura o ti genera ansia? Perchè esserne consapevoli? Non fa più male?

Vedi, la rabbia, la tristezza, il disgusto, la paura, una volta che li ascolti, senza reagire d’impulso, semplicemente “standoci dentro” e respirando, lasciando andare i pensieri che emergono, quegli stati perdono la loro potenzialità distruttiva. E capisci che hai una scelta.

Invece di reagire ripetendo gli schemi comportamentali del passato, spesso distruttivi e inutili, con la mindfulness rispondi. Rispondere, al contrario di reagire, significa trovare quel momento di scelta che sta fra ciò che succede e ciò che fai tu al riguardo, e sfruttarlo per scegliere un comportamento diverso, nuovo, più costruttivo. Anche non fare niente è un’opzione.

La mindfulness, laddove non vi è necessità di un vero e proprio percorso di cura, fornisce accesso a un modo di vivere con “presenza”, momento dopo momento, fidandosi di quello che si percepisce, senza la necessità continua di giudicare se è piacevole o no, e senza l’esigenza di cambiarlo a tutti i costi. E così facendo scopri che quando le cose vanno cambiate, hai la consapevolezza e le risorse adeguate per farlo bene e senza stress.

Un’approccio molto simile, basato sul respiro, sull’uso delle parole per generare calma e relax, lo uso per accompagnare le donne in gravidanza . Vuoi saperne di più? Contattami! Durante il mese di Ottobre offro un colloquio Skype gratuito!

 

 Dott.ssa Sonia Sorgente

«Benessere, qualità della vita, star bene, allegria, “benestare” o star bene, insegnamento del benessere, felicità, gioia. Sono tutti sinonimi di quello che comunemente si chiama piacere» (Spaltro, 1995).

Per potere parlare di benessere occorre esser innanzitutto certi di comprendere di cosa ci si sta occupando: che cos’è, dunque, il benessere? La difficoltà di definizione del benessere riguarda il fatto che il benessere «non è […] un’entità unitaria semplice e non riguarda un singolo costrutto specifico» (Aureli, E. et al., 1999: p. 21). Spaltro (1995) ha sottolineato come la psicologia contemporanea si sia più che altro occupata della faccia opposta della medaglia ovvero del malessere e del fatto che, da ormai troppo tempo, il benessere sia considerato come l’assenza della condizione del malessere.


La definizione di salute dell’OMS, «uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e non solamente assenza di malattia o infermità», costituisce una svolta storica che permette il definitivo abbandono dell’interpretazione medicalista al benessere.

Quest’ultima considerava il benessere l’opposto del disagio e si poneva dunque nella logica della mancanza, in cui il “sano” diventa «appendice del patologico» (Lavanco, G., Novara, C. 2002).

Oggi si parla di un modello “biopsicosociale” che è invece il modello che più si presta all’idea di prevenzione e di promozione della salute.

Esso è, infatti, un modello di impostazione chiaramente sistemica e psicodinamico, che prende in osservazione diversi livelli di interpretazione della salute (aspetti biologici, aspetti psicologici, aspetti sociali) e che li integra in un’ottica sempre più multidisciplinare.


É evidente la portata innovativa di questo passaggio: il soggetto diventa garante e promotore attivo della propria salute; si passa dal prendersi cura del danno al prendersi cura della salute, dello star bene.

La testimonianza del passaggio dal benessere come assenza di malessere al benessere nella sua dimensione positiva è il sorgere di numerosi modelli sempre più complessi che considerano multiple variabili, sebbene coesistano a tuttora modelli molto semplici che riducono la complessità dell’”oggetto- benessere” considerato.

Un modello molto articolato sul benessere è stato prospettato da Carol Ryff (in Zani, B., Cicognani, E., 1999), la quale individua sei dimensioni del benessere
: autonomia: fa riferimento alla capacità del soggetto di prescindere dalla spinta sociale ad agire in determinate maniere, di autodeterminare con un “pensiero indipendente” le proprie scelte comportamentali, di usare quindi valutazioni fondate su valori personali per decidere i propri comportamenti (op. cit.); padronanza ambientale: concerne l’abilità di gestione dell’ambiente esistente e la capacità di creare contesti adeguati alle proprie necessità (op. cit.); crescita personale: corrisponde alla sensazione di realizzazione del sé, della propria persona e ai sentimenti di sviluppo personale (op. cit.); relazioni positive con gli altri: è inerente all’avere rapporti interpersonali soddisfacenti, all’avere affetto, confidenza e sintonia con l’altro (op. cit.); accettazione di sé: consiste nel riconoscimento e nella presa di coscienza del proprio sé e delle proprie esperienze passate (op. cit.); scopo nella vita: riguarda l’avere un “senso di direzionalità”, una finalità comportamentale (op. cit.).


Gli esercizi di Training autogeno hanno una finalità psicofisiologica e si propongono l’attenuazione del sintomo e l’abbassamento dei livelli di ansia, mentre le visualizzazioni guidate si occupano più dell’aspetto catartico – simbolico, psicologico, relazionale, e sono finalizzate a dinamizzare l’inconscio e a favorire la desomatizzazione di vari disturbi psicosomatici, specialmente per tutti quei pazienti psicosomatici e alessitimici.

Il Training autogeno con Visualizzazioni Guidate può essere utilizzato nella cura dei disturbi psicosomatici, nei vari disturbi d’ansia e nei disturbi nevrotici. Il TA viene praticato, frequentemente, con intenti psicoterapeutici in tutti quei casi dove l’aspetto emozionale sia centrale.

Questa tecnica possiede, infatti, una intrinseca capacità di favorire “associazioni” significative, rispetto ad eventi traumatici considerati minori, dimenticati o, frequentemente, “rimossi”.

Il termine training significa allenamento; infatti è solo allenandosi che si riesce ad ottenere una modifica reale e non immaginaria nel complesso assetto alla base della risposta emozionale.

La pratica del training autogeno ha tra le sue finalità un maggior controllo dello stress, dell’ansia, una riduzione generale della tensione emotiva e il recupero delle energie, anche grazie a un ridimensionamento spontaneo delle emozioni negative “allegate” a determinati vissuti.

Questa tecnica, tuttavia, non è indicata per chiunque: non è adatta a coloro che dovessero trovarsi in una condizione depressiva importante (non riuscirebbero a raggiungere il livello minimo di concentrazione necessaria) ed è fortemente controindicata in caso di psicosi.

Nel disturbo bipolare dell’umore può provocare una condizione di disagio in alcuni casi grave, nei casi di dissociazione può essere del tutto inutile o dannosa, dove vi siano segni di scissione della personalità può accentuarne i sintomi.

Pertanto è una tecnica terapeutica importante, e come tale va utilizzata, a seguito di indicazione da parte di uno psicologo o psicoterapeuta. Il TA con VG può essere utilizzato o sui singoli pazienti o in gruppo.

Il Training autogeno è utile inoltre nella cura di ansiainsonniaemicraniaasmaipertensioneattacchi di panico e in tutte quelle patologie dove l’aspetto psicosomatico sia rilevante.

Ma il TA ha un ruolo positivo anche in molti altri contesti: in particolare, per atleti e sportivi in genere, in quanto favorisce il recupero di energie, permettendo una migliore gestione delle proprie risorse.

Migliora inoltre la concentrazione e contribuisce al conseguimento di alte prestazioni. È importante sapere che, nel training autogeno, il rilassamento non è la cosa principale, ma è un “effetto collaterale” del mutato equilibrio psicofisico.

Col Training autogeno con Visualizzazioni Guidate si mira a creare, comunque, una buona alleanza terapeutica finalizzata ad uno scopo comune: il raggiungimento di un maggiore benessere fisico, il rafforzamento della personalità e delle difese dell’Io; in particolare, è un buon metodo per entrare, primariamente, in contatto con il proprio corpo e con se stessi.

Sempre più spesso i pazienti mi chiedono tra le prime cose: ” Dott. ssa come funzionerà un percorso di psicoterapia”? Io preferisco parlare di “come funziona il mio modo di lavorare insieme al paziente”.

Il modello analitico che uso è una tecnica terapeutica di derivazione psicoanalitica applicabile al singolo paziente, alla coppia e alla famiglia.

Come si lavora?

Si lavora sulla relazione, ovvero sulle dinamiche relazionali del paziente a partire dalla stanza di analisi, ma generalizzandolo alle sue relazioni di vita, alla ricerca di quegli elementi che tendiamo a ripetere inconsapevolmente.

Si lavora sui modelli interiori, ovvero sulle rappresentazioni e sulle scene familiari che ciascuno di noi porta dentro, come (spesso unico) modo di guardare al mondo e alle situazioni della vita.

Si lavora molto sulle emozioni, ovvero sulle ricadute emotive di ciò che viviamo e che spesso non riusciamo a decodificare da soli e lì spesso restiamo incastrati.

 Si lavora sui sintomi, alla ricerca del loro significato, della loro origine, ci chiediamo perché compaiono in quel momento e non solo come fare per superarli; il sintomo ci dice che quello che fino a quel momento aveva funzionato, ad un certo punto non funziona più e quindi dobbiamo capire cos’è e perché, cosa ci sta dicendo quel sintomo?

Si lavora al fine di rendere chiaro, cosciente ed esplicito ciò che per tanto tempo (spesso da sempre) è stato confuso, inconscio ed implicito.

Aiutarli ad essere più consapevoli della propria storia, del proprio mondo interiore e a recuperare le risorse più funzionali per affrontare il loro presente è il modo più efficace che conosco per accompagnarli attraverso il momento di vita doloroso e provare così ad andare oltre.

http://www.psicheenutrizione.it 

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Benessere psicologico

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