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Month: ottobre 2016

Relax time: tempo per me

Relax time: tempo per me

C’è un luogo in cui recupero le energie perse durante la mia settimana fatta di lavoro, impegni famigliari ed intensa vita sociale. 

C’è un luogo che è un “non luogo”, una dimensione spazio-temporale in cui mi rigenero e ritrovo la giusta carica per affrontare nuove avventure quotidiane, nuove sfide, nuovi eventi.  (altro…)

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La Posta del Cuore: la violenza domestica

La Posta del Cuore: la violenza domestica

Ricevo molte email di madri che subiscono violenze tra le mura della propria casa, violate doppiamente in quell’ intimità che dovrebbe essere sacra: quella  strettamente connessa alla sfera privata.

Donne che hanno riposto la propria fiducia in partner che si sono rivelati violenti, inadeguati, sbagliati.

Leggo le storie di Mary981 (ne riporto il testo di seguito), Lullalove75, Lety_mom, ChiaraFree e tante altre, attraverso le quali vivo un forte desiderio di rivalsa e di autodeterminazione. 

Queste mamme/donne mi raccontano di storie di violenza fisica e psicologica, di momenti drammatici che affrontano, troppo spesso, “sommessamente”.

Cerco di dar voce all’urlo soffocato di una lettrice di Oltrechemamma, Mary981, moglie trentacinquenne, lavoratrice part time e madre di un bambino.

Riporto fedelmente le sue parole.

Le offro il mio sostegno e l’unica soluzione per uscire dal tunnel della disperazione: la denuncia.


 

Ciao, 

Oltrechemamma.  A te affido uno sfogo riguardante la mia vita privata. 

Sarò breve e concisa

Da due anni mio marito alza le mani su di me. Davanti a P. che è il mio bambino di 6 anni.

Non ho la forza di parlarne con nessuno che non sia mia madre.

Le mie amiche non capirebbero, altri famigliari  ben disposti all’ascolto di un problema così grosso non ne ho.

Sono sola. 

Molte volte ci sono io, io miei lividi neri e il dolore forte alle costole con cui quasi convivo.

Non ho neppure la forza di continuare a raccontarti i dettagli dietro ad uno schermo, sto scrivendo ed ho il cuore in gola.

Non so, dimmi tu. che pedine muovere, voglio uscire da questa ossessione (ci penso meno se lavoro, sono segretaria metà giornata presso uno studio notarile in città…) ma non ho idea da dove iniziare.

Ti abbraccio, ti seguo e ti ringrazio con tutta me stessa. 

 

 

Cara Mary981,

quello che chiami “problema così grosso” è un dramma.

Comprendo molto bene la paura del giudizio degli amici, della famiglia (hai già mosso un passo avanti enorme confidandoti con i tuoi genitori, che immagino provati da una sofferenza pungente). Avranno sicuramente rispettato la tua scelta, quella di non parlare con nessuno, e questo silenzio non sarà per loro un fardello facile da portare.

Soprattutto, però, il fardello pesante lo sopporti tu.

Mary, non posso non darti come imperativo quello di DENUNCIARE tuo marito.

Due anni di violenze perpetrate su di te e, per giunta, davanti agli occhi di tuo figlio non possono scivolare nel turbinìo di una vita quotidiana che scorre a ritmi serrati.

Non dovrebbe scivolare neppure  uno schiaffo, per la precisione.

Uscire dal tuo recinto di sofferenza sarà complicato, sarà come riconoscere a te stessa che stai vivendo una situazione di dignità ferita, di dolore sanguinante e lacerante.

Devi, farcela, devi “stanare”il nemico (tuo marito, ovviamente). Se lui si nasconde dietro al tuo mutismo questa condizione potrà durare per anni, per un tempo indefinito.

In privato riceverai, in allegato alla mia mail, un elenco dei centri antiviolenza della tua zona. Te li segnalo dopo aver effettuato una mappatura dei centri più accreditati che si occupano di ascoltare e sostenere le donne vittime di violenza (domestica e non solo) situati nel raggio di pochi kilometri da dove tu risiedi (ndr.Mary mi ha dato la possibilità di avere info più dettagliate su di lei e che, per ovvi motivi di privacy, non riporterò qui)

.Il sentimeno di vergogna che stai provando è tipico di molte donne che subiscono abusie violenze di ogni genere (anche psicologico). Tu DEVI superarlo, per te e per la tua dignità di donna e per tuo figlio!

Non puoi permettere che il tuo bambino sia spettatore di soprusi e gesti orrendi ai danni della sua mamma da così tanto tempo!

Raccogli tutto il coraggio e la forza che sicuramente hai in te e “urla”. 

L’aiuto di operatori specializzati nell’ affrontare questo genere di sofferenze e l’ausilio (determinante) delle forze dell’ordine costituirà il punto di partenza necessario per iniziare un percorso di tua rinascita.

Non sarà semplice e non avverrà immediatamente ma vedrai che con il tempo arriverai a vedere una luce sempre più calda e vivificatrice infondoal tunnel.

Ci sarà un nuovo inizio per te e per tuo figlio.

Sii forte e credi in te

Ti abbraccio fortissimo

La posta del cuore

 

 

 

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Che tipologia di capelli hai?

Che tipologia di capelli hai?

Ciao a tutte, oggi ho pensato di parlarvi di capelli…

Ebbene sì, tra il sole, la salsedine e i lavaggi frequenti tipici della passata stagione estiva ( per non parlare del sudore e delle varie acconciature che contribuiscono a stressare il cuoio) siamo tutte alla ricerca di metodi per cercare di rivitalizzare i nostri capelli e farli tornare sani.

Prima di tutto possiamo suddividere le tipologie di capelli in 3:

  1. Sottili

  2. Grassi

  3. Secchi

Iniziamo a vedere cosa sono i capelli sottili e come aiutarli:

Chi possiede questa tipologia di capelli spesso ha un fusto con uno spessore inferiore rispetto alla media con minore cheratina, ciò comporta una maggiore fragilità ed attaccabilità da parte di lavaggi frequenti, tinture, agenti atmosferici; inoltre essendo così sottili il sebo prodotto a livello della cute si distribuisce più facilmente sulla chioma comportando una maggiore untuosità.

Come trattarli?

  • Teneteli puliti con shampoo delicati per uso frequente

  • Evitate di stressarli troppo

  • Usate maschere per capelli sottili contenenti cheratina

  • Utilizzate fiale di cheratina sulla cute per irrobustirli alla radice

Ovviamente se notate un eccessivo assottigliamento soprattutto nella zona della fronte, tempie e sommità del capo rivolgetevi ad un tricologo

Per quanto riguarda i capelli grassi:

Le cause possono essere molteplici, da quelle genetiche, ormonali, sudorazione eccessiva ecc..

Come trattarli?

  • Lavate spesso i capelli con shampoo delicati ma indicati come sebo-riequilibrante

  • Non massaggiate a lungo il cuoio per non indurre la produzione di sebo

  • La tintura o le mèches possono aiutare ad impoverire la cute dall’untuosità ( questa soluzione va sempre calibrata perché può portare ad irritazione se il cuoio è delicato e a secchezza delle lunghezze)

Infine parliamo dei capelli secchi che spesso sono sinonimo di aridità e di capelli rovinati:

Possiamo riconoscerli perché sono ruvidi al tatto, stopposi e spesso crespi. Le cause possono essere molteplici anche in questo caso, per colpa di agenti esterni, per fattori genetici, dieta povera di proteine e minerali, eccessivi trattamenti.

Solitamente dopo il periodo estivo questa è la tipologia di capelli più diffusa!!!

Come trattarli?

  • Tagliate le punte ormai rovinate e “morte”

  • Pochi lavaggi a settimana con shampoo delicati

  • Massaggiate bene la cute

  • Fate molti impacchi sulle lunghezze o con olii ( ad esempio olio di argan o al cocco prima dello shampoo su capelli umidi) o con maschere ricche

  • Ridurre al minimo uso di piastre e phon

In ogni caso ricordate che lo shampoo va sempre diluito in un bicchiere d’acqua e la presenza o meno della schiuma non è indice della sua efficacia, inoltre esso va applicato solo sulla cute e non sulle lunghezze!

Molto importante sono i prodotti che utilizzate, prediligete sempre quelli che non contengono SLS e SLES che sono tensioattivi piuttosto aggressivi che possono irritare la cute.

questo è un metodo efficace per risolvere eventuali problematiche e tenere sempre sotto controllo la vostra situazione in quanto i capelli sono soggetti a cambiamenti continui e spesso le problematiche come la forfora, dermatite, psoriasi vanno trattate da uno specialista senza affidarsi troppo ai soli prodotti in commercio!

Inoltre in questo periodo molte di voi probabilmente inizieranno ad assumere integratori contro la caduta dei capelli…

Ricordate che se il follicolo pilifero non è aperto e ben funzionante il problema continuerà a sussistere, è importante quindi fornire di amminoacidi, vitamine ecc. il nostro organismo, ma soprattutto curare alla radice il problema!

capelli

 

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Benessere psicologico: mindfulness e percorsi di cura

Benessere psicologico: mindfulness e percorsi di cura

Questo articolo, scritto dalla dott.ssa Sonia SorgentePsiche&Nutrizione– e la dott.ssa Carmen InnocentiHypnobirthing4U–  ti invita a conoscere meglio il significato di termini quali “mindfulness” e “training autogeno” illustrando, quindi, i possibili percorsi di cura in campo psicologico.

Di seguito gli interventi delle due esperte che ti offrono la possibilità di una prima consulenza su Skype gratuitamente.

Buona lettura!


Dott.ssa Carmen Innocenti

Da dove si comincia, quando si vuole parlare di benessere psicologico? Ma dall’Uomo preistorico, ovviamente! 😉

Perchè se è vero che ci siamo evoluti culturalmente, dal punto di vista fisiologico il nostro corpo funziona ancora come quello dei nostri antenati.

Allora combattevamo contro animali ben più dotati fisicamente di noi, e dalla nostra capacità di reagire velocemente agli stimoli di pericolo con una risposta di attacco o fuga dipendeva la vita, la morte e anche il pasto successivo.

Oggi i pericoli sono diversi, meno assoluti e più subdoli: è la serie infinita di scadenze da rispettare, il boss e l’ambiente di lavoro competitivo da sopportare, le responsabilità dei nostri ruoli familiari e sociali, e l’incertezza della vita quotidiana, un sentimento certamente nuovo e particolarmente nocivo per il nostro equilibrio psicologico.

Per il nostro corpo e la nostra mente, non fa differenza che il pericolo sia immediato o meno, che minacci o no la nostra esistenza, che sia una tigre famelica o una suocera particolarmente invasiva, la reazione è la stessa: aumento delle sostanze che ci attivano, ci mettono in tensione, cortisolo in primis.

Quando poi alle stimolazioni stressanti non segue un adeguato tempo di riposo, di rilascio della tensione, ecco che la risposta di stress, nata per essere potente ma limitata nel tempo, diventa cronica e deprime le nostre risorse mentali, fisiche ed emotive.

E se la medicina spesso elimina i sintomi di malattia ma raramente si occupa del benessere mentale ed emotivo, molte persone vanno alla ricerca di nuove vie, per ritrovare l’equilibrio e per affrontare in modo nuovo le sfide della vita moderna.

Un’approccio particolare al benessere psicologico, e che apprezzo particolarmente è quello della Mindfulness.

Mindfulness significa letteralmente “consapevolezza”.

In soldoni, è smettere di vivere col pilota automatico, di corsa e in maniera apatica, fermarsi e passare dal regno del “fare” a quello dell’essere. E’ apprezzare il momento presente, usando il respiro come ancora.

E’ rivoluzionario nella sua semplicità: diventare consapevoli di cosa succede qui e ora, nel momento presente, qualunque stato emotivo e fisico si stia affrontando, è il modo migliore per ritrovare il benessere.

Quante volte mangi senza assaporare veramente il cibo? Riesci veramente a staccare dal tuo lavoro? Ti accorgi del passare delle stagioni e dei profumi che le caratterizzano? Quante volte sei sbadato e ti dimentichi le cose più semplici? Quanta vita ti perdi, non essendo presente a te stesso e alla realtà momento per momento?

In quanto occidentali, crediamo che controllare e organizzare la vita sia il modo per goderla a nostro piacimento, mentre gli orientali da migliaia di anni hanno capito che non si può controllare la vita, ma apprezzare il fatto di farne parte. La semplice accettazione di ciò che succede è il modo migliore per navigare le onde della vita.

Mentre noi viviamo nel futuro, concentrando i nostri pensieri su ciò che c’è da fare, o nel passato rimuginando su cose che non possiamo cambiare, ci perdiamo il presente, l’unico momento che possiamo controllare e in cui possiamo vivere veramente. Come dice Thoreau “incidere sulla qualità della giornata è l’arte più degna”.

E se quello che provi è negativo, ti fa paura o ti genera ansia? Perchè esserne consapevoli? Non fa più male?

Vedi, la rabbia, la tristezza, il disgusto, la paura, una volta che li ascolti, senza reagire d’impulso, semplicemente “standoci dentro” e respirando, lasciando andare i pensieri che emergono, quegli stati perdono la loro potenzialità distruttiva. E capisci che hai una scelta.

Invece di reagire ripetendo gli schemi comportamentali del passato, spesso distruttivi e inutili, con la mindfulness rispondi. Rispondere, al contrario di reagire, significa trovare quel momento di scelta che sta fra ciò che succede e ciò che fai tu al riguardo, e sfruttarlo per scegliere un comportamento diverso, nuovo, più costruttivo. Anche non fare niente è un’opzione.

La mindfulness, laddove non vi è necessità di un vero e proprio percorso di cura, fornisce accesso a un modo di vivere con “presenza”, momento dopo momento, fidandosi di quello che si percepisce, senza la necessità continua di giudicare se è piacevole o no, e senza l’esigenza di cambiarlo a tutti i costi. E così facendo scopri che quando le cose vanno cambiate, hai la consapevolezza e le risorse adeguate per farlo bene e senza stress.

Un’approccio molto simile, basato sul respiro, sull’uso delle parole per generare calma e relax, lo uso per accompagnare le donne in gravidanza . Vuoi saperne di più? Contattami! Durante il mese di Ottobre offro un colloquio Skype gratuito!

 

 Dott.ssa Sonia Sorgente

«Benessere, qualità della vita, star bene, allegria, “benestare” o star bene, insegnamento del benessere, felicità, gioia. Sono tutti sinonimi di quello che comunemente si chiama piacere» (Spaltro, 1995).

Per potere parlare di benessere occorre esser innanzitutto certi di comprendere di cosa ci si sta occupando: che cos’è, dunque, il benessere? La difficoltà di definizione del benessere riguarda il fatto che il benessere «non è […] un’entità unitaria semplice e non riguarda un singolo costrutto specifico» (Aureli, E. et al., 1999: p. 21). Spaltro (1995) ha sottolineato come la psicologia contemporanea si sia più che altro occupata della faccia opposta della medaglia ovvero del malessere e del fatto che, da ormai troppo tempo, il benessere sia considerato come l’assenza della condizione del malessere.


La definizione di salute dell’OMS, «uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e non solamente assenza di malattia o infermità», costituisce una svolta storica che permette il definitivo abbandono dell’interpretazione medicalista al benessere.

Quest’ultima considerava il benessere l’opposto del disagio e si poneva dunque nella logica della mancanza, in cui il “sano” diventa «appendice del patologico» (Lavanco, G., Novara, C. 2002).

Oggi si parla di un modello “biopsicosociale” che è invece il modello che più si presta all’idea di prevenzione e di promozione della salute.

Esso è, infatti, un modello di impostazione chiaramente sistemica e psicodinamico, che prende in osservazione diversi livelli di interpretazione della salute (aspetti biologici, aspetti psicologici, aspetti sociali) e che li integra in un’ottica sempre più multidisciplinare.


É evidente la portata innovativa di questo passaggio: il soggetto diventa garante e promotore attivo della propria salute; si passa dal prendersi cura del danno al prendersi cura della salute, dello star bene.

La testimonianza del passaggio dal benessere come assenza di malessere al benessere nella sua dimensione positiva è il sorgere di numerosi modelli sempre più complessi che considerano multiple variabili, sebbene coesistano a tuttora modelli molto semplici che riducono la complessità dell’”oggetto- benessere” considerato.

Un modello molto articolato sul benessere è stato prospettato da Carol Ryff (in Zani, B., Cicognani, E., 1999), la quale individua sei dimensioni del benessere
: autonomia: fa riferimento alla capacità del soggetto di prescindere dalla spinta sociale ad agire in determinate maniere, di autodeterminare con un “pensiero indipendente” le proprie scelte comportamentali, di usare quindi valutazioni fondate su valori personali per decidere i propri comportamenti (op. cit.); padronanza ambientale: concerne l’abilità di gestione dell’ambiente esistente e la capacità di creare contesti adeguati alle proprie necessità (op. cit.); crescita personale: corrisponde alla sensazione di realizzazione del sé, della propria persona e ai sentimenti di sviluppo personale (op. cit.); relazioni positive con gli altri: è inerente all’avere rapporti interpersonali soddisfacenti, all’avere affetto, confidenza e sintonia con l’altro (op. cit.); accettazione di sé: consiste nel riconoscimento e nella presa di coscienza del proprio sé e delle proprie esperienze passate (op. cit.); scopo nella vita: riguarda l’avere un “senso di direzionalità”, una finalità comportamentale (op. cit.).


Gli esercizi di Training autogeno hanno una finalità psicofisiologica e si propongono l’attenuazione del sintomo e l’abbassamento dei livelli di ansia, mentre le visualizzazioni guidate si occupano più dell’aspetto catartico – simbolico, psicologico, relazionale, e sono finalizzate a dinamizzare l’inconscio e a favorire la desomatizzazione di vari disturbi psicosomatici, specialmente per tutti quei pazienti psicosomatici e alessitimici.

Il Training autogeno con Visualizzazioni Guidate può essere utilizzato nella cura dei disturbi psicosomatici, nei vari disturbi d’ansia e nei disturbi nevrotici. Il TA viene praticato, frequentemente, con intenti psicoterapeutici in tutti quei casi dove l’aspetto emozionale sia centrale.

Questa tecnica possiede, infatti, una intrinseca capacità di favorire “associazioni” significative, rispetto ad eventi traumatici considerati minori, dimenticati o, frequentemente, “rimossi”.

Il termine training significa allenamento; infatti è solo allenandosi che si riesce ad ottenere una modifica reale e non immaginaria nel complesso assetto alla base della risposta emozionale.

La pratica del training autogeno ha tra le sue finalità un maggior controllo dello stress, dell’ansia, una riduzione generale della tensione emotiva e il recupero delle energie, anche grazie a un ridimensionamento spontaneo delle emozioni negative “allegate” a determinati vissuti.

Questa tecnica, tuttavia, non è indicata per chiunque: non è adatta a coloro che dovessero trovarsi in una condizione depressiva importante (non riuscirebbero a raggiungere il livello minimo di concentrazione necessaria) ed è fortemente controindicata in caso di psicosi.

Nel disturbo bipolare dell’umore può provocare una condizione di disagio in alcuni casi grave, nei casi di dissociazione può essere del tutto inutile o dannosa, dove vi siano segni di scissione della personalità può accentuarne i sintomi.

Pertanto è una tecnica terapeutica importante, e come tale va utilizzata, a seguito di indicazione da parte di uno psicologo o psicoterapeuta. Il TA con VG può essere utilizzato o sui singoli pazienti o in gruppo.

Il Training autogeno è utile inoltre nella cura di ansiainsonniaemicraniaasmaipertensioneattacchi di panico e in tutte quelle patologie dove l’aspetto psicosomatico sia rilevante.

Ma il TA ha un ruolo positivo anche in molti altri contesti: in particolare, per atleti e sportivi in genere, in quanto favorisce il recupero di energie, permettendo una migliore gestione delle proprie risorse.

Migliora inoltre la concentrazione e contribuisce al conseguimento di alte prestazioni. È importante sapere che, nel training autogeno, il rilassamento non è la cosa principale, ma è un “effetto collaterale” del mutato equilibrio psicofisico.

Col Training autogeno con Visualizzazioni Guidate si mira a creare, comunque, una buona alleanza terapeutica finalizzata ad uno scopo comune: il raggiungimento di un maggiore benessere fisico, il rafforzamento della personalità e delle difese dell’Io; in particolare, è un buon metodo per entrare, primariamente, in contatto con il proprio corpo e con se stessi.

Sempre più spesso i pazienti mi chiedono tra le prime cose: ” Dott. ssa come funzionerà un percorso di psicoterapia”? Io preferisco parlare di “come funziona il mio modo di lavorare insieme al paziente”.

Il modello analitico che uso è una tecnica terapeutica di derivazione psicoanalitica applicabile al singolo paziente, alla coppia e alla famiglia.

Come si lavora?

Si lavora sulla relazione, ovvero sulle dinamiche relazionali del paziente a partire dalla stanza di analisi, ma generalizzandolo alle sue relazioni di vita, alla ricerca di quegli elementi che tendiamo a ripetere inconsapevolmente.

Si lavora sui modelli interiori, ovvero sulle rappresentazioni e sulle scene familiari che ciascuno di noi porta dentro, come (spesso unico) modo di guardare al mondo e alle situazioni della vita.

Si lavora molto sulle emozioni, ovvero sulle ricadute emotive di ciò che viviamo e che spesso non riusciamo a decodificare da soli e lì spesso restiamo incastrati.

 Si lavora sui sintomi, alla ricerca del loro significato, della loro origine, ci chiediamo perché compaiono in quel momento e non solo come fare per superarli; il sintomo ci dice che quello che fino a quel momento aveva funzionato, ad un certo punto non funziona più e quindi dobbiamo capire cos’è e perché, cosa ci sta dicendo quel sintomo?

Si lavora al fine di rendere chiaro, cosciente ed esplicito ciò che per tanto tempo (spesso da sempre) è stato confuso, inconscio ed implicito.

Aiutarli ad essere più consapevoli della propria storia, del proprio mondo interiore e a recuperare le risorse più funzionali per affrontare il loro presente è il modo più efficace che conosco per accompagnarli attraverso il momento di vita doloroso e provare così ad andare oltre.

http://www.psicheenutrizione.it 

Vuoi saperne di più? Contattami! Il mese di ottobre metto a disposizione per le lettrici di Oltrechemamma un colloquio Skype gratuito!

Benessere psicologico

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