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Month: maggio 2016

Genitori, sport e psicologia

La dott.ssa Sonia Sorgente -psicologa ( Psiche&Nutrizione)- ti parla dell’importanza dello sport, della genitoriaità e della psicologia in un articolo che ben illustra il ruolo della psicologia dello sport nella gestione di problematiche e dinamiche nate nel mondo dello sport. 

LO PSICOLOGO E LA GESTIONE DELLE PROBLEMATICHE SPORTIVE

Lo psicologo dello sport che cos’è? Cosa fa? Su cosa interviene?

La psicologia dello sport è la disciplina che studia gli aspetti psicologicisociali dello sport.

Inizialmente la psicologia dello sport cercò di stabilire delle relazioni significative fra personalità e sport, utilizzando soprattutto strumenti diagnostici provenienti dalla psicologia clinica, ma successivamente si è specializzata nell’ambito della preparazione mentale e sulle abilità che possono essere incrementate nello sportivo, vale a dire l’attenzione, la concentrazione, la motivazione, la gestione dello stress e dell’ansia ed altro.

Lo psicologo dello sport è un dottore in psicologia (ad indirizzo clinico ) che mette a disposizione le sue conoscenze presso FederazioniEntiPalestre, Associazioni e si dedica alla formazione, tramite interventi individuali o di gruppo, dello staff dirigenziale, degli arbitri, degli allenatori, istruttori, degli atleti di sport individuali o di squadra.

Lo psicologo non è un tecnico, quindi non eroga servizi che riguardano consigli o strategie tecniche e tattiche, ma riveste un ruolo ben definito: quello di esperto di tematiche psicologiche nei confronti di tutti i membri della Società sportiva.

Lo psicologo dello sport si occupa in particolare di: allenare e potenziare le abilità mentali degli atleti, fra cui annoveriamo in particolare l’abilità di rilassarsi,di visualizzare, di porsi degli obiettivi, di mantenere la propria motivazione, di gestire l’ansia da prestazione.

La psicologia dello sport sta dando un enorme contributo alla comprensione del ruolo dello sport nello sviluppo dei bambini, evidenziando come debba rappresentare un’esperienza divertente, di crescita e consapevolezza del proprio corpo, dello stare bene con se stessi e gli altri (compagni di squadra e allenatore).

Le principali competenze dello psicologo sportivo sono:

  • il goal setting (formazione corretta degli obiettivi di prestazione e di risultato);

  • allenare a gestire le emozioni;

  • allenare alla visualizzazione del percorso e dei gesti motori dell’atleta;

  • migliorare l’autostima dell’atleta;

  • proporre strategie per la gestione dell’attivazione psicofisica dell’atleta;

  • studiare e potenziare gli stili attentivi dell’atleta;

  • lavorare sul self talk (dialogo interno) positivo e negativo;

  • diagnosticare disturbi alimentari (DCA) sport-specifici;

  • diagnosticare psicopatologie sport-specifiche come la nikefobia, l’ansia da prestazione o la sindrome del campione;

  • analizzare il gesto motorio con videoregistrazioni;

  • informare ed intervenire sull’abuso di sostanze dopanti e stupefacenti;

  • informare ed intervenire sull’uso improprio di farmaci antidolorifici negli atleti infortunati;

  • offrire consulenza sul dolore, depressione, perdita e suicidio negli atleti;

  • offrire consulenza sull’overtraining e sul burn-out negli sportivi;

  • offrire consulenza sulla gestione della grinta e dell’aggressività in relazione allo sport;

  • intervenire sull’infortunio sportivo e sul processo riabilitativo;

  • seguire i passaggi di categoria e i cambiamenti nella vita dello sportivo;

  • favorire il team spirit;

  • favorire la gestione della coesione di squadra;

  • analizzare e sviluppare la leadership di atleti ed allenatori;

  • sviluppare le competenze relazionali dell’allenatore;

  • sviluppare la sportività (fair play) negli atleti;

  • offrire consulenze di parent training ai genitori.

Lo psicologo dello sport fornisce gli strumenti di intervento atti a preparare al meglio gli atleti alle gare, può essere loro alleato nell’affrontare delle situazioni problematiche o particolarmente dolorose. I campi di intervento sono:

A volte il motivo di tensione o di pressione non riguarda direttamente l’atleta, ma i suoi genitori.

Ne soffre il ragazzo, ne soffrono gli allenatori, ne soffre la squadra o l’intera società sportiva.

Capita, ad esempio, che gli allenatori siano “rimproverati” per non aver capito il talento del ragazzo o, dopo un risultato modesto, di “non aver fatto il proprio dovere”.

I genitori, riversando sui figli le aspettative di successo, possono non rendersi conto dello stato delle cose, né di quali siano i desideri dei ragazzi.

Spesso l’allenatore e tutto lo staff sportivo hanno difficoltà a gestire queste dinamiche e a comunicare efficacemente con i genitori.

Anche in questo caso, lo psicologo dello sport può agilmente confrontarsi con entrambe le parti, al fine di giungere a una comprensione reciproca ed a delineare dei punti d’incontro sull’entità dei comportamenti, delle aspettative e degli atteggiamenti da perseguire. 

L’allenatore per un atleta è una figura di riferimento insostituibile.

Il rapporto che questi instaurano non è solo “di lavoro”, ma, per via del lungo tempo trascorso insieme, diventa inevitabilmente affettivo.

Infatti il coach non è solo importante per la preparazione tecnica e per l’esperienza che mette a disposizione dei suoi allievi.

Egli è anche vissuto come un genitore, un fratello maggiore, un insegnante o un modello a cui ispirarsi.

Ecco perché quando vi sono incomprensioni tra le due parti, queste non sono vissute superficialmente, anzi molto spesso causano malessere e silenzi insopportabili.

Può accadere ad esempio che l’atleta non condivida l’allenamento predisposto dal suo coach, o che questi non si senta riconosciuto nel suo ruolo.

A volte, invece, lo sportivo non comprende gli obiettivi che l’allenatore ha pensato per lui e quindi non si sente motivato a perseguirli.

Inoltre può avere difficoltà a entrare in relazione con lui poiché lo percepisce troppo autoritario e aggressivo nella sua rigidità.

In tutti questi casi, l’intervento dello psicologo dello sport è risolutivo nel migliorare la relazione allenatore-atleta

. Lo psicologo, in quanto figura esterna, non si occupa di stabile i torti e le ragioni o di emettere giudizi, né di convincere l’uno ad assecondare l’altro.

Piuttosto, si impegna a esplicitare i bisogni reali, sottostanti al motivo del conflitto e rimasti inespressi, in modo tale che ognuno possa meglio cogliere il punto di vista dell’altro senza sentirsi messo sotto accusa o sminuito nel proprio valore personale.

Una volta che si è creato ascolto attivo e comprensione reciproca, viene da sé che anche la loro interazione diventi più serena e funzionale agli scopi sportivi. 

Sono poche le circostanze in cui l’atleta possa sentirsi fragile e vulnerabile come quando si fa male.

A causa dell’ infortunio infatti egli vede scompaginata la propria vita, agonistica e privata, e può avere difficoltà a trovare la forza o la fiducia nella guarigione.

Spesso infatti dopo il ripristino dello stato di forma fisica, si sente ancora impreparato a tornare a giocare o attanagliato dalla paura di farsi male nuovamente.

Non è da trascurare, poi, il fatto che l’infortunio spesso è l’effetto di vari motivi di stress psico-fisico, predisponenti agli incidenti.

E’ importante che in queste situazioni delicate, l’atleta possa avere un sostegno di tipo psicologico per affrontare e ridimensionare i propri timori e ritrovare la grinta di un tempo.

La ricostruzione delle dinamiche concomitanti all’infortunio, congiunta alla riformulazione in positivo del proprio stato psico-fisico presente, permettono di tornare in campo con serenità e fiducia, lasciandosi alle spalle tale esperienza spiacevole. 

La carriera di ogni sportivo è fatta di alti e bassi, di soddisfazioni sorprendenti e di delusioni cocenti.

Non tutti hanno però la stessa prontezza e capacità di voltar pagina e di ricominciare come prima, meglio di prima.

La differenza sta nel valore personale che l’atleta attribuisce a sé nonostante gli errori commessi, nella stima incondizionata delle proprie capacità e nella fiducia di poter tornare a fare bene.

Molti invece hanno difficoltà a ritrovare lo smalto dei tempi migliori e cadono in un vortice di negatività, in cui il non sentirsi più in grado di giocare bene porta a scarse prestazioni, le quali alimentano a loro volta il senso di incapacità, e così via. In queste circostanze, lo psicologo dello sport può essere di grande aiuto.

Il suo lavoro è mirato ad analizzare le dinamiche delle scarse performance, in modo da individuare tutti i fattori che hanno contribuito ad esse.

Si tratta di una pratica cruciale perché soprattutto quando l’atleta è propenso a colpevolizzare se stesso quando le cose vanno male, non riesce a cogliere gli altri elementi implicati nella sconfitta.

Inoltre, una volta completata la visione d’insieme dei fattori concomitanti, lo psicologo gli fornisce gli strumenti per lavorare su tutti questi aspetti curandoli al meglio, rinvigorendo la sua fiducia e la sua passione. 

Cosa fa la Paura del successo? Sebbene si pensi che ogni sportivo sia motivato dal desiderio di vincere e di arrivare sempre più in alto nelle competizioni, spesso costui è mosso da sentimenti contrastanti.

Egli può avere paura di raggiungere il successo e di dover giocare sempre ai massimi livelli. Tale paura è motivata dal fatto che se dovesse sempre vincere, la sua vita inevitabilmente entrerebbe in un vortice di impegni agonistici, di ore crescenti di allenamento e di aspettative sempre più alte.

L’agonista può giungere a manifestare questa paura di successo cercando di defilarsi quando possibile o sabotando le proprie performance, in modo da far credere di non essere poi così bravo e di allentare così il senso di vincolo e di pressione che prova.

L’intervento dello psicologo dello sport, in quanto figura esperta di tali tematiche emotive, può fornirgli il supporto e gli strumenti necessari per comprendere quali siano gli specifici timori che lo dominano, per riconfigurarli e ridimensionarli adeguatamente, e per individuare insieme a lui modi diversi, più piacevoli e confacenti, di vivere l’agonismo e lo sport in generale. 

Disturbi del Comportamento Alimentare: Nonostante chi fa sport abbia uno stile di vita più sano della popolazione sedentaria, quando si giunge al livello agonistico si è più esposti al rischio di sviluppare aspetti sintomatici attinenti alla Anoressia o alla Bulimia.

I numerosi studi nell’ambito dimostrano infatti che gli agonisti sono più vulnerabili sotto questo profilo rispetto ai coetanei non atleti.

Gli sport particolarmente a rischio sono sostanzialmente quelli che prevedono categorie di peso, come wrestling, judo, karate, canottaggio e quelli che hanno marcati canoni estetici da rispettare, come pattinaggio artistico, ginnastica ritmica, danza e bodybuilding.

Dunque, gli aspetti sintomatici relativi ai DCA emergono maggiormente in queste discipline a causa della pressione che esse pongono sulla necessità di essere magri per rientrare in una certa categoria di peso o per soddisfare uno specifico parametro estetico.

La cura degli atleti affetti da queste problematiche, va sempre effettuata in equipe, dove nutrizionista e psicologo, seguendo i protocolli di Psiche&Nutrizione, coordinano il piano di lavoro in collaborazione con lo staff sportivo, in modo che l’atleta si senta accolto e preso in cura e si possa definire con lui un contratto terapeutico finalizzato a ristabilire il peso e l’alimentazione ottimali e a definire le modalità di allenamento più consone al suo stato di salute.

Ps. la dott.ssa Sorgente e la dott.ssa Marchese sono rispettivamente psicologa e nutrizionista della squadra Honveed Coperchia Calcio

sport
Fonte immagine: web
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Il disturbo bipolare nel bambino

istituto mario negri

 

 

 

 

La scheda di approfondimento a cura dell’ Isitituto Mario Negri  tratta del disturbo bipolare nel bambino, caratterizzato dall’alternarsi di sintomi depressivi e di eccitazione.

Buona Lettura!

Cos’è il “disturbo bipolare” ?

Il disturbo bipolare è caratterizzato dall’alternanza di sintomi depressivi e sintomi di eccitazione (detti maniacali).

Il disturbo bipolare puro è relativamente poco comune nei bambini a causa della rarità con cui si manifesta con la tipica alternanza di periodi (fasi) con prevalenza di sintomi maniacali e periodi con sintomi depressivi.

Più spesso i bambini con questo disturbo passano rapidamente da una fase all’altra oppure presentano “stati misti” in cui mostrano contemporaneamente sintomi depressivi e maniacali.

Nel disturbo bipolare l’eccitazione e il rallentamento possono interessare non solo l’umore, ma anche i pensieri e l’attività motoria. Quali sono i sintomi/segni?

Il bambino presenta potenziali sintomi maniacali quando manifesta:

  •  un umore instabile, da insolitamente felice a molto irritabile, è arrabbiato, agitato o aggressivo;
  •  un aumento dell’autostima o grandiosità, si sente onnipotente o un supereroe con poteri speciali;
  •  un grande aumento di energia e un ridotto bisogno di sonno;
  •  parla eccessivamente e velocemente, passando troppo in fretta da un argomento all’altro;
  •  si distrae e l’attenzione si sposta continuamente da una cosa all’altra;  ha ripetuti comportamenti rischiosi e scarsa percezione del pericolo. Il bambino presenta potenziali sintomi depressivi quando manifesta:
  •  irritabilità, persistente tristezza o pianto frequente;  frequenti lamentele fisiche come mal di testa o mal di stomaco;
  •  perde il piacere per le attività preferite;
  •  ha un basso livello di energia, stanchezza, scarsa concentrazione, noia;
  •  ha significativi cambiamenti delle abitudini alimentari o disturbi del sonno;
  •  ha pensieri di morte o di suicidio.

Alcuni di questi segni sono simili a quelli che si presentano in adolescenti con altri problemi come l’abuso di sostanze, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività o in alcune forme di psicosi. Il disturbo bipolare può iniziare durante l’infanzia o l’adolescenza, anche se di solito è diagnosticato in età adulta.

La malattia può colpire chiunque. Tuttavia se uno o entrambi i genitori hanno un disturbo bipolare le probabilità che i loro figli possano sviluppare il disturbo sono maggiori.

Anche una storia familiare di abuso di sostanze o di alcool è associata a maggior rischio di disturbo bipolare.

La diagnosi di disturbo bipolare nei bambini e negli adolescenti è complessa e comporta un’attenta osservazione per un periodo di tempo prolungato.

Una valutazione approfondita da parte di un neuropsichiatra infantile è utile per identificare il disturbo bipolare e iniziare la terapia.

Come si cura? La terapia del disturbo bipolare comprende l’educazione del paziente e della famiglia circa la malattia e la prescrizione di farmaci che stabilizzano l’umore che possono ridurre il numero e la gravità degli episodi maniacali, e aiutano a prevenire la depressione.

La psicoterapia può essere utile in quanto aiuta il bambino a capire sé stesso, a ricostruire l’autostima e a migliorare i rapporti interpersonali.

Questo post, ricco di materiale informativo, è prodotto nell’ambito del progetto “Lo Sai Mamma” a cura del Laboratorio Salute Materno Infantile, IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, Milano in collaborazione con Associazione Culturale Pediatri e Federfarma Lombardia”.

bipolare

Fonte Immagine: www.uncome.it

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La nutrizione del bambino

La dott.ssa Federica Marchese -biologa e nutrizionista- Psiche&Nutrizione– ti parla della nutrizione del bambino cercando di rispondere in modo esaustivo a molti interrogativi che attanagliano noi mamme.

Buona lettura!


Una delle domande che più attanaglia una neomamma è sicuramente “come posso avere la sicurezza di dare tutto ciò che serve al mio bambino per crescere sano e forte?”

L’alimentazione è una parte fondamentale della nostra vita, una scelta quotidiana che incide molto sul nostro stato di salute.

Quando ci alimentiamo in modo indipendente non diamo così peso a quello che mettiamo nel piatto, ma cosa succede quando a dipendere dalle nostre scelte in cucina è la persona più importante al mondo e che sicuramente è incapace di scegliere da sé? Arrivano i dubbi e le paure!

Uno dei consigli che tengo molto a dare è quello di far provare il più tardi possibile ai bambini zuccheri, cioccolato lavorato e merendine, prima o poi quel momento arriverà… arriverà la riunione di famiglia, la visita a casa di amici, il confronto con le abitudini alimentari degli altri bambini e quindi verranno provati tutti i prodotti industriali, non ottimi per la salute ma che fanno, ormai, parte della nostra realtà… guai a renderli alimenti desiderati e bramati, mai privare i bambini di qualche prodotto industriale.

L’importante è cercare di insegnare il momento e la quantità con cui consumare certi prodotti.

Sicuramente fino a quando possibile meglio far conoscere al bambino solo i sapori naturali, le papille gustative dei neonati sono una tela bianca, possiamo insegnargli i sapori, fargli conoscere i gusti e i bambini sono capaci di apprezzarli tutti… i capricci sono un altro discorso!

Altra cosa importantissima è allattare al seno (ovviamente quando possibile), è stato dimostrato che previene il tumore al seno per la mamma e aiuta il bambino a svilupparsi sano, con una flora batterica intestinale forte e un sistema immunitario pronto.

Non bisogna affrettare i tempi e lo svezzamento deve assecondare un po’ le voglie del bambino, sicuramente non è consigliabile prima del quarto mese di vita, meglio il sesto!

Preparare omogeneizzati in casa, passati di verdure, pappette quanto più naturali, evitare il sale (e quindi di far assaggiare i piatti preparati per la mamma e il papà), e prodotti industriali è l’ideale.

Se proponi ad un neonato un biscotto oppure una carota, giocherà, esplorerà e assaporerà il gusto di entrambi allo stesso modo… solo dopo aver conosciuto la differenza sceglierà quello meno sano ma più stimolante per le papille gustative.

A differenza nostra, i bambini hanno bisogno di crescere, quindi a tavola non dovrebbe mai mancare una fonte proteica, un secondo piatto o dei legumi, questi andrebbero proposti prima della pasta o del pane perché lo stomaco di un bambino ha capacità ridotte (300 ml, meno di una bottiglietta d’acqua quindi non paragonate ciò che mangia lui a quello che mangiate voi e siate tranquilli, quando avrà fame chiederà), potrebbe non volere il secondo dopo aver mangiato il primo.

Per recuperare i carboidrati non assunti al pasto ci saranno utili gli spuntini, nei quali possiamo proporre un panino o della frutta.

Tutti i nutrienti sono fondamentali per un piccolo uomo in crescita.

, questo spesso richiede uno sforzo di fantasia della mamma per preparare (soprattutto nelle età critiche pre-adolescenziale e adolescenziale) piatti con verdura “sotto mentite spoglie”. Spesso non basterà nemmeno, ma mai rinunciare!

Potrebbe essere utile variare anche i cereali, preparare farro, orzo, quinoa, amaranto e non solo pasta e pane. Aggiungi semi di zucca, lino, chia ecc alle verdure sono ricchi di acidi grassi essenziali utilissimi per lo sviluppo del sistema nervoso, allo stesso modo è utile il pesce, che però può non essere particolarmente gradito al bambino.

A questo punto è importante fare un passaggio e istruire zie e soprattutto nonne per essere unite in questa strategia… se il bambino assaggia, conosce o capisce che esistono alimenti tipo wurstel, crocchette ecc a casa di una donna così vicina alla madre farà la stessa richiesta anche alla stessa.

Assicurati che il tuo bambino beva abbastanza acqua e non offrirgli (quindi non deve trovare in casa) bevande zuccherate, succhi di frutta e bevande energizzanti: non ne ha bisogno!

Per il resto fai in modo che conosca presto i piaceri dello sport, di squadra, individuale, per gioco, l’importante è che si muova e faccia qualcosa che gli piace, lo fortifica caratterialmente e fisicamente, gli permette il confronto con allenatore e amici per imparare l’importanza delle regole.

Un bambino che pratica sport difficilmente lo abbandonerà da grande, difficilmente sarà in sovrappeso e difficilmente sarà svogliato e…capriccioso 😉 

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Struccati in cinque mosse!

La rubrica Beauty  di Stefly si inaugura conStruccati in cinque mosse! 

Mamme, donne, quanto è bello truccarsi!

 Il vero dramma è la sera quando dobbiamo struccarci… Però ricorda che è una cosa fondamentale, ed è un’azione che va fatta compiuta perché la tua pelle deve poter respirare!

Quindi, se puoi, la sera ritaglia un momento per te stessa e coccolati perché prendersi cura della propria persona è importantissimo ..

Ecco i passaggi che ritengo fondamentali e basilari per uno struccaggio accurato:

  1. Usa l’acqua calda per sciogliere il mascara cosi da non dover strofinare troppo gli occhi successivamente

  2. Su un dischetto metti un bifasico (acqua e olio) o se preferisci un latte detergente e poi lascialo in posa qualche secondo sull’occhio per poi trascinare verso l’esterno il dischetto

  3. Sul viso massaggia il tuo latte detergente o un’acqua micellare su un dischetto

  4. Lava tutto con un detergente delicato

  5. Per finire utilizza il tonico! Quest’ultimo aiuta a rimuovere i residui di trucco, restringe i pori e lenisce

    struccaggio

 

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Il tuo cucciolo e i bisognini

La dott.ssa Stefania Gargiulo biologa, etologa ed operatore SIUA  offre consigli sempre utili a chi possiede un cane che cura con dedizione e affetto. Questo il suo ultimo articolo: “Il tuo cucciolo e i bisognini”

Buona lettura!


Caro lettore,

l’ultima volta abbiamo parlato dell’arrivo del cucciolo in casa e come ospitarlo al meglio,oggi ti parlerò del “problema” dovuto ai bisognini che affligge inizialmente molte di noi.

C’è da precisare che un cucciolo prima dei 6 mesi ( età orientativa) non ha la capacità di trattenere poiché non ha il controllo degli sfinteri.

Come comportarsi?

  • la decisione più importante è quella se usare o meno le traversine, sono sicuramente comode anche se non è detto che il cucciolo impari facilmente o subito ad associarle al luogo dove fare i bisogni, ma allo stesso tempo stiamo insegnando al pet che puo’ fare pipì su di una stoffa e in alcuni casi ciò ha comportato che il cane generalizzasse e facesse pipì ad esempio anche sui tappeti
  • altra opzione è quella dei giornali, il problema è che molti cagnolini amano la carta (lo capirai col tempo quando inizierà a rubare fazzoletti incustoditi) e quindi potresti trovarti nella situazione in cui lui distrugge i giornali facendo diventare la loro distruzione un gioco vero e proprio
  • terza opzione, quella che consiglio ma che non a tutti fa piacere, ovvero non usare niente e portare pazienza, d’altra parte se hai scelto di adottare un cucciolo devi mettere in preventivo che la casa sarà invasa da tanto amore ma anche peli, zampate per terra e in un periodo iniziale anche dalla pipì e la pupù

Dopo aver compiuto questa scelta  devi sapere che le probabilità che il cane faccia la pipì sono più alte dopo: 

  •  aver dormito
  •  mangiato
  •  aver giocato

Cio’ puo’ essere utile nella misura in cui possa uscire di casa, oppure se opterai per traversine e giornali puoi condurlo su di essi e avrai buone possibilità di anticiparlo.

Quando fa i bisogni fuori casa o nei luoghi da te desiderati ( inizialmente all’aperto li tratterrà perché per lui significa aprirsi al mondo e lasciare un segno del suo passaggio-ci vuole un po’ di coraggio per il cucciolo-!) in quel caso premialo.

Come? Sia con una lode vocale non troppo enfatica da spaventarlo, sia con un premetto, questo rinforzerà il comportamento positivo.

Nel caso in cui il cucciolo non faccia i bisogni dove noi vorremmo non sgridarlo, non capirebbe e rimarrebbe solo un tuo sfogo che condurrebbe il pet in uno stato di frustrazione, talvolta i cuccioli neanche si rendono conto che stanno facendo la pipì!! 

Altra cosa importante è pulire in sua assenza in modo tale che lui non associ i suoi bisogni ad un modo per attirare l’attenzione ( non pulire con prodotti che contengono ammoniaca perché è la stessa molecola della pipì.. È come se gli dicessi falla qui!)!

Come con i tuoi figli devi accompagnarlo per mano a “togliere il pannolino” con pazienza e amore… vedrai che se lo condurrai sui giusti binari non avrai problemi in futuro.

bisognini

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